Psicologia di massa del fascismo. Uno sguardo sociologico

Queste riflessioni intendono mettere in evidenza le capacità di analisi e di interpretazione di uno studioso come Wilhelm Reich riguardo a un fenomeno complesso come è stato il fascismo in Europa con particolare riferimento al nazionalsocialismo tedesco, considerando due testi: Psicologia di massa del fascismo e Che cos’è la coscienza di classe. Il primo, più noto, viene pubblicato in Da-nimarca nell’agosto del 1933. Il secondo, scritto nel ’33 in due settimane durante una breve perma-nenza in Tirolo, viene pubblicato sempre in Danimarca nel 1934, ma con lo pseudonimo di Ernst Parell. Prima di entrare nell’argomento vorrei, però, soffermarmi sul titolo, L’ombra del potere su Wilhelm Reich. Lo farò attraverso le parole di Pri-mo Levi: A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente che ogni “straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente: si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finchè la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. Le parole di Primo Levi introducono ad una questione complessa come quella del potere inteso co-me desiderio di autorità sugli uomini, distinguendo il bisogno di dominio dall’esercizio di una fun-zione, che, comunque, gratifica il nostro narcisismo. E’ la dimensione del potere per il potere che assume il significato di supremazia sugli altri a partire dalla pratica quotidiana dei rapporti interpersonali tra i partner, nella famiglia, verso i figli, tra inse-gnanti e allievi, tra colleghi di lavoro, tra capi e subordinati, sino ad arrivare alle dimensioni macro-sociali dei regimi politici, siano essi democratici o dittatoriali. Alla base di questo esercizio di pote-re, al tempo stesso distorto, ma ampiamente praticato, sta una situazione di impotenza, una difficol-tà di realizzazione personale e un desiderio di bloccare le potenzialità dell’altro. Così, quando dete-niamo il potere e, per ciò stesso, abbiamo in mano il destino di molte persone, siamo dominati dalle nostre Ombre che, proiettate, innescano una sorta di meccanismo diabolico: cerchiamo il dominio in quanto siamo insicuri, ma come detentori del potere forniamo sicurezza a un numero grandissimo di persone, che a loro volta si sentono indifese e insicure e vivono le nostre stesse difficoltà. In questo modo si instaura una relazione perversa tra dominanti e dominati di reciproca negazione di sé ed emerge la bestia, la parte più violenta di noi, che agisce differentemente sugli e sugli altri. Nei primi, i carnefici, fa si che il bisogno di potere esprima il desiderio di controllare gli altri sino a forgiarli, per un delirio di onnipotenza, a propria immagine e somiglianza. E l’onnipotenza, che nel-la violenza ha una delle manifestazioni inevitabili, svela poi come il meccanismo profondo di essa sia la pulsione di morte. Nei secondi, le vittime, la bestia interiore fa in modo che siano disposti a rinunciare alla libertà e non solo a quella psicologica in cambio della promessa di essere affrancati dalle proprie paure, ansie e bisogni. Entrambe le figure sociali sono impotenti a gestire la propria realtà: le une per eccesso, le altre per difetto. Una componente importante del potere, inteso come dominio sull’altro, è l’umiliazione della vittima e, come sempre, la letteratura riesce ad esprimere meglio di tante analisi sociologiche e psicologiche il problema. E’ il caso del romanzo La lettera scarlatta, scritto da Hawthorne e ambientato in una cittadina americana del XVII secolo, che racconta la vicenda di una giovane donna e della figlia. Ester ha avuto una figlia da una relazione adulterina e per questo viene punita dalla comunità con l’esposizione, insieme alla bambina di nome Perla, su di un palco nella piazza del mercato, mentre il prete stigmatizza il delitto compiuto. La colpa della donna viene rappresentata da una grande Ascarlatta che deve sempre portare appuntata al petto a simbolo della sua nuova identità, proprio co-me la stella gialla di David sui vestiti degli ebrei. Per espiare Ester, dopo una permanenza nel carce-re della città, dovrà abitare