Visti da vicino. Da non perdere: “Il Suicidio” di Émile Durkheim. Un esempio di analisi multivariata

Uno degli studi più famosi di Durkheim riguarda il suicidio (“Il suicidio“. Studio di sociologia – 1897): pur sembrando in apparenza un atto soggettivo, imputabile a incurabile infelicità personale, Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano un’influenza determinante al riguardo, soprattutto ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori. Durkheim scarta le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico; ammette che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la forza che determina il suicidio non è psicologica, bensì sociale. Elenca i modi di suicidio in quattro tipi:

  1. Il suicidio egoistico si verifica a causa di una carenza di integrazione sociale. Durkheim aveva analizzato le categorie di persone che si suicidano, e aveva notato che in presenza di legami sociali forti (appartenenza a comunità religiose, matrimonio, ecc.) il tasso di suicidio è notevolmente ridotto, se non assente. Secondo Durkheim dunque, il suicidio di tipo egoistico è causato dalla solitudine con la quale l’individuo non integrato si trova a dover affrontare i problemi quotidiani.
    2: Il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l’imperativo sociale (ricordiamoci che per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c’è la vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto marito (Sati), o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non salvarsi e di morire affogando insieme alla nave.
  2. Il suicidio anomico (norma con l’alfa privativo = assenza di norme), tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.
  3. Il suicidio fatalista, è tipico di un eccesso di regolamentazione, di una sorta di dispotismo morale esercitato dalle regole sociali, di un eccesso di disciplina che chiude gli spazi del desiderio.
    La corrente suicidogena come Durkheim l’ha chiamata, presuppone anche un coefficiente di preservazione, cioè delle condizioni soggettive che diminuiscono o aumentano la probabilità del suicidio. Per esempio, Durkheim ha notato che i cattolici hanno un coefficiente di preservazione maggiore rispetto ai protestanti (in pratica si suicidano di meno) e che le donne sposate hanno un coefficiente di preservazione più alto rispetto alle nubili; tuttavia, in questo caso, superata una certa età, il coefficiente di preservazione si tramuta nell’opposto, divenendo così coefficiente di aggravamento, in quanto le donne di età avanzata non sono più soddisfatte dall’avere un marito, quanto dall’avere dei figli.

La religione

Determinante è stato il suo influsso nella ricerca della storia delle religioni: individuò infatti negli elementi del religioso l’espressione della volontà sociale, che si concretizza nel concetto di sacro (inteso come “separato” dalla realtà che gli si oppone, il profano). Durkheim analizza la religione ne Les Formes élémentaires de la vie religieuse (Le forme elementari della vita religiosa, 1912), in cui la religione viene descritta come “cosa eminentemente sociale”. Quando un certo numero di cose sacre sono in rapporti di coordinazione e subordinazione per costituire un’unità, il sistema di riti e credenze costituisce una religione. Durkheim definisce la religione come “un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, cioè separate e interdette, le quali uniscono in un’unica comunità morale, chiamata Chiesa, tutti quelli che vi aderiscono”. Essendo l’idea di religione inseparabile dall’idea di chiesa, Durkheim ne deduce che la religione deve essere una cosa eminentemente collettiva. In questa definizione Durkheim evita riferimenti al soprannaturale o a divinità. Non tutte le religioni, infatti, presentano il soprannaturale, né tutte presentano divinità, che sono infatti assenti nel Buddismo e nel Giainismo. I fenomeni religiosi si collocano in due categorie fondamentali: le credenze e i riti. Le prime sono stati d’opinione, e consistono di rappresentazioni, i secondi costituiscono tipi determinati di azione. Le rappresentazioni religiose costituiscono rappresentazioni collettive che esprimono delle realtà collettive; i riti costituiscono modi di agire che sorgono in mezzo a gruppi costituiti e sono destinati a suscitare, a mantenere o a riprodurre certi stati mentali di questi gruppi. L’aspetto caratteristico del fenomeno religioso è il fatto che esso presuppone sempre una divisione dell’universo conosciuto e conoscibile in due generi che comprendono tutto ciò che esiste, ma che si escludono radicalmente: sacro e profano. Le cose sacre sono quelle protette e isolate dalle interdizioni; le cose profane sono invece quelle a cui si riferiscono queste interdizioni, e che debbono restare a distanza dalle prime. Le credenze religiose sono rappresentazioni che esprimono la natura delle cose sacre e i rapporti che essi hanno tra loro e con le cose profane. I riti sono infine regole di condotta che prescrivono il mondo in cui l’uomo deve comportarsi con le cose sacre. Il rito è l’azione sacra per eccellenza. Ci accorgiamo che c’è il rito dall’interdizione; non ci si può comportare nello stesso modo nel mondo profano. Il rito esprime la divisione, opposizione e non contrapposizione del sacro dal profano, soprattutto in spazio e tempo. I riti sono anzitutto i mezzi con cui il gruppo sociale si riafferma periodicamente; la società usa i miti per formarsi. La magia è costituita anch’essa da credenze e da riti. Come la religione, essa ha i suoi miti e le sue credenze; ha le sue cerimonie, i suoi sacrifici, le sue preghiere, i suoi canti e le sue danze. Gli esseri che invoca il mago, le forze che egli mette in opera, non soltanto hanno la stessa natura delle forze e degli esseri a cui fa appello la religione, ma spesso sono del tutto identici. La magia è però in opposizione o in lotta con la chiesa. Essendo per sua natura una pratica privata e quasi segreta, la magia non può essere paragonata alla religione, che è un fenomeno sociale e prettamente collettivo. Critiche alla teologia:

  1. Critica all’idea teologica che spiega un fatto con la funzione che assolve, in questa tendenza si pensa alla società come a una serie di soggetti; Durkheim afferma che l’associazione (fatto-funzione) è produttiva ma non riconducibile al solo essere umano.
  2. Un fatto A si spiega con un fatto X che lo precede e lo determina meccanicamente, per D. in sociologia la spiegazione deve essere causale, la causa determina l’effetto, un aggregato di elementi determina un fatto sociale.

