Pechino, i Five Eyes, chi ha la responsabilità della pandemia?

di Matthew Ehret

Fin dai primi giorni della pandemia Covid, erano iniziate ad emergere prove secondo cui il virus non sarebbe stato un fenomeno evolutivo naturale, come asserito dall’OMS, dalla rivista Nature e dagli editori di Lancet, ma avrebbe avuto altre origini. Uno dei primi sostenitori di questa teoria era stato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lijian Zhou, che, a livello internazionale, aveva fatto scalpore condividendo due articoli di Larry Romanoff sulla possibile “targettizzazione genetica” di un virus che stava avendo un effetto sproporzionatamente letale su iraniani, italiani e vari genotipi asiatici. Zhou era stato subito affiancato da esperti di armi biologiche, come Francis Boyle, dai virologi di spicco Luc Montagnier e Judy Mikovits, seguiti da una crescente schiera di studiosi, scienziati e accademici mondiali, tutti concordi sul fatto che l’apparente sequenzialità genetica del virus implicava un intervento umano. Anche se tutti erano d’accordo sul fatto che il CoV-2 sembrava aver avuto origine da un laboratorio, non era ancora chiaro se quel laboratorio fosse cinese o controllato dagli USA. Con la teoria dell’origine in laboratorio sorgeva spontanea un’altra domanda: si era trattato di una fuga accidentale o di un atto consapevole? Dal momento che le simulazioni di guerra biologica sono diventate una componente comune della geopolitica occidentale, con Dark Winter, nel 2000, Lock Step della Fondazione Rockefeller nel 2011, fino ad Event 201 del Forum Economico Mondiale (e altre decine nel mezzo), l’ipotesi della diffusione attiva è una possibilità da prendere in seria considerazione. Chi aveva il motivo, i mezzi e il modus operandi per portare a termine una simile operazione a livello globale? Nel febbraio 2020, aveva iniziato a fare notizia l’ipotesi di una possibile fuga del virus dal laboratorio di Wuhan, alimentata dal fatto, accertato, che il dottor Anthony Fauci aveva esternalizzato alcuni esperimenti di guadagno di funzione sui coronavirus dai laboratori di armi biologiche degli Stati Uniti all’Istituto di virologia di Wuhan, uno dei due laboratori BSL-4 in Cina attrezzati per condurre questo tipo di ricerca. Quando, nel giugno 2020, Sir Richard Dearlove (ex capo del MI6) era improvvisamente diventato un acceso sostenitore dell’ipotesi della fuga dal laboratorio di Wuhan, l’impressione era che sotto ci fosse qualcosa di strano. Dearlove certamente non era uno sprovveduto sulle armi biologiche. Sapeva molto bene della serie di laboratori per le armi biologiche del Pentagono, praticamente sparsi in tutto il mondo e, certamente, capiva l’arte del depistaggio, essendo egli stesso una bizantina creatura d’ombra, abituata ad operare ai più alti livelli dell’intelligence britannica. Dearlove, dopo tutto, era stato il responsabile del dossier “yellowcake,” il pretesto che era servito a scatenare la guerra in Iraq, sapeva dei falsi rapporti sponsorizzati dall’MI6 sui gas nervini che sarebbero stati usati usati dalle forze governative in Libia e in Siria, aveva anche supervisionato la narrativa del Russiagate, che aveva portato ad una Rivoluzione Colorata proprio negli Stati Uniti. Dearlove non era neanche certamente all’oscuro di quanto accadeva nei laboratori di Porton Down, dove si produce il Novichok utilizzato nell’affare Skripal. Mentre il tifo di Dearlove per la teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan aveva fatto suonare un campanello d’allarme, col passare del tempo, non era però emersa nessuna prova schiacciante, legalmente valida, per un’ipotesi alternativa alla fuga dal laboratorio. Da questo punto di vista, l’operazione di Dearlove aveva avuto successo, visto che le ricevute dei pagamenti dal NIH di Fauci al laboratorio di Wuhan avevano opportunamente