con la figlia ai margini della comunità, in una casa isolata dalle altre, in prossimità del bosco e dovrà vivere di quello che la gente riterrà opportuno darle per i suoi lavori di ricamo. In realtà il prete che l’addita, in nome della comunità di puritani che moralmente rappresen-ta, al pubblico ludibrio è l’amante della donna e il padre della bambina. Si nasconde così nell’umiliazione un meccanismo attraverso il quale si intende calunniare e distrug-gere proprio ciò che esiste dentro di noi e che condividiamo con la nostra vittima. E la comunità proietta sulla donna la propria Ombra, fatta di meschinità e di vergogne, nel tentativo di dare un’immagine di sé integra e immune da lati oscuri. Nella società nazista gli ebrei vengono identificati con l’Ombra, frutto di una proiezione collettiva, e, al tempo stesso, la pressione sociale è talmente forte che sono loro stessi a identificarsi col lato oscuro in quanto vittime che, deprivate dell’identità e ridotte a numeri, si assimilano ai propri carne-fici. Il ridursi a cose degli esseri umani è espresso con forza nei versi di Paul Celan, i cui genitori morirono in un campo di sterminio e lui stesso si suicidò anni dopo la liberazione dal lager in cui era stato internato: C’era terra in loro, ed essi scavavano./ Scavavano e scavavano, e così / si consumava il giorno, e la notte. / E non lodavano Dio, / che, gli era stato detto, voleva tutto questo, / che gli era stato det-to, sapeva tutto questo. / Scavavano e non udivano altro: / non divennero saggi, né inventarono un canto, / né idearono alcun linguaggio. / Scavavano. / E venne la quiete, venne anche la tempesta/ e i flutti di tutti gli oceani. / Io scavo, tu scavi, anche il verme scava / e la voce che canta dice: sca-vano. I prigionieri dei campi entrano così in una fase finale di adattamento quando la loro personalità an-nientata viene “sostituita” con quella degli aguzzini. Molti di loro hanno poi la sensazione che le loro membra e il loro viso non facciano più parte del loro corpo, ma di quello di estranei e lo stesso avviene per la psiche quasi si tratti di persone diverse. Anche la società civile tedesca è percorsa da simili forme di umiliazione e di paura che sfociano, in parecchi casi, nella delazione dei figli verso i genitori come anche nell’abituarsi a fare il saluto a Hitler da parte dei dissenzienti per non rivelarsi in pubblico, ma tradendo le proprie idee attraverso l’accettazione del gesto. La gente in fondo pensa unicamente a salvaguardare la normalità della propria vita quotidiana e a preoccuparsi solo della propria sicurezza personale, finendo poi con l’aderire al nazismo spontaneamente in quanto solo così può ridurre, se non sanare, le contraddizio-ni della propria coscienza. Il meccanismo psicologico del progressivo cedimento al dominio del potere avviene, ad esempio, man mano che i cittadini di uno stato non intervengono e lasciano fare rispetto alle numerose, ma piccole interferenze di questo nella loro vita quotidiana e quanto più non si interviene e il tempo trascorre arriva l’angoscia a prendere tutto il nostro spazio interiore e a bloccare la capacità di agire. Poi sarà troppo tardi. E’ questa la strada per consentire alle nostre Ombre di occupare sempre più territorio sino quando non ci sarà più spazio per recuperarle e, allora, la paura di vivere avrà la meglio. E la paura di vive-re, a mio avviso, ha a che fare con la paura del riconoscimento del proprio nemico, cioè di colui che ci può realmente mettere in discussione. E chi può essere se non noi stessi o i nostri fratelli. Ma questo riconoscimento è così doloroso e pieno di sofferenza da rendere più facile falsificare la realtà e, di volta in volta, accettare di dipendere da chi intende costruire un mondo alla rovescia, dominato da un universo mentale che, grazie all’uccisione dell’anima e ad un’educazione alienante come pure attraverso la distorsione dell’identità, porta i soggetti verso un assetto mentale perverso per cui si possono liberare della loro stessa violenza senza doverla riconoscere. Secondo Edoardo Galeano la scuola del mondo alla rovescia è la più