Una settimana fa, nel cuore della notte, missili israeliani hanno colpito obiettivi sensibili a Teheran: non solo silos e basi, ma studi televisivi e commissariati, “simboli del potere di Khamenei”, spiegano analisti regionali. L’operazione, parte di una campagna che Gerusalemme afferma di poter “chiudere presto se l’Iran cambia rotta”, mira a piegare la Repubblica islamica senza un’invasione di terra, ma finora ha lasciato sul terreno oltre duecento vittime iraniane secondo fonti di Teheran.
La replica di Khamenei è arrivata sotto forma di dichiarazione diplomatica: “Nessun negoziato nucleare sotto le bombe”. Una posizione che blocca, almeno per ora, i tentativi europei di riaprire il tavolo sul Piano d’azione congiunto globale, mentre Washington valuta se impegnarsi più a fondo o restare nell’ombra per evitare un’escalation diretta.
Intanto a Gaza la guerra prosegue a intermittenza: le brigate di Hamas resistono nei tunnel di Khan Younis mentre i mediatori di Qatar ed Egitto inseguono l’ennesima bozza di scambio ostaggi-cessate-il-fuoco. La bozza, confermano fonti diplomatiche, prevede trenta giorni di pausa umanitaria in cambio del rilascio graduale dei prigionieri, ma Israele per ora non invia una delegazione negoziale, temendo che Hamas sfrutti la finestra per riorganizzarsi. L’opinione pubblica israeliana, ancora scossa dall’attacco del 2023, resta divisa: da un lato le famiglie degli ostaggi chiedono un accordo immediato, dall’altro le piazze nazionaliste accusano Netanyahu di “cedevolezza”.
Sul fronte meridionale un dato nuovo: dopo due mesi di bombardamenti record Stati Uniti e Houthi yemeniti hanno concordato il 6 maggio un cessate-il-fuoco mediato dall’Oman. L’intesa giura di proteggere le rotte del Mar Rosso e impegna entrambe le parti a cessare gli attacchi reciproci; in cambio Washington sospende i raid iniziati a marzo. Ma lo stesso giorno il leader houthi Mahdi al-Mashat ha precisato che la milizia “continuerà a sostenere Gaza e Teheran” con altre forme di pressione, lasciando aperta la porta a nuove fiammate regionali.
Questi fili, apparentemente separati, si intrecciano in un’unica trama. Israele colpisce l’Iran per tagliare il sostegno logistico a Hamas e Hezbollah; Teheran risponde armando le sue reti dal Libano allo Yemen; gli Stati Uniti oscillano fra deterrenza e contenimento, complicati da un anno elettorale in cui ogni vittima americana peserebbe sul consenso di Donald Trump. Sullo sfondo l’esercizio quotidiano della diplomazia è sovrastato dal rumore dei droni: i corridoi umanitari per Gaza vengono aperti e chiusi nel giro di ore e l’Onu calcola che oltre l’80% dei due milioni di abitanti dipenda ormai da razioni di emergenza.
Ma cosa significa “vittoria” in questo scenario? Per Gerusalemme far cessare l’arrivo di razzi e affossare il progetto nucleare iraniano; per l’Iran sopravvivere conservando la capacità di proiezione; per Hamas resistere abbastanza a lungo da rivendicare l’identità di “vittime titolari di diritti”. A Washington la parola chiave è “gestire”: impedire che un conflitto limitato diventi sistemico, salvare le vie marittime e prevenire l’innesco di una corsa alle armi più ampia.
Tutti, però, si scontrano con la stessa equazione umanitaria e politica: più si prolunga la guerra più aumenta il costo di una pace sostenibile. A Gaza i bambini feriti superano ormai i 25.000, secondo dati ospedalieri locali e nelle città israeliane il trauma post-attacco è diventato ingredienti di campagna elettorale. In Iran l’opposizione interna è frammentata, ma i funerali collettivi amplificano la stanchezza di una popolazione già provata dalle sanzioni.
Gli stessi leader ammettono che la pace, se arriverà, sarà fragile. Nel frattempo cresce una diplomazia “minore”: sindaci di frontiera che organizzano scambi di feriti, reti femminili che trasportano medicinali, rabbini e imam che si parlano via Zoom. È un tessuto sottile ma indica che la società civile resta un agente decisivo, nonostante la narrativa bellica dominante.
Se questa polvere di tregue si depositerà davvero dipenderà da una manciata di scelte: la decisione di Teheran se tornare al tavolo nucleare, quella di Hamas se accettare una tregua lunga in cambio di investimenti per la ricostruzione e quella di Washington se ricucire, o strappare, il filo che la lega alle parti. Solo allora si capirà se la regione sta marciando verso un nuovo equilibrio o se, come temono molti, collasserà semplicemente in un conflitto a bassa intensità ma permanente.