fatto notizia e, nella mente di molti, erano state considerate la vera “pistola fumante”. Prima di passare alla fase successiva della storia, è importante ricordare che l’assenza di prove empiriche non è di per sé una prova dell’innocenza di una parte, così come l’esistenza di una prova empirica non è una prova della colpevolezza della controparte. Nelle ultime settimane, l’ipotesi della fuga del laboratorio di Wuhan è ritornata di moda. Lo scontro di Rand Paul con Fauci del 10 maggio sul finanziamento dell’Istituto di virologia di Wuhan da parte di quest’ultimo aveva gettato altra benzina sul fuoco. Aveva poi fatto scalpore la notizia del 7 maggio su Sky News di documenti pubblici cinesi su armi biologiche a base di virus covid. Il 26 marzo, l’ex capo del Center of Disease Control, Robert Redfield, aveva dato il prorio sostegno alla teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan. Anche se le copie delle ricevute del trasferimento di fondi dal NIH di Fauci ai laboratori cinesi (attraverso la Eco Health Alliance 600 mila dollari erano andati al laboratorio di Wuhan) per la ricerca sul coronavirus erano già disponibili dal febbraio 2020, ci si deve chiedere perché questo fatto venga diffuso a tutti i livelli proprio ora, dopo più di un anno. In tutto il mondo occidentale, sia i media mainstream che quelli alternativi, sia di Destra che di Sinistra, erano saltati sul carro, accusando la Cina di aver fatto uscire il virus da un suo laboratorio, sia per caso che per intenzione (anche se, ovviamente, l’intenzionalità [per i media] dovrebbe essere l’unica conclusione possibile, una volta accettata la teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan). Ma, ancora una volta, devo porre la domanda: in un mondo di depistaggi, guerre psicologiche e controllo della percezione, gli indizi che ci vengono offerti ci costringono veramente a concludere che il governo cinese è responsabile della pandemia globale o è possibile trovare un altro colpevole? Il 9 febbraio 2021,Zeng Guang, un epidemiologo di alto livello presso il Centro Cinese per il Controllo delle Malattie, in un’intervista con i media cinesi si era unito al gruppo dei cospiratori. Pur negando che il laboratorio cinese di Wuhan fosse stato la fonte del virus, come avevano sostenuto molti in Occidente, Guang aveva affermato che la possibilità che il SarsCov2 fosse stato sintetizzato in un laboratorio non avrebbe comunque dovuto essere scartata. Indicando i numerosi laboratori di armi biologiche degli Stati Uniti diffusi a livello globale (e citando la comprovata esperienza degli Stati Uniti nel dispiegare armi biologiche come parte del loro arsenale di guerra asimmetrica fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale), Guang si era chiesto: “Perché ci sono così tanti laboratori negli Stati Uniti quando i laboratori di biologia sono in tutto il mondo? Qual è lo scopo? Su molte cose, gli Stati Uniti richiedono agli altri di essere aperti e trasparenti, e poi scopriamo che sono gli stessi Stati Uniti ad essere spesso i più opachi. Indipendentemente dal fatto che questa volta gli Stati Uniti abbiano o meno una responsabilità speciale sulla questione del nuovo coronavirus, dovrebbero avere il coraggio di essere aperti e trasparenti. Gli Stati Uniti dovrebbero assumersi la propria responsabilità davanti al mondo, invece di farsi guidare da un’ideologia egemonica, nascondendosi di fronte al virus e dandone la colpa agli altri”. Guang era stato affiancato dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, che aveva anche sottolineato l’estensione globale dei laboratori di armi biologiche del Pentagono, dicendo: “Vorrei sottolineare che, se gli Stati Uniti rispettano veramente i fatti, dovrebbero aprire il laboratorio biologico a Fort Detrick, dare più trasparenza a questioni come i suoi più di 200 