Vaccini contro il Covid-19 a confronto

di Gianluca Dotti

Al momento nell’Unione europea, e in particolare in Italia, abbiamo un totale di tre formulazioni vaccinali contro il coronavirus Sars-Cov-2 che sono state approvate per la somministrazione di massa. Il primo arrivato, in ordine cronologico, è Comirnaty (mRna BNT162b2), la soluzione sviluppata da Pfizer e Biontech che ha ricevuto il via libera il 21 dicembre 2020 da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) e il giorno dopo dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), segnando di fatto il via della campagna vaccinale nel nostro paese. Pochi giorni più tardi, il 7 gennaio di quest’anno, è stata la volta di mRna 1273: il vaccino prodotto da Moderna ha ottenuto l’ok definitivo anche da parte di Aifa, fornendo una prima alternativa al breve monopolio Pfizer. E infine il 29 gennaio è arrivato come ulteriore opzione ChAdOx1 nCOV19 (AZD1222), il vaccino sviluppato da AstraZeneca e università di Oxford che completa l’attuale offerta commerciale disponibile nel nostro Paese. Naturalmente si tratta di una situazione quantomai fluida: decine di altre formulazioni vaccinali sono in fase più o meno avanzata di sperimentazione, e nel corso del 2021 ci si aspetta che altre aziende produttrici riusciranno a completare l’iter di validazione clinica e di approvazione dei propri prodotti. Non è previsto comunque alcun ulteriore vaccino in arrivo nei prossimi giorni, e la campagna vaccinale italiana al momento è strutturata sulla base delle tre sole soluzioni vaccinali disponibili. Come ormai ben noto, poi, la corsa globale al vaccino va ben oltre il mero aspetto scientifico: ci sono questioni di competizione commerciale tra grandi multinazionali, accordi tra aziende e specifici paesi (che in buona parte hanno finanziato lo sviluppo dei vaccini), equilibri internazionali e dinamiche geopolitiche e diplomatiche. Insomma, da qualunque angolo la si guardi, quella delle vaccinazioni è una vicenda complessa e dalle molte sfaccettature. Basta pensare, per limitarci al nostro paese, alla querelle legata al vaccino Spallanzani-Reithera. Ma cosa sappiamo dal punto di vista scientifico e autorizzativo per i vaccini protagonisti di questi mesi di campagna vaccinale? Abbiamo provato a mettere in ordine, uno per uno, gli elementi più utili da sapere. Va detto, comunque, che a oggi per l’Italia non è prevista la possibilità di scegliere individualmente per l’uno o per l’altro vaccino, perché il piano vaccinale (per motivi di incastri di disponibilità) prevede l’assegnazione di una specifica formulazione in base alla categoria professionale o alla fascia d’età anagrafica a cui si appartiene.