democratica fra le istituzioni educative. Non richiede l’esame di ammissione, non ha costi di iscrizione e fa lezione gratuitamente a tutti e dovunque. Nel mondo alla rovescia i paesi che custodiscono la pace universale sono quelli che fabbricano più armi e quelli che ne vendono di più agli altri paesi; le banche di maggiore pre-stigio sono quelle che riciclano più narcodollari o che custodiscono denaro rubato; le industrie di maggiore successo sono quelle che avvelenano il pianeta; e la salvezza dell’ambiente è l’affare più brillante delle imprese che lo distruggono. Sono degni di impunità e di congratulazioni coloro che uccidono la maggiore quantità di gente nel minore tempo possibile, coloro che guadagnano la maggiore unità di denaro con il minore lavoro possibile e coloro che sterminano la maggiore quan-tità di natura al minore costo possibile. Il mondo alla rovescia ci insegna a subire la realtà invece di cambiarla, a dimenticare il passato invece che ascoltarlo e ad accettare il futuro invece che im-maginarlo. Il mondo alla rovescia ci allena a vedere il prossimo come una minaccia e non come una promessa, ci riduce alla solitudine e ci consola con droghe chimiche e con amici cibernetici . In questi ultimi anni abbiamo vissuto direttamente il significato di mondo alla rovescia con le azio-ni belliche, chiamate peace keeping, verso i nostri vicini dell’altra parte del mare Adriatico (serbi, croati e kossovari) piuttosto che verso altre popolazioni in tante diverse parti del mondo, alcune del-le quali neppure menzionate dai mezzi di comunicazione, nell’idea di colpire i malvagi e di salvare i buoni, ma sempre nella consapevolezza, non sfiorata dal dubbio, di difendere diritti umani negati. Non solo con “azioni di pace” le democrazie si sono distinte, ma anche con l’organizzare per i mi-granti, nei luoghi di arrivo, campi di accoglienza, recintati e con filo spinato, da cui non si può usci-re se non, forse, per ritornare nel paese da cui erano andati via, spesso per potere condurre un’esistenza migliore. Dopo, una volta addomesticati, si può anche farli votare e ripristinare vuoti simulacri democratici. Così il potere delle odierne classi dominanti rovescia la verità nel suo contrario, prospettando, come nel romanzo 1984 di Orwell, uomini privati dell’anima e società fondate sull’odio, dove le uniche emozioni esprimibili sono la paura, la collera, l’esaltazione e l’umiliazione e dove i quattro ministe-ri centrali dello stato mondiale, l’Oceania, svolgono funzioni opposte alla loro denominazione. Questa è la ragione per cui il Ministero della Pace si occupa della guerra, il Ministero della Verità si occupa della menzogna con la falsificazione del passato, il Ministero dell’Amore ha la funzione di torturare i dissidenti e di diffondere l’odio, mentre il Ministero dell’Abbondanza si occupa di care-stie. La falsificazione del linguaggio porta ad una inversione del pensiero: la guerra diventa pace, la schiavitù libertà e l’omicidio assume il volto della cura, mentre la giustizia ha il significato di una totale iniquità. Dunque il nucleo centrale dell’Ombra assume i connotati dell’assassino o del suicida, cioè di ciò che è distruttivo in sé in quanto la mancanza d’amore e di rapporto con gli altri è sostituita in alcuni soggetti o gruppi sociali dal piacere di conquistare ed esercitare il potere in modo privo di scrupoli e senza che la morale possa essere di intralcio. Da questo punto di vista un problema che ci si deve porre è come impedire che le istituzioni politiche e sociali siano governate da soggetti psicopatici e, al tempo stesso, chiedersi come mai, invece, molti stati nazionali sono stati organizzati per favorire la presa del potere da parte di questi stessi soggetti. Il pericolo è dato dal fatto che una comunità nella quale i membri non siano in grado di riconoscere e di smascherare i demagoghi assetati di po-tere corre il rischio di essere distrutta come comunità democratica e sostituita dalla sua dimensione mostruosa che è, comunque, dentro di noi. Quali possibilità abbiamo, allora, di opporci e di non essere sedotti? Non esistono