Visione d’insieme

Pur se oggetto di varie confutazioni, anche da parte dei suoi continuatori come il nipote Marcel Mauss e Claude Lévi-Strauss, Durkheim ha segnato una tappa fondamentale all’interno del panorama della sociologia contemporanea. Le teorie di Durkheim fanno parte delle teorie olistiche, che considerano la società come un organismo indipendentemente dai singoli elementi che la compongono. Per questo non considera affatto la situazione psicologica degli attori sociali considerandoli come elementi funzionali al mantenimento del sistema stesso. Il sistema deve preservarsi sia dai mutamenti interni, dovuti alle forze centrifughe che portano ad uno spostamento degli elementi verso l’esterno, e dai mutamenti esterni dovuti alle forze perturbatrici che minano l’ordine del sistema. Durkheim attribuisce un valore assoluto alle strutture cristallizzate e cristallizzanti dell’organismo sociale considerando tutto il resto funzionale al mantenimento dell’equilibrio di tale organismo. A tal proposito non attribuisce la responsabilità delle correnti suicidogene alle strutture sociali che non si presentano in grado di svilupparsi parallelamente all’emergere dei bisogni degli individui, ma attribuisce la responsabilità del suicidio ad una scarsa integrazione dei singoli attori all’ordine del sistema, senza pertanto analizzarlo come un problema derivante da uno stato psicologico, bensì da una scarsa capacità di porsi in linea con le dinamiche del sistema. In questa opera, Durkheim riporta i risultati di un’analisi secondaria condotta su una serie di statistiche raccolte nei principali paesi d’Europa tra il 1841 ed il 1860 o su materiale già pubblicato sull’argomento, come ad esempio l’opera di Morselli del 1879. Le statistiche, consultate da Durkheim, sulle frequenze del suicidio mostrano immediatamente che il tasso sociale di suicidi1 in una determinata popolazione è relativamente costante2. Allo stesso tempo il sociologo riscontra che il tasso di suicidi varia notevolmente da paese a paese e anche se, anno per anno, avanza ovunque gradatamente ed in modo regolare, la distanza riscontrata tra paesi rimane costante. Sulla base di queste due constatazioni, egli ipotizza che l’insieme dei suicidi, verificatosi in una data società ed in un determinato arco di tempo, non sia una semplice somma di unità indipendenti, bensì un fatto sui generis, con una propria natura essenzialmente sociale, indipendente dalle decisioni individuali delle persone che si suicidano: «ogni società è [quindi] predisposta a fornire un contingente determinato di morti volontarie» (1895/1963, 71). L’indagine che conduce il sociologo francese è di tipo ecologico, dal momento che indaga come il tasso di suicidi varia in aggregati territoriali diversi; tuttavia non avendo ancora a disposizione lo strumento della matrice dei dati, non raccoglie le informazioni in modo sistematico e cambia di volta in volta unità di analisi riflettendo su dati raccolti ora su stati nazionali, ora su regioni, ora su province. Nonostante i pochi strumenti a sua disposizione, Durkheim riesce a gestire una grande mole di dati statistici e a svolgere un tipo di analisi molto dettagliato e sicuramente sofisticato per i suoi tempi. Mediante l’impiego delle variazioni concomitanti ideata da Stuart Mill (1843) – quindi di una sorta di analisi delle correlazioni ante litteram – egli fornisce infatti il primo esempio in grande stile di impiego dei principi fondamentali dell’analisi multivariata (Ricolfi, 1993, 17); in particolare, come tra breve vedremo, nel corso di questa analisi, pur non rispettando tutti i requisiti logici, Durkheim arriva a specificare dei modelli introducendo progressivamente variabili diverse, per spiegare o controllare relazioni già emerse; scopo ultimo di questo procedimento è stabilire dei parallelismi regolari e costanti nelle variazioni del suicidio e sulla base di questi inferire eventuali relazioni casuali tra la variazione del tasso dei suicidi e un dato fenomeno sociale antecedente che potrebbe esserne la causa (Statera, 1997, 314-315).

