Tra urne mancate e sirene di guerra

Kiev, aprile. Da mesi i manifesti elettorali giacciono nei depositi municipali: dovrebbero annunciare la corsa alla presidenza ucraina, ma la legge marziale, prorogata ancora fino al 15 agosto 2025, blocca ogni consultazione popolare. Il presidente Volodymyr Zelensky riconosce che “prima o poi gli ucraini dovranno tornare alle urne”, tuttavia non si assume il rischio d’una votazione a ridosso del fronte, con il 20 per cento del territorio occupato, quattro milioni di cittadini all’estero e un altro esercito d’esuli interni che, semplicemente, non saprebbe dove votare .

Il tema divide. L’opposizione di Kyiv lo brandisce come prova di un potere che si attarda sul trono; Mosca ci costruisce sopra la retorica della “democrazia sospesa”; Washington e Bruxelles esortano a fissare almeno una data simbolica, temendo che la legittimità di Zelensky si logori con il protrarsi del conflitto. Sullo sfondo la Commissione europea balbetta: chiede regole condivise per votare in tempo di guerra, ma non ha una tabella di marcia da offrire.

Il rispetto dell’elettorato, in politica estera, è merce preziosa anche altrove. Lo ricorda ogni giorno la cronaca di Gaza, dove il ritorno dei bombardamenti dopo la tregua di marzo ha innalzato il bilancio palestinese a oltre 51.000 morti, metà dei quali – sostiene Israele – militanti di Hamas . La condanna internazionale per le vittime civili s’intensifica: dall’Onu arrivano appelli a un cessate-il-fuoco incondizionato, dal Consiglio Ue pressioni su Tel Aviv perché limiti le operazioni e apra corridoi umanitari. L’esecutivo israeliano replica che l’offensiva continuerà finché resterà un ostaggio nelle mani di Hamas; intanto la Striscia perde scuole, ospedali, quartieri interi.

È in questo quadro di guerre sospese e pace lontana che l’Europa discute la propria agenda di difesa. Il Libro Bianco “ReArm Europe – Readiness 2030”, consegnato dalla presidente Ursula von der Leyen al Consiglio il 19 marzo, immagina una mobilitazione da 800 miliardi di euro per missili, droni, cybersicurezza. Il 12 marzo l’aula di Strasburgo lo ha approvato a larga maggioranza – 419 sì, 204 no – ma l’ultimo miglio è politico: Berlino non nasconde l’entusiasmo, Roma promette sostegno “purché coerente con i nuovi parametri di bilancio”, Olanda e Scandinavia chiedono garanzie sui tempi di spesa . Nessuna bocciatura, dunque, bensì un negoziato a più voci.

Il passaggio divide anche la penisola. A dicembre il Parlamento italiano ha prorogato l’invio di aiuti militari a Kyiv fino al 31 dicembre 2025. Fratelli d’Italia hanno votato compatti con il governo; il Partito Democratico si è allineato dopo un confronto aspro, mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno detto no, evocando la necessità di «fermare l’escalation».

Questa frattura sull’uso della forza pesa da anni sull’opposizione. Nei sondaggi di metà aprile Fratelli d’Italia resta primo partito con il 29,4 per cento, il PD segue al 22,3, poi il M5S al 15 e la Lega sotto il dieci. I numeri suggeriscono un’alternanza possibile, eppure la coalizione avversa a Giorgia Meloni resta imprendibile: nel Paese la domanda primaria è sicurezza – dalle frontiere ai prezzi del carrello – e le sinistre non hanno ancora scritto un racconto unitario che la declini senza sacrificare i princìpi di pace.

La fotografia di Montecitorio è impietosa: ogni volta che si vota su armi o difesa l’emiciclo progressista si divide più di quanto non faccia la maggioranza. L’argomento non è secondario, perché l’Italia, con un rapporto debito-Pil al 137 per cento, non potrà finanziare lo scatto al 2 per cento della Nato senza falciare altre voci di spesa. Chi nega il riarmo deve spiegare come proteggere un Paese di frontiera; chi lo accetta, come impedirne gli effetti recessivi sul welfare.

Per ora la destra riempie il vuoto con un messaggio lineare: “Più armi, più difesa, più ordine”. Funziona perché la controparte balbetta. Elly Schlein prova a cucire l’anima atlantista dei riformisti e quella pacifista ereditata da Giuseppe Conte, ma senza un lessico condiviso la cucitura salta a ogni voto. Conte, dal canto suo, incentra la leadership sul rifiuto delle armi a Kyiv, facendo presa su un elettorato che però non basta a cambiare i numeri.

L’alternativa esiste: basterebbe uscire dallo schema “armi sì o no” e riallacciare la questione della sicurezza a quella sociale. Difesa comune, certo, ma finanziata da Eurobond piuttosto che dai tagli al reddito di cittadinanza. Stop alle bombe su Gaza, sì, ma con strumenti concreti: embargo europeo sull’export di tecnologie dual-use verso Israele finché non ripristinerà i corridoi umanitari; sostegno a un meccanismo internazionale di garanzia per le elezioni ucraine da convocare al primo cessate-il-fuoco utile, magari in due fasi – voto proporzionale per gli sfollati all’estero, collegi speciali per i militari – perché la democrazia torni a parlare anche sotto le cupole di ferro.

Per guadagnare credibilità, le opposizioni dovranno concordare un’agenda sociale che preceda, non segua, la discussione sul riarmo: salario minimo indicizzato, cuneo fiscale permanente e case green nel solco del Pnrr. Solo così potranno raccontare la sicurezza non come priorità alternativa al welfare, bensì come suo complemento: un Paese è forte se i cittadini non temono né le sirene antiaeree né quelle dell’ambulanza per un affitto impossibile da pagare.

La guerra in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese ci ricordano che la politica estera è la cartina di tornasole della coesione interna. Se l’opposizione italiana saprà saldare pace e giustizia sociale in un unico racconto potrà finalmente candidarsi a governare. In caso contrario resterà l’eco di un campo largo mai diventato davvero Paese.