Vino: dal progetto “Inviniveritas” per il futuro al ritorno al passato con “Vini da terre estreme”

di Arturo Giglio

Il progetto Inviniveritas (Innovare la viti-vinicoltura lucana: verso la rigenerazione varietale, la selezione dei vitigni locali e le proprietà ossidanti dei vini) finanziato dal Psr 2014-2020, in collaborazione dei tre Consorzi Vitivinicoli – Consorzio di Tutela Aglianico del Vulture, Consorzio Qui Vulture e Consorzio Matera Dop – in partenariato con l’Università della Basilicata, l’Alsia-Agrobios e il Cnr – avvia una nuova fase per la viticoltura lucana e non solo. Ma per comprendere bene il presente, avviare progetti di innovazione e ricerca per il futuro, bisogna conoscere il passato e capire bene le ragioni dei cambiamenti. In sintesi, ricostruire gli eventi che hanno portato nei millenni al vino moderno, attraverso la ricerca del legame stretto con i luoghi di origine, per poi fornire una visione logica dell’enologia del futuro. Un futuro che deve essere analizzato alla luce dell’attuale scenario mondiale fortemente condizionato dalle indifferibili strategie di sviluppo sostenibile a causa dei cambiamenti climatici, dalle considerevoli apprensioni di rispetto e custodia dell’ambiente, e dalla pressante richiesta di trasparenza, sicurezza e salubrità del vino da parte dei consumatori. E’ questa la strategia che persegue la nuova edizione di “Vini da Terre estreme” che si terrà a Matera dal 28 al 30 ottobre prossimi . Alvaro De Anna (Pilota Green), organizzatore dell’evento di Matera – che in manifestazioni dedicate al vino in Italia e all’estero durante l’estate ha promosso l’appuntamento di ottobre – sottolinea che dopo l’edizione 2022 per il secondo anno consecutivo Matera diventerà “capitale dei vini da terre estreme”, punto di incontro privilegiato con la migliore tradizione vitivinicola “eroica” italiana, dedicando spazio e attenzione alle numerose realtà capaci di regalare questi vini straordinari che rendono ricco e variegato il nostro patrimonio enoico. Innanzitutto un’occasione per uno scambio di esperienze – sottolinea – tra “vignaioli eroici”. Il cambiamento climatico rischia di indebolire la diversità sensoriale dei vini e il suo stretto collegamento con il concetto di “terroir”, oltre ad influenzarne negativamente la longevità e la stabilità aromatica del vino. È fondamentale riconsiderare un principio agronomico primario forse un po’ trascurato negli anni recenti: favorire il perfetto adattamento tra il genotipo e l’ambiente, coltivando la pianta che maggiormente si adatta al contesto pedoclimatico in cui si opera. Con la perfetta sintonia di una specifica cultivar di vite con l’ambiente pedoclimatico in cui vegeta, la possibilità che i grappoli abbiano tutti i parametri in equilibrio è molto più elevata. Di conseguenza il vino che si otterrà, oltre ad essere più sostenibile, sarà armonico in tutti i suoi componenti e il suo equilibrio sarà principalmente dovuto alla perfetta combinazione tra pianta suolo e clima che insieme all’uomo costituiscono la base del concetto di “terroir”, altrimenti l’uomo deve intervenire molto di più per ricomporre quell’equilibrio.

“Quella italiana – evidenzia De Anna – non è solo viticoltura ma è anche viticultura. Anche il MIPAF, Ministero delle Politiche Agricole e la Comunità Europea, da alcuni anni hanno riconosciuto la viticoltura eroica, in sintesi: La viticoltura eroica è una viticoltura praticata in condizioni particolarmente difficoltose o su terreni di difficile gestione per altitudine, clima e morfologia del terreno. Le caratteristiche perché un vigneto possa essere definito eroico sono: Pendenze superiori al 30%; Coltivazioni su gradoni, terrazze e terreni fortemente impervi – Altitudine dei vigneti oltre 500 m.s.l.m.; Coltivazioni in piccole isole ; Lavorazioni manuali dalla vigna alla cantina”.

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