Ne Il Suicidio, Durkheim dà un ulteriore contributo allo sviluppo dell’analisi trivariata e multivariata usando non solo proprietà manifeste e direttamente rilevabili con una variabile, ma anche proprietà latenti, cioè sottostanti, nascoste e soprattutto inosservabili (Ricolfi, 1993, 66). Nonostante quindi la sua impostazione induttivista, ben esplicitata ne Le Regole del metodo sociologico, in base alla quale ogni affermazione non può che basarsi sui dati empirici, quando non ha dati per controllare una relazione fra due variabili, Durkheim si affida alla sua interpretazione e soprattutto a un lavoro di tipo semantico che non può avere riscontro empirico.
Egli usa quindi queste proprietà non direttamente rilevabili come terze «variabili» in conclamate covariazioni per controllarle. Nel paragrafo precedente abbiamo notato come il grado di integrazione religiosa che egli usa come «variabile» antecedente nella relazione (spuria) fra «livello di istruzione» e «tasso di suicidi» e come «variabile» interveniente nella relazione (interpretata) fra «tipo di religione» e «tasso di suicidi» non sia una proprietà direttamente rilevabile; non esiste cioè una fonte da cui estrarre quell’informazione. Inserendo queste proprietà latenti, che egli assume stiano dietro a certi dati rilevati, non fa altro che interpretare, cioè usare la propria conoscenza per dare senso a delle relazioni.
L’incontro di Durkheim con queste dimensioni latenti anticipa i tempi della riflessione che nel corso del XX secolo sarà fatta sul rapporto fra linguaggio teorico e osservativo e sul rapporto di indicazione. Appare interessante pertanto ricostruire le riflessioni che l’autore fa a tal proposito, tenendo sempre presente che egli non parla di rapporto di indicazione, né ha a disposizione il bagaglio concettuale e terminologico che verrà sviluppato in seguito sull’argomento.
In primo luogo Durkheim non distingue il rapporto di indicazione con quello di causa ed effetto. Dato il principio del rapporto di causalità, secondo il quale «ad uno stesso effetto corrisponde sempre una stessa causa» (Durkheim, 1895/1963, 119), il sociologo francese assume le cause o gli effetti di un fenomeno come suoi indicatori. Egli pertanto vincola empiricamente il rapporto fra la dimensione latente e le proprietà che servono per rilevarla.
Possiamo rintracciare alcuni esempi di quanto asserito nella sua analisi delle cause sia del suicidio egoistico sia del suicidio anomico. Rispetto al suicidio egoistico, egli rileva empiricamente alcuni aspetti, quali l’essere o no coniugati, la presenza o l’assenza di figli e la densità familiare, e li usa come variabili indipendenti per rintracciare le cause del tasso di suicidio. Trovando, con l’analisi, che ognuno di questi aspetti ha lo stesso effetto sul tasso di suicidi, interpreta che è il grado di integrazione che questi favoriscono a influenzare il tasso, individuando così una causa unica del tasso. Durkheim assume quindi che questi aspetti della società familiare favoriscono o sfavoriscono l’integrazione della società stessa, ma allo stesso tempo afferma che essi sono segnali di un certo grado di integrazione.
Il caso del suicidio stesso è un esempio più che eloquente: concludendo il suo lavoro egli sostiene che l’anormale tasso di suicidi è causato dalle condizioni di anomia e egoismo – quindi anche di assenza di integrazione – caratteristiche della fase attuale della società moderna, e proprio per questo denota lo stato di turbamento di questa società. Durkheim addirittura scrive che la variazione del tasso di suicidi misura questo stato di crisi. Il tasso di suicidi è quindi allo stesso tempo effetto dell’assenza di integrazione e indicatore di questa.
Anche Lazarsfeld (1958), focalizzando l’attenzione sulla funzione esplicativa degli indicatori, «mostra di collocare sullo stesso piano il rapporto di indicazione […] e un qualsiasi rapporto empirico (di covariazione o causazione) fra concetti di proprietà» (Landucci e Marradi, 1999, 155). Peraltro, anche se un indicatore può essere considerato una causa o un effetto del concetto che sta ad indicare, il rapporto di indicazione e la relazione causale stanno su due livelli diversi. Il primo è di natura semantica ed è sottoponibile a controllo empirico solo in forma indiretta e mediata dalle valutazioni del ricercatore e della comunità scientifica; la seconda invece «si raffigura in un modello e si sottopone direttamente a controllo empirico» (ibidem).
In secondo luogo, Durkheim non rileva sempre allo stesso modo la dimensione latente.
In alcuni casi la dimensione latente emerge da un insieme di variazioni fra variabili semanticamente affini (Ricolfi, 1993). Un esempio di questo procedimento è il caso dell’integrazione della società familiare (dimensione latente) di cui abbiamo appena parlato: essa emerge mettendo in relazione lo «stato civile», la «presenza/assenza di figli» e il livello di «densità familiare» con il «tasso di suicidi». In questo caso le proprietà che possiamo considerare indicatori della dimensione latente vengono rilevate empiricamente. Questo procedimento durkheimiano ricorda quello, ben più recente, attuato da Lazarsfeld (1958/1969, 43), definito «procedura diagnostica», che si fonda sulla covarianza fra gli indicatori che permette di arrivare alla formazione del concetto generale e al suo significato, inferendo da un tratto sottostante che emerge (Lombardo, 1999, 102-113).