laboratori biologici all’estero, invitare gli esperti dell’OMS a condurre negli Stati Uniti la ricerca sulle origini [del virus] e rispondere alle preoccupazioni della comunità internazionale con azioni concrete.” Coloro che tendono a non prendere in considerazione la storia e le dimensioni della ricerca sulla guerra biologica controllata dal Pentagono, sono portati, per tutta una serie di motivi, ad ignorare il contenuto di simili osservazioni da parte dei funzionari cinesi. Per esempio: è facile credere che Fauci e Gates siano corrotti, e questa teoria non solo li implica, ma li rende anche complici di un governo cinese che la maggior parte degli Occidentali, con un opportuno lavaggio del cervello, è stata indotta a ritenere il bastione del debito globale, del genocidio, e dell’imperialismo comunista, il cui unico scopo è distruggere i valori occidentali. Dopo aver condotto una breve revisione di alcuni fatti fondamentali della storia recente, insieme alle realtà geopolitiche del nostro attuale ordine mondiale a cui fa riferimento il capo del CDC cinese, credo che la storia della fuga del virus dal laboratorio cinese di Wuhan sia una falsa accusa. Ecco cinque fatti a sostegno della mia tesi. Anche se in molti preferirebbero evitare di prendere in considerazione questa eventualità, oggi il depopolamento è un fattore trainante della politica unipolare internazionale, proprio come lo era stato nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando la Fondazione Rockefeller, la Fondazione Macy, la City di Londra e gli interessi di Wall Street avevano dato il loro sostegno sia all’ascesa del fascismo, come soluzione economica miracolosa che avrebbe dovuto risolvere i problemi economici della Grande Depressione, sia all’eugenetica (la scienza del controllo della popolazione), intesa come religione di un nuovo sacerdozio scientifico. Oggi, questa agenda si maschera dietro un nuovo movimento transumanista, caratterizzato da termini come “quarta rivoluzione industriale,” “economia decarbonizzata” e “Grande Reset.” Gli obiettivi primari da colpire di questa agenda rimangono: 1) gli stati nazionali sovrani, e 2) le “zone sovrappopolate” del mondo, in particolare Cina, India, Sud America e Africa. A chiunque fosse istintivamente portato a mettere da parte tali affermazioni come “teorie della cospirazione,” consiglierei una breve rilettura del famigerato rapporto NSSM-200 di Henry Kissinger: Implications of Worldwide Population Growth for U.S. Security and Overseas Interests, pubblicato nel 1974. Questo rapporto, ormai declassificato, era stato di fondamentale importanza nella trasformazione della politica estera degli Stati Uniti da filosofia a favore dello sviluppo economico in paradigma per il controllo della popolazione. Nel suo rapporto, Kissinger aveva avvertito che “se i numeri futuri devono essere mantenuti entro limiti ragionevoli, è urgente che le misure per ridurre la fertilità siano iniziate e rese efficaci negli anni ’70 e ’80….l’assistenza (finanziaria) sarà data ad altri Paesi, considerando fattori come la crescita della popolazione… L’assistenza alimentare e agricola è vitale per qualsiasi strategia di sviluppo sensibile della popolazione… In caso di scarse risorse, l’assegnazione dovrebbe tenere conto di quali passi stia facendo un dato Paese per il controllo della propria popolazione… C’è un’opinione alternativa, secondo cui potrebbero essere necessari programmi coercitivi…”. Nella contorta logica del signor Kissinger, la dottrina della politica estera statunitense aveva troppo spesso scioccamente cercato di porre fine alla fame nel mondo, fornendo alle nazioni povere i mezzi di sviluppo industriale e scientifico. Da vero Malthusiano, Kissinger credeva che aiutare i poveri a cavarsela da soli avrebbe portato ad uno squilibrio globale, perchè le nuove classi medie avrebbero