100 pensieri per i 100 anni di Edgar Morin

di Santa De Siena

E’ difficile parlare di intellettuale di fama mondiale come Edgar Morin e riuscire a dire qualcosa di originale, qualcosa che non sia già stato detto e scritto. Tale è l’abbondanza di lavori su uno dei più grandi, prolifici e longevi pensatori del Novecento. Pubblicazioni, recensioni, libri, articoli, saggi, riflessioni, interviste, video, seminari, tesi di laurea, lectio Magistralis, centri studio, monografie, omaggi, documentazioni, bibliografie e  prolusioni sono stati resi nel corso della sua lunga vita al più grande intellettuale e umanista vivente. Per non parlare delle onorificenze, delle premiazioni e delle Lauree Honoris Causa ricevute dalle più prestigiose Università di tutto il mondo. Merito anche di un’industria culturale amplificata dai media moltissimi dei materiali sono reperibili su blog, riviste on line, diffusi e rimbalzati sui mille rivoli della rete. Che cosa avrebbe di così originale allora la pubblicazione dal titolo “Cento Edgar Morin” (Edizioni Mimesis, 2021), l’ultimissimo omaggio collettaneo offerto da 100 autori e autrici italiane per festeggiare il compleanno dei 100 anni di un pensatore ormai universalmente riconosciuto come Un umanista planetario? Quale la sua diversità oltre all’eccezionalità dell’evento? “Cento Edgar Morin” è un network di testi scritti da 100 pensatori e pensatrici diversi per linguaggio, stile di pensiero, interesse, campo di indagine, contesto culturale rigorosamente italiani che insieme creano un’unica rete ipertestuale dalla quale emerge, quella che lo stesso Morin definirebbe una unitas multiplex, una ‘unità nella complessità’,  una trama composta da fili di idee e pensieri differenti intrecciati che convergono tutti nel tessere una policentrica centralità complessa: l’ecosistema culturale moriniano. Dalla tessitura si evince con nitida chiarezza come ciascuno a suo modo sia a proprio agio in quell’universo cognitivo, libero di eseguire le note del proprio spartito, note che insieme creano una polifonica sinfonia sapientemente orchestrata da un maestro d’eccezione qual è Mauro Ceruti. Varca i confini europei il vastissimo pubblico che ha studiato, conosciuto, apprezzato, amato e stimato e perché no qualche volta anche criticato uno dei più illustri pensatori, noto per la sua dialogica comunicativa e per la sua affabile convivialità. C’è chi, nel corso della propria vita intellettuale ha incontrato l’antropologo Morin de L’homme et la mort (tr. it. 2021), o il sociologo dell’industria culturale de L’Esprit du temps (1962, tr. it. 2017). Chi l’ha conosciuto negli anni sessanta impegnato nel ripensamento critico della nouvelle gauche con la rivista “Arguments” (1956-’62), e chi ha vissuto la svolta epistemologica de Le paradigme perdu. La nature humaine (tr. it. 2019), e chi lo ha seguito nell’evoluzione genesica degli anni di Palo Alto che ha condotto – nello straordinario sforzo teorico di sfidare Cartesio sul piano epistemologico – alla monumentale opera  de La Methode (1977-2004). Anni che sono stati per Morin intensi e generativi di una visione sistemica e pluridisciplinare nella quale le istanze della biologia, antropologia, sociologia, fisica, cosmologia hanno trovato convergenza nel nuovo paradigma di complessità. Un paradigma che ha aperto a una nuova era del sapere, al superamento della secolare scissione tra natura e cultura causata dagli specialismi disciplinari e dai dualismi riduzionistici, per riconoscere finalmente le connessioni e le interdipendenze tra le discipline nei saperi situati. Con il pensiero della complessità Morin non ha inaugurato soltanto una nuova visione e organizzazione del sapere eco-sistemicamente inteso, costringendo a cambiarne statuti, metodi e linguaggi del monismo disciplinare, ma ha istituito nuovi regimi discorsivi, una nuova filosofia di vita e un nuovo stile cognitivo, dimostrando come solo intrecciando in modo transdisciplinare le conoscenze si possa pedagogicamente dar vita a una “Tête bien faite” (tr.it.2000), a un sapere critico capace di comprendere, pensare e vivere la globalità, di applicarle alle dinamiche intersistemiche nel tempo della mondializzazione. C’è chi ha incrociato Morin durante il suo impegno antitotalitario prima ed europeista poi in Pensare l’Europa (tr.it.1988), gli anni della speranza alla fine della guerra fredda durante i quali con parole privilegiate ci ha esortati a “turbare il futuro”, a dare nuova vita a una democrazia “esangue”, imbarbarita da un giornalismo produttore sociale di ignoranza e uscire finalmente dall’ “età del ferro planetaria”. Sociologo brillante certo ma con lo sguardo problematizzante del filosofo attento alle trasformazioni epocali provocate dagli “eventi” e dall’evoluzione scientifica e tecnologica, dal carattere impositivo della Gestell che accresce mostruosamente il potere dell’umano. Sempre molto critiche ma costruttive le ipotesi riflessive di chi non si lascia irretire dai falsi progressi e dalle futili illusioni, pronto a denunciare e smascherare, a intervenire nello spazio pubblico con articoli e interviste sulle questioni più cogenti, a scorgere l’ambivalenza dei processi analizzati nelle molteplici dimensioni: dal terrorismo all’intolleranza, dalla guerra alla democrazia, dall’ambiente alle disuguaglianze. Con lo sguardo del grande pensatore sempre rivolto al tutto, non ha mai perso di vista l’Oikos, il comune destino della nostra Terra-Patria (tr.it.1994) per guardare al futuro e, come Voltaire, andare “oltre” le tristi vicende umane. Suggerendoci La Via per l’avvenire dell’umanità (tr.it.2012). Con la quale ci ha insegnato che nei mondi vitali delle idee, della società, della natura, della conoscenza, dell’etica, dell’umano e del bios, agisce la stessa eco-logica del vivente, ed è perciò fondamentale avviare una “riforma del pensiero” per ristabilire le interconnessioni sistemiche spezzate dal pensiero riduzionista, per me ritenuto maschilista e patriarcale, e superare le aberrazioni che l’antropocentrismo, con il suo razionalismo estremo, ha stabilito tra i mondi del vivente.  Molti altri e altre hanno incontrato il suo “Pensiero ecologizzato” nel quale ha posto l’urgenza per l’umanità di emanciparsi dalle categorie del moderno e dalle illusioni della certezza per acquisire una comune “coscienza ecologica planetaria” in grado di affrontare con spirito corale di “comunità di destino” le sfide imposte dalle policrisi incombenti, prima fra tutte la crisi ecologica che porta con sé il rischio catastrofico della morte della biosfera. A evitare quel “Collasso”, come l’ha definito Jared Diamond, con il quale le società scelgono come vivere o morire.  Infine, c’è chi lo ha conosciuto come filosofo della resistenza alla crudeltà del mondo (La fraternità, perché?, 2020). Ma per chi conosce a fondo il suo pensiero sa bene che non c’è stata una vera e propria svolta o transizione verso la filosofia, perché i temi, gli interrogativi, le riflessioni sull’umano e sul suo incerto e misterioso destino planetario, l’ideale cosmopolitico, il richiamo costante alla solidarietà, al ”radicamento terrestre” per una identità e una cittadinanza  globali sono tutti inscritti e costantemente richiamati in ogni sua opera. Un vastissimo repertorio di pubblicazioni, tradotto in moltissime lingue, come dimostra la Bibliografia ragionata completa curata da Sergio Manghi inclusa nel testo celebrativo. La costruzione di un’etica antropologica, di un’etica planetaria, le riflessioni filosofiche sull’umano, le ricerche sulla natura della vita e dell’uomo visto, nella sua duplice veste di sapiens/demens, il richiamo costante alla nostra “radicalità terrestre” fanno di Morin un intellettuale indefinibile con una semplice formula. Perché, nel corso della sua longeva vita intellettuale non è stato soltanto un sociologo o un pedagogista o un epistemologo, che ha inventato con la sua euforia lessicale un nuovo linguaggio; non è stato solo un’artista, poeta o narratore autocritico, che con grande autoironia ci ha narrato i suoi “Demoni”, ma un pensatore “complesso”, sistemico ma non sistematico, che aspira alla conoscenza multidimensionale ma non all’onniscienza, consapevole della falsità dell’intero sostenendo con Theodor W. Adorno che: “La totalità è la non verità”. I cento pensieri di “Cento Edgar Morin” provano  a delineare la figura di questo straordinario pensatore eclettico e passionario, riconoscendo in lui un “Umanista planetario” che con le sue riflessioni sulla complessità del vivente ha nutrito il nostro immaginario collettivo. Ormai le sue idee ci abitano in profondità e determinano il nostro stare al mondo con la consapevolezza che non siamo esseri singolari o eccezionali, ma siamo tutti esseri “ecodipendenti” e responsabili del destino del mondo, perciò in grado di comprendere la cifra etica oltre che euristica del suo pensiero della complessità. Grazie al quale oggi siamo in grado di comprendere da noi di come l’ecologia, la cosmologia, l’antropologia, le scienze della Terra, l’economia, l’astronomia abbiano come oggetto il sistema complesso della vita inteso come un tutto organizzatore e siano strettamente collegate al nostro modo di vivere e pensare il nostro rapporto con il pianeta. Ci permette di comprendere come un pensiero che isola e separa, che distingue e discrimina sia un pensiero di dominio e di potere.  