In altri casi, invece, Durkheim ha in mente la dimensione latente e cerca delle proprietà che ne diano qualche segnale (e che rintraccia nelle sue cause). In questo senso la sua procedura assomiglia a quella lazarsfeldiana della riduzione della complessità teorica (Lazarsfeld e Rosenberg, 1955; Lazarsfeld, 1958).
Il procedimento lazarsfeldiano presenta tuttavia delle sostanziali differenze con quello durkheimiano. Per Durkheim, ma non per Lazarsfeld, il linguaggio teorico si traduce completamente in quello osservativo. La dimensione latente non è altro che il suo modo di rilevarla. Ad esempio l’integrazione corrisponde alle variabili che la fanno emergere. Durkheim abbraccia cioè quella che è stata definita la tesi della «semantica estensionale» – cioè un’interpretazione meramente estensionale del linguaggio – secondo la quale i segni ottengono il loro significato dalla corrispondenza con gli oggetti esterni, «intesi oggettivamente, cioè indipendentemente dalla comprensione di un qualsiasi organismo: la mente è un mero specchio della natura» (Lakoff, 1987, xii e xiii). Egli schiaccia cioè il linguaggio sul mondo, espungendo il pensiero, i concetti. Nel corso dell’opera, infatti, sono scarse le considerazioni semantiche a proposito del legame fra la dimensione latente e le proprietà che la fanno emergere.
Durkheim ad esempio non valuta il fatto che l’analisi statistica di relazioni fra variabili rileva soltanto una loro variazione concomitante e che l’individuazione della presenza di una dimensione latente sottostante è in ogni modo lasciata al lettore dei dati. Ricercatori diversi potrebbero pertanto leggere in quella dimensione latente un significato diverso. La sua analisi dei dati gli ha permesso ad esempio di rilevare soltanto una covariazione fra «stato civile», «presenza/assenza di figli» e «densità familiare», ma non gli ha fornito il concetto sottostante. Solo la sua conoscenza e la sua interpretazione del contesto sociale che stava studiando gli hanno permesso di trovarci la presenza di integrazione della società familiare.
Allo stesso modo, egli non si pone quasi mai il problema di capire quanto e come le proprietà con le quali cerca di rilevare la dimensione latente ne coprano l’intensione, quasi a darlo per scontato12. In tutta l’opera abbiamo trovato solo un tentativo di valutare la validità (Marradi, 1980, 36) di alcuni indicatori di un concetto che non poteva essere rilevato direttamente: l’amore per l’istruzione13. Se avesse parlato in termini diretti di indicatori avrebbe pertanto sostenuto la concezione di un rapporto tra concetto-indicatore e concetto-indicato di tipo deterministico e ontologico.
Per Lazarsfeld, invece, nelle scienze sociali, ancora immature e mancanti degli strumenti precisi di rilevazione posseduti dalle scienze naturali, non è possibile tradurre completamente il linguaggio teorico su quello osservativo. Il suo procedimento, che consente di arrivare alla rilevazione empirica dei concetti, si basa infatti su vari passaggi di riduzione della complessità teorica, in cui il ricercatore svolge un ruolo unico. Il rapporto di indicazione tra il concetto fondamentale e ogni indicatore non esiste pertanto in natura ma lo stabilisce il ricercatore. Per questo Lazarsfeld lo definisce in termini di probabilità e non di certezza (Lazarsfeld, 1958/1969, 43).
Sono invece due filoni di pensiero successivi a Durkheim che si avvicinano alla sua impostazione: l’operazionalismo di Bridgman e la tesi ristretta dell’empirismo, rintracciabile soprattutto nella prima fase del Circolo di Vienna: che i termini osservativi siano composti da operazioni (Bridgman), da stati di cose (Wittgenstein), dall’Erlebnisse (Carnap), da dati di fatto (Schlick) o da fatti sociali (Durkheim), la validità del sapere scientifico risiede sempre nella possibilità di stabilire un’identità strutturale tra i fatti e le proposizioni che li descrivono. Lo sviluppo naturale di una semantica strettamente estensionale è quindi l’oggettificazione del linguaggio, dal momento che si pone l’accento «sull’isomorfismo fra realtà e linguaggio», e si mostra il totale «disinteresse per la funzione simbolica del linguaggio», fino a considerarlo «mero fatto fisico» (Statera, 1967, 17 e 42). Secondo la prospettiva della tesi ristretta dell’empirismo, infatti, la nozione di traducibilità non è distinta da quella di definibilità, che era intesa come completa sostituzione del definiendum con il definiens14. La prima produzione di Schlick, Carnap, Wittgenstein e gli altri viennesi era dettata dall’assunto empirista secondo cui l’unica fonte di conoscenza è l’esperienza e dal fatto che solo la verifica empirica dà significato agli enunciati. Si arriva infatti ad equiparare il significato di una proposizione con il metodo seguito per verificarla (Marradi, 2007, 30-34).