Il vaccino di Pfizer-BioNTech: Comirnaty mRna BNT162b2

Come suggerisce il nome stesso, si tratta di un vaccino a rna messaggero (abbiamo raccontato qui come funziona), il cui utilizzo è indicato per persone dai 16 anni in su. Viene somministrato attraverso una doppia iniezione intramuscolare, tipicamente nella parte superiore del braccio, e le due dosi devono essere separate da almeno 3 settimane (21 giorni) di tempo. L’acido nucleico è racchiuso in vescicole costituite dai lipidi sintetici Alc-0315 e Alc-0159, utili a permettere l’ingresso dell’rna messaggero nelle cellule. I principali eccipienti contenuti nella soluzione iniettabile sono 1,2-Distearoyl-sn-glycero-3-phosphocholine, colesterolo, sodio fosfato bibasico diidrato e fosfato monobasico di potassio, a cui si aggiungono cloruro di potassio, cloruro di sodio e saccarosio. La dose somministrata è di 0,3 millilitri e viene prelevata da fiale (flaconcini) che contengono 2,25 millilitri di soluzione. Originariamente si riteneva di poter ottenere mediamente 5 dosi da ciascuna fiala (perché non si riesce a essere totalmente precisi nelle fasi di estrazione dei liquidi), ma con le siringhe di precisione si è visto che di fatto se ne riescono a ricavare anche 6. Naturalmente, per ragioni di tracciabilità, non si possono mescolare gli avanzi di una fiala con quelli di altre fiale e ottenere delle dosi promiscue. Ciascuna fiala di vaccino può essere conservata fino a 6 mesi a una temperatura tra i -90°C e i -60°C, fino a 5 giorni tra i 2°C e gli 8°C e fino a 2 ore tra gli 8°C e i 30°C. Prima della somministrazione viene diluito in una soluzione di cloruro di sodio allo 0,9%, e da quel momento va iniettato entro 6 ore e tenuto sempre tra i 2°C e i 30°C. Attualmente la stima migliore a disposizione riguardo all’efficacia nel ridurre i casi sintomatici di Covid-19 è del 95%, anche se si tratta di un dato relativo alle sperimentazioni cliniche su decine di migliaia di volontari e non al dato su una popolazione estesa. Questo livello di efficacia, che risulta essere valido per tutte le fasce d’età e tutte le condizioni cliniche, è stato dimostrato solo a partire da una settimana dopo la seconda iniezione, ossia a 28 giorni dalla prima somministrazione. Sul fronte delle reazioni avverse, quelle più frequenti (in più del 10% dei vaccinati) sono lievi e riguardano dolore e gonfiore nel sito di iniezione, mal di testa, dolori muscolo-scheletrici, stanchezza, febbre e brividi. Meno comuni l’arrossamento del braccio e la nausea, pruriti, insonnia e sensazioni di malessere, quantificati al di sotto dell’1% dei casi. Sotto l’uno per mille è stata registrata la debolezza nei muscoli di un lato del viso con paralisi facciale periferica, mentre tra le reazioni avverse gravi quella relativamente più frequente (ma comunque rara) è l’ingrossamento temporaneo delle ghiandole linfatiche. In generale tutte le reazioni avverse tendono a manifestarsi più spesso dopo la seconda dose. A oggi non abbiamo indicazioni certe sulla durata della protezione, ma si ritiene che debba essere di almeno 9 mesi, più probabilmente di almeno 12. La forchetta della durata viene comunque ritenuta dalla maggioranza della comunità scientifica compresa tra i 6 mesi e i 2 anni. Visto che si tratta di vaccini recentissimi, ovviamente, le evidenze scientifiche su questo aspetto si accumuleranno con il passare del tempo. Lo stesso vale per le varianti: al momento gli studi in corso mostrano una buona efficacia del vaccino contro la variante VOC 202012/01 o B.1.1.7 (detta inglese), mentre è probabilmente inferiore la risposta alla variante 501 Y.V2 o B.1.351 (sudafricana) e ben poco si sa relativamente alla capacità del vaccino di proteggere da P.1 (variante brasiliana). Dato che è a rna messaggero, però, il vaccino potrebbe essere modificato in base alle nuove varianti in modo relativamente semplice. Il prezzo di ciascuna dose del vaccino si aggira sui 12 euro, e l’Italia ne ha finora ricevuti 3,3 milioni di dosi, che dovrebbero salire fino a quota 8 milioni entro fine marzo. Come noto, il vaccino Pfizer è stato il protagonista assoluto della prima parte della campagna vaccinale italiana, a partire da personale sanitario, ospiti delle rsa e (più di recente) ultraottantenni.

Il vaccino di Moderna: mRna 1273

Dato che si tratta di un altro vaccino a rna messaggero, molto simile a quello Pfizer-Biontech, la maggior parte delle caratteristiche ricalcano quelle dell’altro. Evidenziamo quindi le principali differenze. La somministrazione è indicata per persone dai 18 anni in su (anziché 16) e viene somministrato con due iniezioni (di 0,5 anziché 0,3 millilitri) a una distanza di 28 giorni l’una dall’altra. Vale a dire, 4 settimane anziché 3. Insieme all’rna messaggero, il vaccino contiene tra gli eccipienti SM-102, Dspc e Peg 2000 Dmg, oltre a cloruro di potassio, diidrogeno fosfato dipotassio, cloruro di sodio, fosfato disodico diidrato e saccarosio. La conservazione a lungo termine deve avvenire a temperature tra i -25°C e i -15°C, e fino a 30 giorni tra i 2°C e gli 8°C. Ciascuna fiala contiene 6,3 millilitri di soluzione e non deve essere diluita: mediamente, con le siringhe di precisione, si possono ricavare almeno 10 dosi da ciascuna fiala, spesso anche 11. A oggi l’efficacia dichiarata e validata è del 94,1%, con buona omogeneità su tutte le fasce d’età. Il dato è sempre quello degli studi clinici pre-approvazione, e in generale si ritiene che il vaccino possa garantire questa efficacia a partire da 2 settimane dopo la seconda dose, cioè a 6 settimane dalla prima. Anche in questo caso le reazioni avverse si registrano soprattutto dopo la seconda dose, e più spesso nella fascia d’età 18-65 anni rispetto ai più anziani. Gli effetti indesiderati più frequenti sono dolore nel punto dell’iniezione, affaticamento, mal di testa, dolori muscolari, nausea o vomito, brividi, ingrossamento delle ghiandole linfatiche nel braccio dell’iniezione, gonfiore o arrossamento e febbre, ma tutte di lieve entità e per qualche giorno al massimo. Gli effetti avversi gravi non hanno finora mostrato differenze statisticamente significative tra le persone a cui è stato somministrato il vaccino e quelle a cui è stato dato un placebo. Secondo il parere delle agenzie del farmaco, le formulazioni Pfizer e Moderna possono essere considerate di fatto equivalenti, e le sole due differenze rilevanti sono l’età minima d’uso, con il già citato scarto di 2 anni, e il modo in cui le fiale vengono gestite a livello logistico e ospedaliero. Al momento comunque l’indicazione è che le due dosi ricevute debbano essere della stessa formulazione, e che si possa vaccinare anche chi ha già avuto il Covid-19, mentre si sospende la seconda dose nel caso in cui venga contratta l’infezione nelle settimane tra la prima e la seconda dose prevista. Per il vaccino Moderna il prezzo di ciascuna dose è stato valutato in 14,68 euro, e a oggi l’Italia ha ricevuto poco più di 100mila dosi. Entro la fine del primo trimestre dell’anno dovrebbe essere raggiunto il traguardo di un milione di forniture.