ricette e i sacchi pieni di ombre (è un poeta americano Robert Blay ad immaginare l’ombra come un sacco che ci portiamo con noi sin dalla nascita) Dobbiamo così rivolgere molta più attenzione ai piccoli fatti del-la vita quotidiana nell’idea che è lì che il nostro sacco si riempie, a poco a poco, di piccole ombre che poi, nel tempo, crescono e possono avere il sopravvento, se non siamo pronti al riconoscimento morale del Male dentro di noi e nella società e a contrastarlo, riconoscendolo e non negandolo che ciascun individuo, ciascuna collettività o ciascuna cultura porta con sé e riempie quotidianamente sono diversi e di vario tipo: alcuni più pieni, altri più vuoti in un processo di alienazione delle proprie energie che può durare a lungo sino a quando ci togliamo dalle nostre passività e reagiamo, ri-chiamando dentro di noi le nostre proiezioni, troppo a lungo lasciate a se stesse. In fondo la particolarità della nostra Ombra sta in quello che vi mettiamo dentro: odio, amore, rab-bia, sessualità, avidità, invidia, altruismo, potere, vergogna. E così via. Ciascuno riconosca il pro-prio contenuto e tiri fuori l’ombra, ma senza lasciarla in giro, anzi nutrendosi di essa. Solo così ac-quisterà l’energia perduta in quanto mangiare la propria ombra significa farla partecipe dell’interno di noi, del nostro mondo più segreto e, in questo modo, renderle l’onore dovuto. Accogliendo l’ombra dentro noi stessi saremo, così, in grado di non “demonizzare” gli altri e forse anche, quando occorre, di svolgere funzioni temporanee di potere. La questione di fondo per la società è sempre quella del riconoscimento dell’Ombra collettiva, che significa acquistare consapevolezza dei propri limiti con spirito critico, senso di responsabilità e scelta etica. E questa consapevolezza deve essere continuamente rinnovata se la comunità non vuole restare ostaggio delle proprie ombre che si mate-rializzano quando le istituzioni sociali, le organizzazioni politiche e i gruppi sociali si separano dal-le proprie parti indesiderate invece di occuparsene. I testi E veniamo ai testi. Perché nelle manifestazioni di piazza a Vienna come a Berlino i giovani operai subiscono passiva-mente e non reagiscono alle ingiustizie e ai soprusi, si chiede Reich? Non si tratta forse di una po-tenzialità legittima che solo la repressione sessuale riesce a incanalare su altri obiettivi? In Psicologia di massa del fascismo Reich risponde affermando che gli uomini sono succubi elle lo-ro condizioni esistenziali in un duplice modo: direttamente sono soggetti all’influenza della loro posizione economica e sociale, indirettamente sono soggetti alla struttura ideologica della società. Questo sta a significare che il lavoratore tedesco non è né rivoluzionario né reazionario, ma porta con sé come un doppio in perenne contraddizione: rivoluzionario per condizione sociale, onesto cit-tadino e buon padre di famiglia per indottrinamento ideologico. In questo modo Reich mette in evidenza l’ambivalenza psicologica e politica dell’operaio tedesco, proprio quella sulla quale fa leva e con successo la propaganda nazista rafforzando con l’ideologia nazionale e popolare l’inibizione borghese e l’identificazione con lo stato-capo dell’individuo pro-letario. Così una ideologia come quella nazista (simile ad un’altra ideologia apparentemente diversa: quella staliniana) ostile alla sessualità e al piacere rende, secondo Reich, ansiosi e timorosi verso l’autorità, statale o religiosa che sia; buoni e docili padri di famiglia in quanto ogni moto di ribel-lione porta con sé una considerevole dose di angoscia nevrotica; inibiti al ragionamento e incapacidi un atteggiamento critico in generale e, per ciò stesso, spinti a seguire passivamente l’autorità fa-miliare, religiosa e civile, nonchè le organizzazioni politiche autoritarie. Quando una ideologia di questo tipo diventa dominante nella famiglia a scuola, sul lavoro, in chie-sa, nei rapporti amicali e in quelli affettivi, allora si forma un tipo di cittadino tollerante dell’ordine esistente, nonostante la propria miseria e umiliazione materiale e morale. Reich intendeva