Nonostante Durkheim reputi centrale l’esperienza empirica, l’individuazione di proprietà che possono essere considerate indicatori di dimensioni latenti non corrisponde sempre alla loro rilevazione empirica. Rispetto al grado di integrazione religiosa, ad esempio, egli rileva – come vedremo successivamente in questo paragrafo – solo due indicatori fra i tanti individuati e assume la presenza di uno stato o di un altro degli altri indicatori15. In questi casi quindi tutto il procedimento di indicazione dei concetti avviene a livello teorico, basandosi sulle conoscenze già acquisite dei fenomeni che quindi dà per assunte. Paradossalmente con il suo procedimento egli non fa altro che dare forza alla concezione della natura semantica del rapporto fra indicatori e dimensione latente; inoltre, il fatto che sia Durkheim stesso a decidere che quelle proprietà, rilevate o non rilevate empiricamente, sono segnali di un concetto più complesso, mette in evidenza come questo rapporto sia stipulativo (Lazarsfeld, 1958/1969, 43; Marradi, 2007, 169).
Infine, Durkheim non completa il procedimento lazarsfeldiano di riduzione della complessità (Lazarsfeld, 1958/1969, 43): non rilevando tutte le proprietà legate a una dimensione latente, non trasformandole in variabili e non avendo gli strumenti statistici adeguati, ad esempio la matrice dei dati, egli non è in grado di costruire un indice. Ciò non lo esime però dal parlare della proprietà latente in maniera unitaria: ad esempio egli parla ugualmente di integrazione della società familiare nonostante non abbia un costrutto empirico, ma dati rilevati solo su alcune proprietà; oppure inferisce l’assenza di relazione causale fra il tasso di suicidi e alcune variabili indicatori di alcolismo («n. di denunce per abuso di bevande su 100.000 abitanti», «n. di malattie nervose o mentali causate da alcolismo su 100 ammissioni», «n. di litri di alcool venduti per abitante») anche fra il medesimo tasso e il fenomeno nel suo complesso pur non costruendo l’indice. Egli quindi generalizza teoricamente.
L’esempio più chiaro di questo procedimento è relativo al concetto di integrazione religiosa. Gli aspetti che permettono a Durkheim di parlare di integrazione religiosa sono molteplici: il grado di gerarchizzazione del clero, il livello di indottrinamento, il grado di resistenza della tradizione e delle credenze religiose, il n. di fedeli per ministero, il n. di preti sul totale dei fedeli, la presenza o l’assenza del libero arbitrio. Dunque per Durkheim ad esempio nei paesi cattolici c’è più integrazione perché il cattolicesimo prevede un clero fortemente gerarchizzato, un alto livello di indottrinamento, salde credenze tradizionali e accettazione del libero arbitrio in proporzione ben più bassa rispetto alla religione protestante, un più alto numero di fedeli per ministero e un più alto numero di preti per fedeli rispetto ai paesi protestanti. Pur non rilevando tutti questi indicatori di integrazione (egli rileva empiricamente solo il «n. di fedeli» e il «n. di preti»), non facendo una covariazione fra questi e non sintetizzandoli in un indice, cioè non rilevando empiricamente l’integrazione dei singoli gruppi, egli assume che questi gruppi siano più o meno integrati. Egli cioè fa delle affermazioni in base non ai risultati di una rilevazione empirica, ma a sue interpretazioni che provengono da una conoscenza pregressa delle caratteristiche delle religioni e dei paesi che analizza. Il gruppo religioso che egli ritiene essere integrato, i cattolici o gli ebrei, non viene più trattato come un gruppo religioso particolare, ma come una sorta di «indicatore» di un gruppo caratterizzato da una forte solidarietà sociale (Rosenberg, 1968/2003, 209). Quindi gli ebrei e i cattolici hanno un tasso di suicidi più basso rispetto a quello dei protestanti in quanto presentano un grado di integrazione più alto.
L’uso di questa dimensione latente porta quindi il sociologo francese a compiere un tipo di generalizzazione diversa da quella descrittiva, quella che Rosenberg chiama «generalizzazione teorica»(ivi, 205-209)16: «una generalizzazione descrittiva si riferisce alla relazione tra le categorie concrete sotto esame, generalizzate alla popolazione sulla quale il campione è basato. In una generalizzazione teorica le variabili concrete sono viste come indicatori o indici di concetti più ampi».
Durkheim fa una generalizzazione teorica ancora più ampia affermando che un basso grado di integrazione sociale determina un alto tasso di suicidi. Mentre tramite la replica apporta sostegno empirico alla generalizzazione descrittiva, mediante l’esame del tasso di suicidi in gruppi religiosi diversi da quello ebraico (cattolico e protestante) e in gruppi sociali (familiare e politico) diversi da quelli religiosi apporta un sostegno empirico anche alla sua generalizzazione teorica (Rosenberg, 1968/2003, 207-208): i gruppi sociali che presentano un tasso di suicidio più basso sono infatti quelli che secondo l’interpretazione di Durkheim hanno un grado di integrazione più alto. Questi gruppi sociali cioè, come gli ebrei e i cattolici, vengono trattati come una sorta di «indicatori» di gruppi con un forte livello di integrazione sociale.