Il vaccino di Oxford-AstraZeneca: ChAdOx1 nCov19

La differenza madre tra questo vaccino e gli altri due è che si tratta di una formulazione basata su un vettore virale non-replicativo, che nello specifico è un adenovirus di scimpanzé (ChAdOx1) modificato per non potersi replicare e per veicolare l’informazione genetica che induce il corpo umano a produrre la proteina spike del nuovo coronavirus. Si tratta di una tecnologia vaccinale meno nuova, il che significa che la piattaforma biologica su cui si basa è già stata utilizzata in modo analogo per diverse altre vaccinazioni. Anche in questo caso occorrono due iniezioni intramuscolari nel braccio, distanziate di almeno 10 settimane (meglio se esattamente 12) l’una dall’altra. Originariamente si riteneva di poter ridurre questo intervallo anche a sole 4 settimane, ma evidenze più recenti mostrano che il risultato è migliore se si attendono almeno 70 giorni. A intervallo ridotto le stime di efficacia variano tra il 62% e il 70%, mentre con le dosi più distanziate le evidenze parziali attualmente in pre-print sulla rivista Lancet mostrano che si può arrivare all’82%. La protezione inizia comunque in modo significativo già dopo 3 settimane dalla prima dose, ma arriva al suo massimo solo dopo 2 settimane dalla seconda iniezione. Oltre al principio attivo costituito dall’adenovirus modificato, gli eccipienti includono L-istidina, cloruro di magnesio esaidrato e polisorbato 80, oltre a etanolo, saccarosio, cloruro di sodio e disodio edetato. Il vaccino può essere conservato a temperature da frigorifero, tra i 2°C e gli 8°C: fino a 6 mesi a confezione chiusa e fino a 2 giorni a confezione aperta. Poi a temperatura ambiente, entro i 30°C, per 6 ore al massimo. La soluzione non va diluita e ogni fiala contiene tra 8 e 10 dosi da 0,5 millilitri, con la solita precauzione di non mescolare residui di fiale diverse. La soluzione avanzata deve essere smaltita in modo opportuno, ed eventuali fuoriuscite accidentali devono essere accompagnate da un’opportuna disinfezione. Riguardo alla fascia d’età a cui somministrare il vaccino, la situazione è in divenire: per l’Italia al momento si va dai 18 ai 55 anni, mentre per l’Organizzazione mondiale della sanità si arrivava prima fino a 65 anni e ora a tutte le età. In ogni caso, comunque, l’attuale piano vaccinale italiano prevede di destinare ai più anziani le formulazioni Pfizer e Moderna, tagliando così la testa al toro e in attesa che le evidenze scientifiche siano più robuste. Anche se l’efficacia è un po’ inferiore, la formulazione AstraZeneca è più semplice da gestire, e anche molto più economica: il costo di ciascuna dose dovrebbe aggirarsi poco sotto i 2 euro (si parla di 1,78, per la precisione). In Italia sono arrivate finora 250mila dosi di vaccino, ma entro fine marzo si dovrebbe arrivare a 5 milioni (di cui 4 proprio nel corso del mese di marzo). Secondo l’ultimo aggiornamento del piano vaccinale, nel nostro paese questa formulazione sarà destinata fin da subito a personale scolastico e universitario, forze dell’ordine, carceri, operatori di altri servizi essenziali non sanitari e a chi soffre di patologie lievi, tutti al di sotto dell’età massima indicata. Nella fase più estesa della campagna, sulla popolazione generale, dovrebbe invece essere offerto in parallelo alle altre formulazioni (e a quelle che arriveranno nei prossimi mesi). A oggi non ci sono indicazioni precise sulla durata della protezione: certamente arriva ad almeno 2 mesi dalla seconda dose, ma si pensa possa essere decisamente superiore. Non è previsto che si possano mescolare dosi di vaccini diversi, ma sono in corso sperimentazioni in questo senso. Le reazioni avverse registrate sono generalmente le solite, molto lievi e più frequenti sotto i 65 anni di età, mentre quelle gravi sono state rarissime. Per le sue caratteristiche, il vaccino AstraZeneca è più difficilmente adattabile alle nuove varianti del virus. Sulla base dei pochi dati disponibili al momento, l’attuale formulazione sembra comunque essere efficace sulla variante VOC 202012/01 (inglese), mentre pare essere meno funzionale sia per la 501 Y.V2 (sudafricana) sia per P.1 (brasiliana), almeno sulla base delle informazioni molto preliminari a disposizione. L’azienda ha però annunciato una nuova versione del vaccino ad hoc per le nuove varianti in arrivo – presumibilmente – in autunno.

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