dimostrare come il processo di socializzazione, nel deformare le pulsioni sessuali, interveniva nel rapporto tra essere e coscienza, portando alla conseguenza che individui appartenen-ti ad una classe si comportavano in modo del tutto opposto ai loro interessi di classe. Ma per com-prendere questo aspetto sarebbe stato necessario fare riferimento a quella teoria psicoanalitica mes-sa al bando, per ironia della sorte, come borghese dal movimento operaio di quegli anni. Movimen-to operaio che avrebbe così scoperto come il carattere conservatore dell’ideologia fosse il risultato del fatto che le coazioni e le norme sociali vengono interiorizzate dall’individuo attraverso la me-diazione del super-io e che la trasformazione della pressione sociale esterna in pressione interna si compie nell’identificazione del bambino con gli educatori e nell’introiezione degli ordini e dei di-vieti dei genitori. E’ in sostanza il super-io dei genitori e degli educatori che diviene il garante psicologico di tutte le concezioni tradizionali dei valori e della morale che si trasmettono, in questo modo, per generazioni. Il super-io diventa una sorta di cavallo di troiache la società introduce in ogni singolo individuo per riprodurre nella sua mente la stessa struttura sociale: quando ogni individuo arriva ad agire co-me poliziotto di se stesso, come polizia segreta di sé, allora la socializzazione attuata da quel parti-colare regime sì è perfettamente realizzata. Da un altro punto di vista si potrebbe dire che il super-io provoca nell’economia psichica dell’individuo lo stesso effetto vincolante di quello provocato dai rapporti di produzione rispetto alle forze produttive nell’economia capitalista. Come le forze produttive, secondo l’analisi marxiana, si trasformano, sotto la pressione dei rapporti di produzione, in forze distruttive, anche le forze pulsio-nali individuali, sotto la pressione del super-io, si trasformano in forze distruttive. In fondo la psicoanalisi aveva in qualche modo avvertito di non sottovalutare la formazione del super-io in quanto se le ideologie degli uomini sono il risultato dei loro rapporti sociali, questa, ci ricorda Freud, molto probabilmente non è tutta la verità. L’umanità non vive mai soltanto nel presente, nelle ideologie del super-io continua a vivere il passato, la tradizione della razza e del popolo, che, soltanto a poco a poco cede il passo all’autorità del presente, a nuove modificazioni, e fino a che il passato agisce attraverso il super-io ha un ruolo importantissimo nella vita degli uomini, in-dipendentemente dai rapporti economici. Naturalmente l’ideologia nazista, come in fondo anche quella staliniana del socialismo in un solo paese, era ostile ad una dimensione psicologica della società. Patria e nazione erano le idee da in-culcare nella nuova classe dei produttori senza accorgersi, ci ricorda Reich, che queste idee, nella loro essenza soggettivo-sentimentale, sono le idee di madre e di famiglia, anzi la madre è la patria del bambino nella borghesia, così come la famiglia è la sua nazione, in piccolo. Inoltre l’unità so-stanziale fra ideologia familiare e quella nazionalistica può essere dimostrataulteriormente consi-derando che le famiglie sono delimitate tra loro come le nazioni e, in entrambe, le basi sono di ca-rattere economico. Inoltre la famiglia del piccolo borghese è ininterrottamente afflitta da preoccu-pazioni di carattere alimentare e da altre preoccupazioni materiali. Ne emerge, sostiene Reich, una tendenza espansionistica che riproduce l’ideologia per cui la nazione ha bisogno di spazio e di nutrimento. Di conseguenza il piccolo borghese è particolarmente in-cline all’ideologia imperialistica. Egli riesce ad identificarsi completamente con il concetto perso-nificato di nazione. In questo modo l’imperialismo di stato si riproduce ideologicamente nell’imperialismo familiare. Questa situazione, che si riferisce più in particolare alla realtà tedesca durante il nazismo, la si può estendere anche alla Russia sovietica degli Anni Trenta dove il colcosiano, nella sua duplice anima di salariato e di lavoratore