In conclusione, nelle analisi sul suicidio le dimensioni latenti non diventano mai variabili. Nonostante Durkheim usi ad esempio il grado di integrazione come proprietà che controlla alcune analisi bivariate, essa non può mai essere considerata una vera e propria terza variabile.

Durkheim chi era

Émile Durkheim (Épinal, 15 aprile 1858 – Parigi, 15 novembre 1917) è stato un sociologo, filosofo e storico delle religioni francese. La sua opera è stata cruciale nella costruzione, nel corso del XX secolo, della sociologia e dell’antropologia, avendo intravisto con chiarezza lo stretto rapporto tra la religione e la struttura del gruppo sociale. Durkheim si richiama all’opera di Auguste Comte (sebbene consideri alcune idee comtiane eccessivamente vaghe e speculative), e può considerarsi, con Herbert Spencer, Vilfredo Pareto, Max Weber e Georg Simmel, uno dei padri fondatori della moderna sociologia. È anche il fondatore della prima rivista francese dedicata alla sociologia, L’Année sociologique, nel 1898. Nacque in una famiglia modesta ma erudita di ebrei praticanti e, anche a causa delle responsabilità derivategli dalla morte del padre, rabbino, avvenuta quando lui non era ancora ventenne, sviluppò un carattere impegnato e severo e la convinzione che gli sforzi e le sofferenze contribuissero al progresso intellettuale più delle situazioni piacevoli. L’esperienza di vita di Durkheim fu fortemente condizionata dalla sconfitta della Francia contro la Prussia e gli altri stati tedeschi (Guerra franco-prussiana del 1870-71), infatti a seguito di questa l’Alsazia, terra di origine dei Durkheim, passò alla Germania. A seguito di ciò il padre di Émile, per non divenire suddito germanico, si trasferì a Parigi: fu qui che il futuro sociologo iniziò i suoi studi. I suoi successi scolastici gli consentono di accedere all’École Normale Supérieure, dove studiò filosofia. In questo periodo conobbe Jean Jaurès, futuro leader del Partito Socialista Francese, come lui mosso da principi etici rivolti ai problemi della società. Nel 1882 conseguì l’Agrégation de philosophie e fino al 1887 insegnò in scuole secondarie di Sens, San Quintino e Troyes. Ottenne quindi un insegnamento all’Università di Bordeaux dove diventò professore di filosofia sociale e vi rimase fino al 1902. Successivamente passò alla Sorbona, dove diventò ordinario nel 1906 e dove si occupò con grande impegno di iniziative volte al miglioramento degli insegnamenti. Lo scoppio della prima guerra mondiale, la morte del suo unico figlio sul fronte balcanico e le accuse dei nazionalisti, che gli rinfacciavano di essere di estrazione tedesca e di insegnare una disciplina straniera, prostrarono il sociologo e lo gettarono in un grave stato emotivo, preludio di un ictus che ne causò la morte nel 1917.

Pensiero di Durkheim

Nella teoria di Émile Durkheim i fatti sociali costituiscono l’oggetto della ricerca sociologica. È considerato fatto sociale «qualsiasi maniera di fare, fissata o meno, suscettibile di esercitare sull’individuo una costrizione esteriore; o anche (un modo di fare) che è generale nell’estensione di una data società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali». (Le Regole del Metodo Sociologico, 1895). In altre parole: “I fatti sociali consistono in modi di agire, di pensare e di sentire esterni all’individuo, eppure dotati di un potere di coercizione in virtù del quale si impongono su di lui”. Sono quindi aspetti della vita quotidiana (e sociale, per l’appunto), “rappresentazioni psichiche collettive”, sovraindividuali e coercitive, che coinvolgono un gruppo sociale. Sono sintesi di fattori individuali, ma non la somma di essi. Il potere coercitivo del fatto sociale si esprime in norme, consuetudini, idee collettive, etc. In Le regole del metodo sociologico (1895) Durkheim espresse la sua volontà di individuare un metodo che stabilisse il carattere scientifico della sociologia. Tale metodo non sarebbe stato, però, quello matematico-sperimentale; la sociologia dovrebbe quindi essere metodologicamente autonoma. Durkheim è convinto che la realtà sociale possa essere adeguatamente interpretata soltanto se si è capaci di uscire dal recinto della speculazione teorica per immergersi nell’indagine empirica. Il sociologo, inoltre, deve liberarsi dei suoi preconcetti e studiare i fatti sociali come un osservatore esterno. L’osservazione dev’essere maggiormente imparziale e impersonale possibile, anche se un’osservazione completamente oggettiva non può mai essere ottenuta. Un fatto sociale dev’essere sempre studiato secondo la sua relazione con altri fatti sociali; la sociologia dovrebbe privilegiare la comparazione allo studio di fatti singolari indipendenti. Durkheim è convinto che la sociologia abbia una funzione concreta di diagnosi e cura dei mali della società, proponendo soluzioni per la “guarigione” analogamente a quanto avviene da parte della medicina per la cura delle malattie; l’organicismo di Durkheim, tratto fondamentale del suo pensiero, incanalerà poi gli studi del semiologo inglese Herbert Spencer, che di fatto con Durkheim vedeva il sistema sociale come un essere vivente autonomo. I fenomeni sociali devono essere analizzati con una visione olistica, non singolarmente ma come parti di un tutto, allo stesso modo di come avviene per lo studio biologico di un organismo vivente. Sotto questo aspetto la società è qualcosa di più della somma delle sue parti, cioè degli individui. Coniato come motto del proprio approccio il principio: “Studia i fatti sociali come cose!”, Durkheim presta attenzione allo studio rigoroso degli oggetti e di qualunque evento della società. Durkheim considera i valori e i costumi come un tessuto connettivo per la società. Vi sono alcune regole per studiare i fatti sociali, tra cui la necessità di definire in maniera rigorosa il fenomeno preso in considerazione, assumendo come oggetto i fenomeni precedentemente definiti. Inoltre è necessaria la distinzione tra giudizi di fatto, ovvero la constatazione dei valori oggettivi, e i giudizi di valore, ossia i valori soggettivi. Un altro passo importante è quello di distinguere i fatti sociali in:
1: Normali = fatti diffusi che coincidono con la fisiologia dell’essere sociale.

  1. Patologici = fatti che subiscono modifiche e che non sono comuni.
    Si parla inoltre di anomia, ovvero l’assenza di leggi che regolino la società. Esistono due criteri fondamentali per vedere se un fatto è normale o patologico:
  2. Criterio della diffusione: verificare quanto è diffuso il fatto.
  3. Criterio dell’osservazione: osservare il livello di sviluppo della società.

