25 aprile: sobrietà sovrana

Avvisate i patrioti: quest’anno il 25 aprile non si chiama più “Festa della Liberazione”, bensì “Momento di educato silenzio con faccia contrita”. Del resto il Governo ha partorito l’idea del secolo: infilare la ricorrenza che celebra la cacciata dei nazifascisti dentro il sacco nero del lutto nazionale per la morte del Papa. Un colpo da maestro: ti scordi i partigiani, metti il lutto al braccio e chi sgarra è subito tacciato di lesa maestà religiosa. Chapeau.

E che fortuna, poi, la tempistica: Papa Francesco se n’è andato il 21 aprile, giusto in tempo per garantire che il paese arrivasse all’anniversario del 25 serenamente ammaestrato, col sottofondo lugubre degli speciali tv e il rintocco a lutto delle campane. Così la memoria collettiva passa direttamente dal “Bella ciao” al “Requiem” senza neppure cambiare tonalità.

Il Viminale, con la consueta creatività, ha diffuso le nuove “Linee guida per la compostezza”. Vietati cortei chiassosi, canti partigiani sopra i tre decibel, bandiere che osino sventolare con troppa allegria. Consentito solo un sobrio sussurro all’orecchio del vicino: “Scusa se respiro, è per la libertà”. Chi volesse deporre fiori ai monumenti è pregato di utilizzare colori pastello, perché il rosso acceso potrebbe turbare l’etere in lutto.

Naturalmente la pantomima è mascherata da patriottismo di ritorno: “Siamo responsabili, garantiamo rispetto per il Pontefice defunto” proclama il portavoce governativo con la faccia di chi ha appena scoperto la virtù teologale dell’oblio selettivo. Nessuno però spiega perché si debba lutto-lavare la resistenza antifascista, a meno che qualche uniforme nera tema ancora i fiori di campo su certe lapidi di montagna.

Non è fantastico? Abbiamo fatto pace con la storia, basta cancellarla! Potevano passare ore a smontare i valori costituzionali, ma è molto più elegante tapparsi le orecchie con l’Ave Maria e archiviare la pratica. È come nascondere i panni sporchi dietro l’altare: il sacro offre sempre ottimi tendaggi antimemoria. “Ricordare la guerra è divisivo”, bisbiglia qualcuno a Palazzo Chigi, ed ecco pronta la soluzione: un lutto-wash che smacchia la coscienza con un’unica passata di incenso.

I cronisti esperti giurano che l’operazione “Decoro totale” prevede fischietti da distribuire ai reparti dell’Esercito – non per suonare, ma per impedire fischi al ministro di turno – e maxi tabelloni che ripetono il mantra: “Festeggiare è peccato, commemorare è concessione di Stato”. Vengono poi suggerite alternative creative: processioni con lumini led a basso consumo (l’emergenza energetica non va in vacanza), oppure letture monotono del “Diario di Mussolini adolescente” per ristabilire l’equilibrio karmico.

E guai a chi osa ricordare la Liberazione come vittoria popolare: più chic parlare di “incidenti tra fronti opposti conclusi da un esodo spirituale”. Così non si offende nessuno, tranne forse la logica. Alla fine saremo tutti invitati a un brindisi di acqua minerale – bollicina? Troppo festosa – mentre un coro gregoriano intona una cover morigerata di “Fischia il vento”. Che meraviglia: l’Italia libera, ma a bassa voce, perché la libertà è bella solo se non disturba.

E allora viva la sobrietà istituzionale, quella che fa sparire la Storia dietro il catafalco di turno. Ma tranquilli: il 26 aprile torneremo a far baccano negli stadi. Tanto, si sa, i morti di ieri valgono un giorno, i morti del 1945 solo se non rovinano la diretta.