indipendente, bene rappresenta il piccolo borghese di Reich. E il percor-so successivo del socialismo staliniano sino alle vicende attuali testimonia dell’acutezza dell’analisi reichiana riguardo a come una società autoritaria si riproduca con l’aiuto della famiglia, importante istituzione di conservazione e di rafforzamento dell’autorità statale. Reich mostra come i fattori sociali siano sempre più integrati con i complessi dell’inconscio e come le cause delle nevrosi si possano cercare nei conflitti della civiltà. Si tratta di capire come i risultati clinici della psicoanalisi si connettano a quelli socio-culturali della sociologia in un intreccio fecon-do di conoscenze che ciascuna disciplina apporta. L’esempio dello sciopero, che Reich riporta nella discussione con Fromm sui rapporti tra sociologia e psicoanalisi, è illuminante al proposito. Lo sciopero è un fenomeno sociale che deriva dai rapporti relazionali tra operaio e capitalista e da una serie di processi connessi: la situazione del mercato del lavoro, la concorrenza tra gli imprenditori, la forza del sindacato e così via. Lo sciopero si realizza però con la volontà e la coscienza degli operai: il fatto sociologico trova, quindi, espressione a livello psichico. Ma l’analisi dell’inconscio di uno o più scioperanti non ci dice nulla sullo sciopero come fenomeno sociale e sui suoi motivi di fondo. Infatti se si cerca di utilizzare per la sua spiegazione gli elementi ricavati dall’analisi della persona si potrebbe arrivare alla conclusione che lo sciopero è una rivolta contro il padre, ponendo sullo stesso piano lo sciopero e il comportamento psichico nello sciopero. Con la psicoanalisi si riesce infatti a capire il comportamento dell’operaio durante lo sciopero, ma non lo sciopero stesso, anche se è evidente che i comportamenti, individuali e collettivi, determinano certamente l’esito dello sciopero, il che significa che i fattori psichici svolgono un ruolo impor-tante. Ad esempio, lo sciopero può essere condizionato dalla mancanza di fiducia degli operai verso i promotori dello sciopero, dall’ascendente di un leader sindacale, dalla paura verso l’imprenditore o nei confronti delle difficoltà materiali che si possono incontrare. I motivi delle paure possono es-sere vari: da quello più superficiale di timore del licenziamento ad uno più profondo come quello della paura di ribellarsi all’autorità, sentimento che nasce dalla situazione familiare e sociale del soggetto coinvolto. Così, quando si parla di utilizzo del metodo psicoanalitico, quello che conta è sempre l’individuazione degli elementi intermedi fra il processo sociale e l’azione dell’individuo in questo processo. Quanto più il comportamento è razionale tanto più ristretto è il campo di indagine della psicologia dell’inconscio, mentre quanto più un comportamento appare irrazionale tanto più am-piamente la sociologia ricorre all’aiuto della psicologia. Non ci si deve, infine, dimenticare di rivol-gere particolare attenzione alle piccole cose della vita quotidiana: nella camera da letto piccolo bor-ghese acquistata dall’operaio o nel vestito da ballo che la moglie indossa per andare ad una festa oppure nel colletto inamidato per andare al lavoro o ancora nell’uscita serale al bar come nella re-pressione familiare della donna c’è più verità sulla struttura caratteriale degli individui che non in tante pubblicazioni sulle tendenze conservatrici delle masse, anche se vestiti, comportamenti e at-teggiamenti familiari sono solo l’espressione esteriore di un processo in atto nell’individuo di cui si parla, un segno della sua predisposizione ad accogliere ideologie conservatrici. Ritornando al testo reichiano sul nazismo potremmo chiederci se la follia di Hitler si è trasformata nella follia di un’intera nazione, se non addirittura di gran parte dell’Europa? E che esiste tra il Fuhrer e il popolo tedesco un rapporto di reciprocità e di mutuo scambio tale per cui si potrebbe considerare Hitler come l’espressione di una condizione mentale presente in milioni di persone e non solo in Germania? E come è potuto accadere che settanta milioni di