Il reato

Per Durkheim il reato in campo individuale e sociologico è un’azione di adattamento soggettivo nei confronti di comportamenti soggettivi che violano le regole della società civile. Quando nasce l’idea secondo cui un’azione può essere classificata reato? Quando una legge sociale viene imposta per definire la sua violazione come reato. Quando questa legge viene imposta noi ci troviamo nella condizione secondo cui c’è la necessità di impedire ad alcune persone di rivendicare qualche cosa che ritengono un loro diritto. Si vuole impedire a delle persone di fare delle azioni che entrano in conflitto con interessi di altre persone che hanno la forza per imporre loro di non farle. Per ogni reato si infligge una pena poiché si sono violate le coscienze collettive. Per questo secondo Durkheim deve esistere una legge universale coerente e rispettabile, che quindi possa portare al bene sociale.

Costruzione dei tipi sociali

Esistono due correnti riguardanti la costruzione dei tipi sociali: alcuni sostengono che i fatti sociali siano unici (ogni fatto ha una sua specificità); altri che l’elemento essenziale è l’uomo (quindi gli accadimenti sociali sono secondari mentre l’uomo è essenziale). Per D. la tipizzazione è utile: non basta solo osservare i fatti, ma è utile costruire i tipi sociali per interpretare i fenomeni. Per creare i tipi sociali occorrono 3 elementi:

  1. La natura degli elementi.
  2. Il numero degli elementi.
  3. Il modo di combinarsi di questi elementi.
    Essi sono semplici e non scomponibili in parti più piccole: secondo D. possiamo conoscere i tipi sociali partendo dalla cellula, ossia dalla società più semplice. L’aggregato sociale più semplice è il clan, poiché è una società a segmento unico, priva di articolazioni interne. Per spiegare un fenomeno sociale bisogna ricercare la causa che lo produce e la funzione che esso svolge. Durkheim critica un autore del tempo, Mill, il quale sosteneva che un effetto è prodotto da più cause, mentre per D. un fatto è prodotto da una sola causa (cioè, per D. la causalità è necessaria); inoltre, esiste un rapporto di reciprocità tra causa ed effetto. La causa dei fenomeni va ricercata nel rapporto tra sistema e ambiente; quest’ultimo si divide in: ambiente interno (dove vanno ricercate le cause dei fenomeni), ambiente esterno (le altre società, la sua funzione è non causale). La causa dei fenomeni va ricercata nell’ambiente interno contiguo. L’analisi delle condizioni storiche non determina la causa, essa si collega all’effetto grazie anche alla crisi del tradizionalismo etico. Amministrazione della prova; cioè, tutte le spiegazioni hanno bisogno di un controllo e la verifica avviene attraverso un esperimento dato dal metodo comparativo. Riassumendo, nel metodo di analisi sociale di Durkheim è possibile ravvisare tre regole generali.
    Considerare i fatti sociali alla pari degli eventi naturali, dunque non manipolabili, non soggiaciono alla volontà dell’individuo ed esistono a prescindere dagli individui stessi con un funzionamento autonomo scandito da regole precise e coerenti e per poterle indagare occorre usare il metodo delle scienze naturali.
    È necessario per lo studioso della realtà sociale mantenere il distacco rispetto all’oggetto dell’analisi per evitare che possa manipolarlo.
    Utilizzo degli strumenti della statistica e della matematica per definire i fatti sociali e le loro interazioni attraverso procedure di controllo sperimentale tipiche del metodo scientifico fino a giungere alla definizione delle leggi che ne consentono la comprensione.

La società e la coscienza collettiva

La seconda opera di D. è “La divisione del lavoro sociale”, dove Durkheim introduce il termine “coscienza collettiva” per indicare l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una società e spiega che per capire la società bisogna partire da un gruppo di organismi legati da vincoli di solidarietà. Le prime distinzioni di D. riguardano le società semplici (non composte da ulteriori parti) e le società complesse (divisione del lavoro e processo di differenziazione sociale).

Società semplici

Si basano su una forte similitudine tra gli individui, poiché non esiste una differenziazione ma una grande e onnipresente coscienza collettiva, che è la causa della solidarietà meccanica (rapporto immediato tra individuo e società). In questa fase storica vi è il diritto repressivo, che quando viene violato prevede una pena perché causa un danno alla collettività (sacra); D. è inoltre convinto della natura morale della società, ovvero la trascendenza del sé a vantaggio del sociale.

Società complesse

Il passaggio dalla società semplice a quella complessa è segnato dalla divisione del lavoro: quando la popolazione cresce, nasce la differenziazione del lavoro per evitare la concorrenza; la solidarietà è organica (la stessa solidarietà che esiste tra le parti di un organismo), il diritto perde il suo carattere repressivo e diviene privato, ossia lo stato lascia ai singoli libertà dai vincoli (la giustizia è di tipo restitutivo). Per quanto riguarda gli studi sull’economia, egli analizza soprattutto la divisione del lavoro, ovvero il farsi strada di differenze sempre più complesse e influenti tra le varie posizioni occupazionali. Pian piano, il lavoro viene considerato da Durkheim come il principale fondamento della coesione sociale, ancora prima della religione. Inoltre, con la divisione delle attività, gli individui diventano sempre più dipendenti gli uni dagli altri, perché ognuno ha bisogno di beni forniti da coloro che svolgono un lavoro diverso dal proprio. Secondo Durkheim, la divisione del lavoro prende gradualmente il posto della religione come principale fondamento della coesione sociale.