consumato di più e utilizzato le risorse strategiche del loro stesso sottosuolo, cosa che avrebbe accelerato l’entropia del sistema mondiale. Una cosa del genere era inaccettabile per la mente di Kissinger e di qualsiasi altro misantropo seguace di Malthus che avesse condiviso le sue opinioni sull’umanità e sul modo di governare. Al momento della nomina di Kissinger a Segretario di Stato nell’amministrazione Nixon, era stata inaugurata una nuova grande strategia, progettata per creare una nuova dipendenza “padrone-schiavo” tra i settori sviluppati e non sviluppati del mondo… con un’enfasi speciale sulle 13 nazioni prese di mira dal NSSM 200, più la Cina. Alla Cina era stato concesso di accedere alla tecnologia occidentale necessaria a farla uscire dalla sua abbietta povertà, a condizione che avesse obbedito alle richieste dei Rockefeller e della Banca Mondiale e avesse adottato, per frenare la crescita della propria popolazione, un programma di pianificazione familiare imperniato su un unico figlio. Kissinger aveva iniziato ad organizzare questo nuovo insieme di relazioni sociali utilizzando uno schema bipolare, incentrato sui “possessori,” i consumatori post-industriali e una enorme massa di “non possessori,” i lavoratori a basso reddito del settore industriale, salariati senza la possibilità di migliorare la propria condizione e senza i mezzi per acquistare i beni da loro stessi prodotti. Le popolazioni mondiali dalla pelle più scura se la sarebbero cavata ancora peggio, non avendo né i mezzi di produzione, né di consumo e sarebbero rimaste in un costante stato di carestia, guerra e arretratezza. Queste zone di oscurantismo sarebbero state in gran parte localizzate nell’Africa sub-sahariana e queste terre ricche di risorse sarebbero state sfruttate dagli intermediari e dai finanzieri delle corporation, incaricati di gestire quell’ordine mondiale che avrebbe preso il posto dell’“obsoleto sistema” degli stati nazionali. Questo modello kissingeriano di ordine mondiale era assolutamente statico, senza spazio per la crescita della popolazione o il progresso tecnologico. Mao, la Banda dei Quattro e la loro Rivoluzione Culturale sembravano essere perfettamnete in linea con l’agenda di Kissinger. Ma, dopo la morte di Mao e il giusto processo alla Banda dei Quattro, [in Cina] era stata lanciata una nuova strategia a lungo termine, conosciuta con il nome di Quattro Modernizzazioni, plasmata da Zhou Enlai e portata avanti da Deng Xiaoping. Questo programma era molto più lungimirante di quanto avesse mai immaginato Kissinger. Mentre, in quasi ogni settore, l’Occidente sta decadendo sempre più velocemente, la Cina si sta rapidamente muovendo su una traiettoria opposta, ampliando gli investimenti a lungo termine e lo sviluppo tecnologico avanzato nella sua stessa società e nei Paesi confinanti attraverso progetti globali, come la Belt and Road Initiative. Anche se la sua popolazione non si è ancora completamente ripresa dalla disastrosa politica del 1979 del figlio unico ed è lontana dal raggiungere i 2,1 figli per coppia necessari per il mantenimento della popolazione, nel 2015 il limite era stato portato a due figli e i principali economisti della Bank of China ne avevano chiesto l’immediata eliminazione. Nel frattempo, la politica nazionale verticista della Cina, incentrata sull’ampliamento delle fonti energetiche indispensabili per la crescita dell’economia, è diversa da qualsiasi cosa mai vista da decenni nel mondo occidentale a sistema chiuso. Un fatto vitale spesso dimenticato è che, nel dicembre 2009 a Copenhagen, Cina e India erano state entrambe strumentali nel sabotare il programma COP-14, che avrebbe dovuto fissare tagli legalmente vincolanti alle emissioni di CO2, in nome della de-carbonizzazione (e de-industrializzazione) di gran parte della società. Nel 2009, il Guardian