C’è una regola non scritta nella diplomazia: se torni a casa sventolando soltanto complimenti qualcosa non ha funzionato. È il caso di Giorgia Meloni, approdata alla Casa Bianca con l’ambizione di difendere l’industria italiana dai dazi trumpiani e rientrata con un pacchetto di elogi fragorosi, ma ben poca sostanza. Un’ora e mezza nello Studio Ovale, sacrificata sull’altare di un rapporto personale con Donald Trump che vale molto sul piano mediatico e pochissimo su quello negoziale.
La premier era partita zavorrata da due vincoli: non poteva chiedere privilegi esclusivi per l’Italia senza far saltare il fronte comune dell’Unione, né poteva sedersi al tavolo in nome di Bruxelles perché nessuno glielo aveva chiesto. Il commercio estero, lo ricordano i trattati, è competenza esclusiva della Commissione. Tradotto: qualsiasi concessione avrebbe dovuto riguardare l’intero blocco comunitario, non il singolo Stato membro. Con queste carte in mano Meloni aveva promesso prudenza; alla prova dei fatti la prudenza si è trasformata in resa.
Sul piatto romano‑trumpiano sono finiti tre impegni: più gas liquefatto made in USA, un incremento delle spese militari italiane verso il famoso 2% del PIL e la promessa di robusti investimenti di aziende nostrane negli Stati Uniti. Uno scambio che, viste le prospettive, fa brillare soprattutto il contendente d’oltreoceano: Trump ottiene nuove commesse energetiche, argomenti da sventolare nella campagna elettorale interna e il conforto di una leader europea che recita all’unisono molti dei suoi mantra sovranisti.
In cambio Meloni ha riportato a casa pressappoco nulla di concreto. La sospensione di 90 giorni sui dazi, decisa unilateralmente da Washington, scade il 9 luglio e Trump si dice «sicuro al 100%» di trovare un accordo con l’UE entro quella data. Bene, ma la trattativa reale resta nelle mani della Commissione (dove siedono tecnici e giuristi, non leader di partito) e le rassicurazioni presidenziali non valgono un parere legale. Di cifre date oppure criteri per eventuali esenzioni non c’è traccia: il trionfo è tutto declinato al futuro ipotetico.
Per aggirare l’ostacolo la premier ha parlato a ripetizione di “Europa” anziché “Unione europea”. Sembra un sofisma e invece rivela la strategia: includere simbolicamente il Regno Unito, piacevole colloquio per un Trump che detesta Bruxelles, o quantomeno evitare di evocare quelle istituzioni comunitarie che il tycoon snobba appena può. Risultato: si legittima la narrativa anti‑UE, si indebolisce il fronte negoziale e si alimenta la confusione su chi rappresenti davvero il continente.
Va pure ricordato l’ordine di ricevimento: Macron, Starmer, Martin, Duda e, solo dopo, Meloni. Gli Stati Uniti hanno un chiaro ordine di priorità; l’Italia figura nelle posizioni di rincalzo. Eppure la premier ha venduto il rendez‑vous come un successo senza precedenti, rimuovendo il dettaglio che Berlino – con il futuro cancelliere Merz – sarà l’interlocutore obbligato di Washington quando i giochi si faranno seri.
La scena clou arriva in conferenza stampa. Un cronista chiede a Trump se consideri ancora gli europei «parassiti». Il presidente sta per rispondere ma Meloni lo precede: «Non l’ha mai detto». Poi, per scrupolo, interroga lo stesso Trump che, con finto stupore, conferma: «Mai pronunciato». Peccato che un video lo smentisca. La premier, nel giro di dieci secondi, cancella la realtà per proteggere l’ospite. È servilismo allo stato puro: non solo accetta dazi punitivi ma offre al loro fautore perfino la foglia di fico per negare l’evidenza.
Sul dossier più sanguinoso – la guerra russa – la dissonanza è altrettanto palpabile. Meloni ribadisce, con tono smorzato, che l’aggressore è Putin. Trump risponde con il consueto “me la sbrigo in 24 ore”, senza dettagliare come e la proposta italiana di garantire a Kiev la protezione de facto dell’articolo 5 Nato evapora dal copione. Un’idea già limata più volte, forse perché priva dell’unico timbro che la renderebbe spendibile: quello americano.
Il saldo economico dell’operazione è tutto da discutere. Importare più LNG dagli USA significa ridurre la leva sul prezzo e aumentare la dipendenza, proprio mentre il Mediterraneo diventa hub energetico. Aumentare la spesa militare graverà su un bilancio pubblico già tirato. E gli investimenti industriali promessi a stelle e strisce sottrarranno risorse all’economia domestica. Se benefici ci sono non si vedono; i costi, invece, sono nitidi.
Meloni ha provato a nobilitare il viaggio con una cornice ideologica: “Make America Great Again” diventa “Facciamo tornare forte l’Occidente”. Un refrain che riscalda l’elettorato di destra, ma non cambia un dato di fondo: a Bruxelles c’è bisogno di atti, non di slogan. E il West rischia di apparire forte solo quando a pagare sono gli altri.
Bilancio finale
- Risultati tangibili: zero. Nessun impegno scritto sui dazi, nessuna data, nessuna clausola di salvaguardia.
- Concessioni italiane: forniture di gas, spesa in armi, capitali verso gli USA.
- Ritorno d’immagine: alto per Trump (un capo di governo europeo certifica la sua narrativa), discreto per Meloni sul pubblico interno, ma accompagnato da una percezione di scarsa statura internazionale.
- Danni collaterali: indebolimento della posizione comunitaria, legittimazione della retorica anti‑UE, rischio di maggiori costi energetici e militari.
«Non chiedete cosa l’America può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per l’America» parafrasò Kennedy. Mai citazione appare più calzante per l’esito della missione di Giorgia Meloni. Con un’aggravante: la premier ha ottenuto in cambio solo un bouquet di apprezzamenti personali, certamente utili a qualche talk show, decisamente superflui per l’export italiano. Se questo doveva essere il grande rilancio atlantico ne è uscito un selfie ben riuscito, ma con l’obiettivo rivolto nella direzione sbagliata.