La religione

Determinante è stato il suo influsso nella ricerca della storia delle religioni: individuò infatti negli elementi del religioso l’espressione della volontà sociale, che si concretizza nel concetto di sacro (inteso come “separato” dalla realtà che gli si oppone, il profano). Durkheim analizza la religione ne Les Formes élémentaires de la vie religieuse (Le forme elementari della vita religiosa, 1912), in cui la religione viene descritta come “cosa eminentemente sociale”. Quando un certo numero di cose sacre sono in rapporti di coordinazione e subordinazione per costituire un’unità, il sistema di riti e credenze costituisce una religione. Durkheim definisce la religione come “un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, cioè separate e interdette, le quali uniscono in un’unica comunità morale, chiamata Chiesa, tutti quelli che vi aderiscono”.
Essendo l’idea di religione inseparabile dall’idea di chiesa, Durkheim ne deduce che la religione deve essere una cosa eminentemente collettiva. In questa definizione Durkheim evita riferimenti al soprannaturale o a divinità. Non tutte le religioni, infatti, presentano il soprannaturale, né tutte presentano divinità, che sono infatti assenti nel Buddismo e nel Giainismo. I fenomeni religiosi si collocano in due categorie fondamentali: le credenze e i riti. Le prime sono stati d’opinione, e consistono di rappresentazioni, i secondi costituiscono tipi determinati di azione. Le rappresentazioni religiose costituiscono rappresentazioni collettive che esprimono delle realtà collettive; i riti costituiscono modi di agire che sorgono in mezzo a gruppi costituiti e sono destinati a suscitare, a mantenere o a riprodurre certi stati mentali di questi gruppi.
L’aspetto caratteristico del fenomeno religioso è il fatto che esso presuppone sempre una divisione dell’universo conosciuto e conoscibile in due generi che comprendono tutto ciò che esiste, ma che si escludono radicalmente: sacro e profano. Le cose sacre sono quelle protette e isolate dalle interdizioni; le cose profane sono invece quelle a cui si riferiscono queste interdizioni, e che debbono restare a distanza dalle prime. Le credenze religiose sono rappresentazioni che esprimono la natura delle cose sacre e i rapporti che essi hanno tra loro e con le cose profane. I riti sono infine regole di condotta che prescrivono il mondo in cui l’uomo deve comportarsi con le cose sacre. Il rito è l’azione sacra per eccellenza. Ci accorgiamo che c’è il rito dall’interdizione; non ci si può comportare nello stesso modo nel mondo profano. Il rito esprime la divisione, opposizione e non contrapposizione del sacro dal profano, soprattutto in spazio e tempo. I riti sono anzitutto i mezzi con cui il gruppo sociale si riafferma periodicamente; la società usa i miti per formarsi.
La magia è costituita anch’essa da credenze e da riti. Come la religione, essa ha i suoi miti e le sue credenze; ha le sue cerimonie, i suoi sacrifici, le sue preghiere, i suoi canti e le sue danze. Gli esseri che invoca il mago, le forze che egli mette in opera, non soltanto hanno la stessa natura delle forze e degli esseri a cui fa appello la religione, ma spesso sono del tutto identici. La magia è però in opposizione o in lotta con la chiesa. Essendo per sua natura una pratica privata e quasi segreta, la magia non può essere paragonata alla religione, che è un fenomeno sociale e prettamente collettivo. Critiche alla teologia:

  1. Critica all’idea teologica che spiega un fatto con la funzione che assolve, in questa tendenza si pensa alla società come a una serie di soggetti; Durkheim afferma che l’associazione (fatto-funzione) è produttiva ma non riconducibile al solo essere umano.
  2. Un fatto A si spiega con un fatto X che lo precede e lo determina meccanicamente, per D. in sociologia la spiegazione deve essere causale, la causa determina l’effetto, un aggregato di elementi determina un fatto sociale.

Visione d’insieme

Pur se oggetto di varie confutazioni, anche da parte dei suoi continuatori come il nipote Marcel Mauss e Claude Lévi-Strauss, Durkheim ha segnato una tappa fondamentale all’interno del panorama della sociologia contemporanea. Le teorie di Durkheim fanno parte delle teorie olistiche, che considerano la società come un organismo indipendentemente dai singoli elementi che la compongono. Per questo non considera affatto la situazione psicologica degli attori sociali considerandoli come elementi funzionali al mantenimento del sistema stesso.
Il sistema deve preservarsi sia dai mutamenti interni, dovuti alle forze centrifughe che portano ad uno spostamento degli elementi verso l’esterno, e dai mutamenti esterni dovuti alle forze perturbatrici che minano l’ordine del sistema. Durkheim attribuisce un valore assoluto alle strutture cristallizzate e cristallizzanti dell’organismo sociale considerando tutto il resto funzionale al mantenimento dell’equilibrio di tale organismo. A tal proposito non attribuisce la responsabilità delle correnti suicidogene alle strutture sociali che non si presentano in grado di svilupparsi parallelamente all’emergere dei bisogni degli individui, ma attribuisce la responsabilità del suicidio ad una scarsa integrazione dei singoli attori all’ordine del sistema, senza pertanto analizzarlo come un problema derivante da uno stato psicologico, bensì da una scarsa capacità di porsi in linea con le dinamiche del sistema.

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