tedeschi siano stati sedotti dall’incubo di uno psicopatico? Se si ha a che fare con una intera comunità i cui membri sono stati esposti a influenze sociali, mo-delli familiari e modalità educative, condivisi nell’ambito di una data cultura o, quantomeno, da un suo strato sociale, un effetto possibile è quello per cui i membri di quella determinata comunità so-ciale tendono a pensare e ad agire in modo più o meno omogeneo, che si può configurare come un carattere culturale generale. Comprendere la natura delle forze sociali che influenzano lo sviluppo individuale dei membri della comunità è utile per capire meglio la frequenza e l’intensità con cui tali forze agiscono nel contesto collettivo. Se poi accade che l’individuo osservato sia il capo della comunità stessa ci si può aspettare di riconoscere in lui, in una forma esasperata, tutti i fattori psico-logici in gioco con un rilievo più spiccato di quanto accadrebbe se avessimo a che fare con un membro medio della comunità. Un capo ha successo solo quando la sua concezione personale, la sua ideologia e il suo programma trovano riscontro nella struttura media di un largo strato di indivi-dui che fanno parte della massa. Si può dire che più l’individuo-massa, in seguito alla sua educazio-ne, diventa impotente e maggiore è l’identificazione con il capo, più il bisogno infantile di appog-giarsi a qualcuno assumerà la forma di sentirsi-tutt’uno-con-il-capo . Questa tendenza all’identificazione è la base psicologica del “narcisismo nazionale”, cioè della co-scienza di sé presa a prestito dalla “grandezza della nazione”. Il piccolo borghese scopre se stesso nel capo e, in base a questa identificazione, si sente un difensore della nazione; inoltre la sua situa-zione di miseria materiale e psicologica viene sublimata nell’idea che egli ha del “padrone e della sua geniale direzione”, non accorgendosi più di essere precipitato dentro una forma di sudditanza acritica e priva di significato. In questo senso è interessante notare, prendendo spunto dalla storia personale di Hitler, come l’origine piccolo-borghese delle sue idee coincidesse con le strutture caratteriali di quegli strati so-ciali, pronti ad accoglierle: strutture disposte alla sottomissione all’autorità e timorose della libertà degli uomini. Durante l’infanzia Hitler, totalmente carente di una figura guida, soffre della doppia personalità del padre: ubriaco e brutale a casa, solerte e fedele impiegato fuori. Anche la carriera militare fornisce un esempio della subalternità, sottomissione e servilismo di Hitler a uomini autorevoli, energici, di-sposti a guidarlo e a proteggerlo: l’arruolamento nell’esercito tedesco e la carriera di “polizia politi-ca” successiva, con l’incarico di spiare e denunciare i commilitoni, sono i primi passi verso una sor-ta di adattamento sociale dopo il periodo di fame e di vagabondaggio a Vienna. Da giovane nazionalista, che vive in Austria, Hitler è ostile alla casa regnante austriaca, rea di ab-bandonare la “patria tedesca alla slavizzazione” e il suo ideale diventa Bismarck per l’impegno pro-fuso nell’unificazione della nazione tedesca. Dopo la sconfitta della Germania, dirà, in un passo del Mein Kampf, che si deve diffidare dell’intelligenza come della coscienza e riporre tutta la fede negli istinti, mentre, in un altro, scriverà che “era stato acceso un fuoco e dalle sue fiamme doveva un giorno scaturire la spada cui spettava il compito di riconquistare la libertà del Silgfrido tedesco e la vita della nazione germanica”. In questo processo di trasformazione della personalità Hitler, nell’assumere quella nuova, sopprime per così dire la precedente, proiettandone tutte le caratteristi-che negative e odiate all’esterno, sull’altro: l’ebreo. Per rafforzarsi nel suo nuovo ruolo e per vince-re il proprio disagio egli deve continuamente provare a se stesso di essere il personaggio nuovo che crede di essere. Ne deriva un effetto a cascata dove ogni atto di brutalità, violenza e atrocità come anche di acquisizione di potere deve essere seguito da atti sempre maggiori in una spirale senza fi-ne. Inoltre nei suoi discorsi, come