Sempre più sperimentazioni in corso per valutare l’efficacia dei vaccini a mRna a scopo terapeutico

I vaccini a mRNA hanno rivoluzionato la storia della pandemia. Un evento quasi “fortuito” perché nella realtà dei fatti sono stati inizialmente studiati, a partire dallo scorso decennio, come arma terapeutica contro il cancro. Ora, complice il loro utilizzo per Covid-19, si è rinnovato l’interesse dei vaccini a mRNA contro il cancro. A testimonianza di ciò ci sono i sempre più numerosi studi pubblicati sull’argomento, ultimo in ordine di tempo quello sulle pagine di Science Translational Medicine: un gruppo congiunto di ricercatori statunitensi della University of Pennsylvania e brasiliani della Universidade de São Paulo ha dimostrato -in modello animale- che con una sola iniezione di un vaccino a mRNA appositamente progettato contro alcune componenti del papillomavirus umano (HPV) è possibile frenare la crescita tumorale ed evitare che la malattia si ripresenti.

Quando si parla di vaccini ci si riferisce spesso a tutti quei prodotti utili a prevenire lo sviluppo di una data malattia. Quelli a mRNA contro Covid-19 sono serviti esattamente a questo, evitare la malattia e -in caso di infezione- ridurne l’impatto dal punto di vista dei sintomi. Ma i vaccini non hanno solo funzione preventiva. Stimolando il sistema immunitario, i vaccini possono svolgere anche una funzione terapeutica. Ed è questo il caso dei vaccini a mRNA contro il cancro, utili a produrre una risposta immunitaria diretta contro le cellule tumorali. Tecnicamente questi vaccini si utilizzano per innescare una risposta immunitaria contro un bersaglio ben preciso. Un po’ come fanno i vaccini anti-Covid contro la proteina spike, i vaccini terapeutici innescano una risposta contro una proteina specifica (antigene tumorale) della cellula cancerosa assente invece nelle cellule sane.

I tumori che maggiormente si prestano a questa tipologia di approccio sono quelli causati dalle infezioni da HPV come il tumore della cervice uterina e i tumori testa-collo. Mentre esistono vaccini preventivi contro queste neoplasie, l’interesse nello sviluppare vaccini terapeutici a mRNA nasce dal fatto che -pur essendoci cure efficaci- spesso la malattia diventa resistente ai trattamenti riducendo così le possibilità di cura nel lungo periodo. Grazie alla ricerca si è compreso che le donne che hanno una migliore prognosi per il tumore della cervice uterina sono quelle che hanno, all’interno della massa tumorale, una maggior presenza di linfociti T, cellule del sistema immunitario che tentano di combattere il tumore. Questo accade anche per altri tumori: quando l’infiltrato tumorale è particolarmente ricco significa il sistema immunitario sta facendo un buon lavoro. Ed è qui che entrano in gioco i vaccini a mRNA. L’idea di fondo è quella di aiutare la produzione di queste cellule affinchè possano riconoscere ed eliminare il tumore.

Ed è quello che hanno fatto gli scienziati nell’ultimo studio pubblicato su Science Translational Medicine. Gli autori hanno testato tre differenti “piattaforme” di vaccino a mRNA dirette contro una “proteina di fusione” che si origina dal ceppo virale HPV-16 e da quello di herpes simplex. Obbiettivo dei testera la valutazione della capacità del vaccino di generare una risposta immunitaria e la conseguente capacità di aggredire e combattere il tumore. Dalle analisi è emerso che -indipendentemente dalla piattaforma utilizzata- una singola iniezione a bassa dose di vaccino a mRNA ha portato ad una robusta produzione di linfociti T specifici contro il tumore. Produzione che ha avuto come diretta conseguenza l’eliminazione della massa tumorale e la prevenzione delle recidive.

Quanto ottenuto dimostra ancora una volta il potenziale terapeutico di questi strumenti. Potenziale già dimostrato in passato ma mai indagato a fondo. Il fatto che negli anni indietro questo approccio non abbia mai sfondato veramente è riassunto nelle parole del professor Michele Maio, ordinario di Oncologia dell’Università di Siena, direttore del Centro di Immuno-Oncologia presso l’ospedale Policlinico Le Scotte di Siena e presidente di Fondazione NIBIT: «Nel passato le sperimentazioni cliniche con vaccini terapeutici, utilizzati da soli, hanno purtroppo avuto alterna fortuna sia per le più limitate conoscenze tecnologiche ed immunologiche, che a causa di un errore metodologico di approccio. Infatti, negli scorsi anni l’efficacia di questi strumenti terapeutici in grado di agire sul sistema immunitario veniva valutata secondo i criteri tipici della classica chemioterapia, come ad esempio la capacità di ridurre la massa tumorale entro una certa finestra temporale. Con gli anni abbiamo capito che i farmaci immunoterapici, ed ancor più i vaccini terapeutici che richiedono più tempo per agire, occorreva cambiare il metodo con cui valutarne l’efficacia clinica. Ora, complice la pandemia che è stata controllata anche grazie ai vaccini ad mRNA, si è rinnovato l’interesse di questi agenti terapeutici contro il cancro».

A testimonianza del rinnovato interesse sui vaccini a mRNA in combinazione ai classici immunoterapici c’è il crescente numero di sperimentazioni in corso ed in particolare nei casi di cancro del polmone, melanoma e tumori testa collo. Un esempio? Lo scorso mese di dicembre Moderna e MSD hanno presentato i risultati di uno degli studi più avanzati, KEYNOTE-942, riguardante il melanoma in fase III/IV ad alto rischio di recivida. Nel trial gli scienziati hanno comparato l’utilizzo del solo pembrolizumab -un immunoterapico già in uso per molti tumori- con la combinazione di pembrolizumab e mRNA-4157/V940, il vaccino creato per stimolare la risposta contro alcune proteine tipiche del melanoma. I pazienti coinvolti erano persone con melanoma in fase III/IV che avevano subito l’asportazione totale del tumore. Dalle analisi dello studio di fase IIb -dunque non ancora esaustivo- è emerso che la combinazione delle due strategie in modalità adiuvante (ovvero per evitare che la malattia si ripresenti, strategia già utilizzata con successo nel melanoma) ha portato ad una riduzione del rischio di recidiva e di morte del 44% rispetto al solo pembrolizumab. Un risultato importante, una prima assoluta nell’utlizzo combinato di vaccini a mRNA e immunoterapia, che dovrà ora necessariamente essere confermato in uno studio di fase III. «Questi strumenti, se utilizzati in combinazione con le terapie che già oggi abbiamo disponibili, contribuiranno sicuramente nei prossimi anni a migliorare sempre di più il controllo della malattia» conclude Maio.

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