Vaccini a mRNA per la cura dei tumori

Sperimentati già nel decennio scorso, i vaccini terapeutici a mRNA in combinazione con altre molecole si stanno rivelando utili nella cura di alcune forme di cancro. Però c’è ancora molta ricerca da portare avanti

I vaccini terapeutici a mRNA potrebbero diventare presto una nuova arma nella cura di alcuni tumori. Conosciuti in tutto il mondo per aver permesso di contenere la pandemia Covid-19 salvando milioni di vite, i vaccini a mRNA sono stati primariamente sviluppati nel decennio scorso come possibile terapia anticancro. Oggi, grazie al rinnovato interesse verso questa “nuova” strategia, sono molte le sperimentazioni di vaccini a mRNA in combinazione ai classici immunoterapici nella lotta al cancro. Attenzione però alle facili conclusioni: i vaccini a mRNA contribuiranno al trattamento dei tumori ma non rappresentano affatto una strategia per prevenire la formazione della malattia.

Quando si parla di vaccini ci si riferisce spesso a tutti quei prodotti utili a prevenire lo sviluppo di una data malattia. L’idea di base della vaccinazione è istruire il sistema immunitario a riconoscere ed eliminare un agente patogeno senza causare la malattia. Per fare ciò esistono differenti strategie. Quella più all’avanguardia è rappresentata dalla tecnologia a mRNA. Grazie ai vaccini che utilizzano questa tecnologia è stato possibile ridurre enormemente l’impatto di Covid-19 salvando milioni di vite. L’idea alla base di questi prodotti è semplice quanto geniale: iniettare le informazioni -sotto forma di mRNA appunto- affinché sia il corpo stesso a produrre le proteine necessarie a stimolare una risposta immunitaria.

Ma il successo dei vaccini a mRNA nella prevenzione di Covid-19 affonda le sue radici nel decennio scorso. Questa tecnologia infatti, venuta utile in pandemia, è da tempo in fase di studio nella lotta al cancro. I vaccini infatti non hanno solo funzione preventiva. Stimolando il sistema immunitario, i vaccini possono svolgere anche una funzione terapeutica. Ed è questo il caso dei vaccini a mRNA contro il cancro, utili a innescare una risposta immunitaria diretta contro le cellule tumorali. Tecnicamente questi vaccini si utilizzano per stimolare una risposta immunitaria contro un bersaglio ben preciso. Un po’ come fanno i vaccini anti-Covid contro la proteina spike, i vaccini terapeutici cercano di innescare una risposta contro una proteina specifica (antigene tumorale) della cellula cancerosa assente invece nelle cellule sane. In questo modo il sistema immunitario combatte il tumore risparmiando tutto il resto.

I vaccini terapeutici a mRNA rappresentano un’evoluzione della classica immunoterapia, quella strategia di cura che ha rivoluzionato la cura del cancro negli ultimi dieci anni. L’idea di fondo dell’immunoterapia è tenere sempre accesa la risposta immunitaria affinché le nostre cellule di difesa possano lottare contro il cancro. Ma mentre gli immunoterapici “sbloccano” il sistema immunitario provocando una risposta generalizzata, i vaccini terapeutici si comportano come se stessero conducendo una partita di fioretto con il tumore innescanmdo una risposta immunitaria contro un bersaglio ben preciso.

Sperimentati già da diversi anni, i vaccini a mRNA contro i tumori -complice la pandemia- stanno ora vivendo una seconda vita. «Nel passato -spiega il professor Michele Maio, ordinario di Oncologia dell’Università di Siena, direttore del Centro di Immuno-Oncologia presso l’ospedale Policlinico Le Scotte di Siena e presidente di Fondazione NIBIT- le sperimentazioni cliniche con vaccini terapeutici, utilizzati da soli, hanno purtroppo avuto alterna fortuna sia per le più limitate conoscenze tecnologiche ed immunologiche, che a causa di un errore metodologico di approccio. Infatti, negli scorsi anni l’efficacia di questi strumenti terapeutici in grado di agire sul sistema immunitario veniva valutata secondo i criteri tipici della classica chemioterapia, come ad esempio la capacità di ridurre la massa tumorale entro una certa finestra temporale. Con gli anni abbiamo capito che i farmaci immunoterapici, ed ancor più i vaccini terapeutici che richiedono più tempo per agire, occorreva cambiare il metodo con cui valutarne l’efficacia clinica. Ora, complice la pandemia che è stata controllata anche grazie ai vaccini ad mRNA, si è rinnovato l’interesse di questi agenti terapeutici contro il cancro».

Rinnovato interesse che si è tradotto nell’avvio di diverse sperimentazioni cliniche per neoplasie di tipo diverso tra le quali il tumore del polmone, il melanoma e i tumori testa-collo. Lo scorso mese di dicembre Moderna e MSD hanno presentato i risultati di uno degli studi più avanzati, KEYNOTE-942, riguardante il melanoma in fase III/IV ad alto rischio di recivida. Nel trial gli scienziati hanno comparato l’utilizzo del solo pembrolizumab -un immunoterapico già in uso per molti tumori- con la combinazione di pembrolizumab e mRNA-4157/V940, il vaccino creato per stimolare la risposta contro alcune proteine tipiche del melanoma. I pazienti coinvolti erano persone con melanoma in fase III/IV che avevano subito l’asportazione totale del tumore. Dalle analisi dello studio di fase IIb -dunque non ancora esaustivo- è emerso che la combinazione delle due strategie in modalità adiuvante (ovvero per evitare che la malattia si ripresenti, strategia già utilizzata con successo nel melanoma) ha portato ad una riduzione del rischio di recidiva e di morte del 44% rispetto al solo pembrolizumab.

L’era dei vaccini a mRNA nella lotta al cancro è solo agli albori. L’elenco delle sperimentazioni è destinato ad aumentare. Guai però a pensare che questa strategia sia la soluzione al problema cancro. Come dimostrato in passato la cura dei tumori prevede più approcci che spaziano dalla chirurgia alla radioterapia passando per la chemioterapia, le terapie a target molecolare e l’immunoterapia. I vaccini terapeuitici a mRNA potrebbero rappresentare un ulteriore pilastro. «I vaccini a mRNA, se utilizzati in combinazione con le terapie che già oggi abbiamo disponibili, contribuiranno sicuramente nei prossimi anni a migliorare sempre di più il controllo della malattia» conclude Maio.

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