E come, alla luce dei disastri ambientali ed ecosociali perpetrati dall’Antropocene, il paradigma di semplificazione sia oramai divenuto indifendibile. Un paradigma che si è rivelato, a mio giudizio, di dominio, scientificamente sbagliato, basato su una logica meccanicistica, fisicalista e binaria, costruito sull’eccezionalismo dell’anthropos, su uno specismo individualista di genere razzista e maschilista; epistemologicamente organicistico, economicamente colonialista e distruttivo, ecologicamente insostenibile, politicamente antidemocratico e, soprattutto, culturalmente gerarchizzante e socialmente patriarcale. La teoria della complessità moriniana ci ha insegnato ad abitare poeticamente la terra e con la sua saggezza sistemica a “pensare come pensa la natura”, direbbe G. Bateson, mostrandoci come ci sia un’interdipendenza teorica e pratica tra le scienze e la realtà, come il “tutto sia di più della somma delle parti” e non c’è più alcun dubbio di come l’umano con le sue azioni sia divenuto una forza geologica distruttiva più forte della stessa natura.  L’ecocidio del nostro pianeta come l’ipertecnologizzazione della vita dipendono, secondo Morin, dal fatto che l’umanità si percepisce e continua ad agire come se fosse altro dall’ambiente, come se non fosse essa stessa natura. A testimoniarlo è la prima grande  crisi pandemica dell’Antropocene che ci ha colpito, una megacrisi ecologica che per Morin è “il sintomo brutale” della crisi della vita terrestre; una crisi biologica e sanitaria globale, ampiamente prevista e annunciata da quasi vent’anni da scienziati e ambientalisti di tutto il mondo e in particolare da virologi ed epidemiologi, poiché strettamente collegata alla crisi economica e finanziaria, alla perdita di valore della natura sempre più assoggetta alla logica del profitto. Pertanto la pandemia non è un accidente, una malattia, ma una “crisi di civiltà” prodotta dalla crisi della nostra civiltà umana che sappiamo essere connessa al modello di sviluppo di consumo e produzione imposto dal neoliberismo con i violenti processi di aggressione e sfruttamento selvaggio degli ecosistemi, con gli allevamenti intensivi, gli immensi mercati alimentari, le sterminate periferie urbane del pianeta, le emissioni di gas serra, tutte concause che hanno spinto verso quei cambiamenti climatici che stanno stravolgendo gli ecosistemi (micro)biologici.  C’è pertanto una relazione strettissima tra le deforestazioni selvagge, l’inquinamento chimico-fisico sempre più onnipervasivo e il proliferare di megalopoli in cui decine di milioni di esseri umani vivono in condizioni di miseria e promiscuità senza precedenti nella storia, per non dimenticare l’odio fratricida e le guerre per l’accaparramento delle risorse imposti all’umanità dalla logica della crescita illimitata dettata dalla falsa idea di progresso. L’esperienza del Coronavirus ci interroga su cosa significa ‘essere di questa terra’ (B. Latour, 2019) e ci insegna che l’imprevedibile è sempre possibile. Che dopo ‘l’intrusione di Gaia’ per dirla con Isabelle Stengers (2021) tutto è cambiato e nulla sarà come prima. Da ciò nasce il richiamo moriniano a rigenerare l’umanesimo, a “Cambiare strada” e acquisire oltre a una buona dose di realismo e utopia anche una “ragione sensibile” e complessa, ripudiando la ragione gelida del calcolo e del profitto. Una razionalità complessa che integri con creatività vivente verità, libertà e amore. Spirito assolutamente necessario perché come afferma Arundhati Roy : “un mondo diverso non può essere costruito da gente indifferente”. Perciò Morin avverte che non basta dirsi umanisti ma bisogna sentirsi consapevolmente responsabili dell’avventura terrestre che stiamo vivendo, percepire la nostra precarietà e la vulnerabilità del vivente, dunque capaci di integrare l’amore per l’umanità. Perché l’amore “è la più forte e la più bella delle relazioni intersoggettive che conosciamo” (Cambiamo strada, 2020, p. 109). Pertanto, essere umanisti non significa soltanto “pensare che facciamo parte di questa comunità di destino, che siamo tutti umani essendo tutti differenti, né voler sfuggire alla catastrofe e aspirare a un mondo migliore; significa anche sentire nel più profondo di se stessi che ciascuno di noi è un momento effimero, una parte minuscola di un’avventura incredibile che, perseguendo l’avventura della vita, realizza l’avventura umanizzante iniziata sette milioni di anni fa, con un’infinità di specie che si sono succedute fino all’arrivo di Homo sapiens” (p. 119). Con questo messaggio di pace e di speranza facciamo gli auguri di Buon Compleanno a un uomo speciale e vidalico che ha vinto la sfida delle sfide: vivere cento anni. Con la speranza che nel 2022 saremo in 101 a scrivere il nostro contributo per festeggiarlo e ringraziarlo.

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