Verità torturata

Viktoriia Roshchyna, giovane reporter ucraina pluripremiata, è morta mentre si trovava in mano alle autorità russe, dopo essere stata fermata nell’estate 2023 nei territori occupati mentre raccoglieva testimonianze sui “detenuti fantasma”. A febbraio 2025, al termine di uno scambio di salme, la famiglia ha ricevuto un corpo mummificato etichettato «maschio non identificato #757» e soltanto l’analisi del Dna ne ha certificato l’identità, con una corrispondenza del 99 %.

Gli specialisti forensi ucraini descrivono resti quasi irriconoscibili: abrasioni, ematomi disseminati, una costola fratturata e tracce compatibili con elettro-shock. Mancavano cervello, bulbi oculari, parte della trachea e altri organi, sottratti con un’autopsia eseguita in Russia; un perito internazionale ritiene che l’asportazione servisse a cancellare segni di soffocamento o strangolamento.

La cronologia della sparizione è ormai chiara. Roshchyna era entrata nelle zone occupate di Zaporizhzhia a luglio 2023; il 3 agosto il telefono tacque. Solo a maggio 2024 Mosca ammise di averla in custodia, senza indicare il luogo di detenzione. Il 10 ottobre 2024 Kiev comunicò la sua morte “durante il trasferimento” da Taganrog a Mosca. Cinque mesi dopo la restituzione del cadavere, catalogato in modo grossolano, ha rivelato l’ennesimo tentativo di occultare la verità.

Il Dipartimento per i crimini di guerra della Procura generale ucraina qualifica le lesioni come torture inflitte quando la reporter era ancora viva. Ci sono lividi perimortali, segni di legatura ai polsi, bruciature puntiformi riconducibili a scariche elettriche. L’essiccazione dei tessuti, prodotto di una conservazione impropria, rende impossibile stabilire con esattezza l’agonia, ma rafforza il sospetto di maltrattamenti sistematici nei centri di interrogatorio russi.

Per far luce sull’accaduto Ukrainska Pravda ha lanciato il «Progetto Viktoriia», coordinato da Forbidden Stories e sostenuto da tredici testate, fra cui Guardian, Washington Post, Le Monde e Der Spiegel. L’inchiesta collettiva, oltre a ricostruire gli ultimi giorni della giornalista, documenta centinaia di civili ucraini deportati e torturati. I dossier confluiranno alla Corte penale internazionale come possibili prove di crimini di guerra.

Raccontare la guerra significa camminare in bilico fra la verità e la morte. Sul fronte ucraino, in Siria, a Gaza o in qualunque angolo dove crepitano i fucili i cronisti diventano bersaglio perché armati solo di taccuino e telecamera. Ma l’assassinio di Viktoriia Roshchyna dimostra che l’odio per la stampa non conosce confini: si tortura, si acceca e si fa sparire chi osa illuminare le cantine del potere, anche lontano dalle linee di fuoco. A chi strappa unghie, spezza ossa e svuota crani per mettere a tacere una penna va rivolta la più feroce delle accuse: siete i becchini della libertà, i carnefici di un diritto universale. E ogni volta che una redazione viene zittita con minacce legali o licenziamenti pilotati quelle mani rimangono sporche dello stesso fango. La storia non vi assolverà, perché senza la voce dei reporter il mondo sprofonda nel buio e il buio, prima o poi, ingoia anche i suoi aguzzini.