riferisce Otto Strasser che è tra i fondatori del partito nazista, Hit-ler risponde alle vibrazioni del cuore umano con la sensibilità di un sismografo … che lo pone in grado, con una sicurezza di cui nessuna facoltà conscia potrebbe dotarlo, di agire come l’altoparlante che proclama apertamente i desideri più segreti, gli istinti più repressi, le sofferenze e le frustrazioni intime di un’intera nazione.Quasi individuasse e facesse appello al lato nascosto della personalità collettiva del ceto medio te-desco, cioè quella che trae gratificazione da un comportamento sottomesso, dalla disciplina e dallo spirito di sacrificio, incarnando invece, quello visibile, le caratteristiche di forza e di potenza. E’ come se Hitler potesse riuscire a bloccare le facoltà critiche dei propri concittadini assumendone su di sè il ruolo e diventando parte integrante della personalità dei suoi sostenitori con il dominio dei loro processi mentali. Così tutti coloro che stanno dalla sua parte combattono inconsciamente per ciò che ai loro occhi rappresenta la propria integrità psicologica ed è proprio l’atteggiamento di pro-tezione e di fiducia delle masse nel capo carismatico che dà a questi e al ceto dominante la possibili-tà di “farcela”. Se le persone, che, come Hitler, sono possedute dai loro doppi, vivono le proprie esperienze in una dimensione paranoica (ne è esempio significativo il Sosia di Dostoevskij), attribuendone la respon-sabilità alla persecuzioni dei nemici, allora anche le parole di Sartre risultano significative: l’antisemita si è scelto criminale … ha censurato i suoi istinti d’assassino, ma ha trovato il modo di salvarli senza confessarli. Sa di essere perverso, ma poiché fa il Male per il Bene, poiché tutto un popolo attende da lui la liberazione, egli si considera come un perverso sacro. In seguito ad una inversione di tutti i valori … è incline alla collera, all’odio, al saccheggio, all’assassinio, a tutte le forme di violenza che si collegano secondo lui alla stima, al rispetto, all’entusiasmo; e nel momento stesso in cui la perversità lo ubriaca, sente in sé la leggerezza e la pace che gli danno la coscienza tranquilla e la soddisfazione del dovere compiuto. Ecco allora che una umanità così strutturata vive, ama e odia solo in modo meccanico, acquisendo quegli atteggiamenti caratteriali che nella “peste” nazista hanno trovato la loro più matura espres-sione: una concezione gerarchica e burocratica della società, la paura della responsabilità, il deside-rio di avere un capo, la schiavitù interiore, l’attesa di ricevere ordini, il sadismo come pulsione e un’amoralità nelle azioni di annientamento degli altri: ebrei, zingari, malati mentali, omosessuali, minorati fisici, testimoni di Jehova e avversari politici. Come fare allora per contrastare la peste nazista e per ridare la parola al movimento rivoluzionario, si chiede Reich? In primo luogo si deve essere consapevoli che non è possibile rendere inoffensivo l’elemento fasci-sta se non lo si rintraccia nel proprio essere e se non si riconoscono le istituzioni sociali che lo “co-vano” ogni giorno. In secondo luogo bisogna studiare e capire non perché la gente affamata ruba o perché gli operai sfruttati scioperano, ma perchè la maggioranza dei miserabili non ruba e perché i lavoratori sfruttati non scioperano. In terzo luogo si deve comprendere che la coscienza di classe si costruisce solo a partire dal privato riuscendo a collegare aspirazioni, desideri e bisogni alla sfera della politica: un’anticipazione dello slogan il personale è politico della fine degli Anni Sessanta. Dobbiamo così rivolgere molta più attenzione (ed è questo, a mio avviso, l’insegnamento reichiano più importante che emerge dall’analisi dei due testi) ai piccoli fatti della vita quotidiana nell’idea che è lì che il nostro sacco si riempie, a poco a poco, di piccole ombre che poi, nel tempo, crescono e possono avere il sopravvento, se non siamo pronti al riconoscimento morale del Male dentro di noi e nella società e a contrastarlo, riconoscendolo e non negandolo.

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