di Londra aveva riferito che “Copenhagen è stato un disastro. Su questo siamo d’accordo. Ma la verità su ciò che è realmente accaduto rischia di perdersi in mezzo alla confusione e alle inevitabili recriminazioni reciproche. La verità è questa: La Cina ha distrutto i colloqui, ha intenzionalmente umiliato Barack Obama e ha insistito per un ‘accordo’ terribile, in modo che la colpa ricadesse sui leader occidentali.” Apparentemente, Cina e India, insieme ad alcuni governi africani come il Sudan (che non era ancora stato fatto a pezzi sotto lo sguardo attento della allieva di Rhodes, Susan Rice) non avevano voluto sacrificare la loro industria e la loro sovranità nazionale sull’altare di modelli matematici realizzati da tecnocrati del cambiamento climatico che, solo poche settimane prima, erano stati pubblicamente denunciati come impostori dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia in quello che sarebbe stato definito lo scandalo del Climategate. Mentre Cina e India dovrebbero essere ringraziate per aver sabotato questo sforzo 11 anni fa, pochissime persone ancora ricordano questo evento e ancora meno si rendono conto di come, nel 2013, questa lotta per la sovranità nazionale fosse comunque collegata alla creazione da parte della Cina della Belt and Road Initiative come forza vitale dell’emergente Alleanza Multipolare. Durante il suo discorso a Davos, del gennaio 2020, Soros aveva definito Trump e Xi Jinping le due più grandi minacce alla sua Open Society, minacce che dovevano essere fermate a tutti i costi. Nel settembre 2019 (proprio mentre era in corso Event 201) Soros aveva scritto sul Wall Street Journal: “Come fondatore della Open Society Foundation, la mia volontà di sconfiggere la Cina di Xi Jinping va oltre gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Come avevo spiegato in un discorso a Davos all’inizio di quest’anno, credo che il sistema di credito sociale che Pechino sta costruendo, se gli permetteremo di espandersi, potrebbe suonare la campana a morto per le società aperte non solo in Cina ma anche in tutto il mondo.” Prima di perdersi nella narrativa del “virus dalla Cina,” Donald Trump aveva lavorato molto per migliorare le relazioni con la Cina e aveva persino gestito uno dei più importanti accordi commerciali che era passato con successo alla fase uno nella stessa settimana in cui Soros aveva parlato a Davos. Questa prima fase prevedeva che la Cina creasse un mercato per l’acquisto di prodotti finiti statunitensi come parte di un programma per la ricostruzione del settore manifatturiero perduto dell’America e azzerato da mezzo secolo di “post industrialismo.” Mentre Kissinger aveva definito il Nafta “il passo più creativo verso un nuovo ordine mondiale compiuto da un qualsiasi gruppo di Paesi dalla fine della Guerra Fredda,” Trump era arrivato al punto di rinegoziare questo trattato anti-stato-nazione, dando invece agli stati nazionali, per la prima volta in oltre 25 anni, un ruolo di primo piano nella ridefinizione della politica economica. È importante anche ricordare che Trump aveva resistito ai falchi della guerra che spingevano un totale accerchiamento militare della Cina, iniziato con il famoso Perno sull’Asia di Obama e che oggi rischia di scatenere una guerra atomica. Aveva tolto il carburante all’accerchiamento missilistico THAAD della Cina, portato avanti per oltre un decennio con il pretesto della “minaccia nordcoreana,” anche se i veri obiettivi erano Russia e Cina. La spinta di Trump ad instaurare relazioni amichevoli con Kim Jong Un aveva modificato la politica militare degli Stati Uniti nel Pacifico assai più di quanto molti se ne fossero resi conto, anche se questo fatto non era certamente sfuggito all’intellighenzia cinese. Mentre le Rivoluzioni Colorate organizzate da Soros/CIA non sono ancora riuscite dividere la Cina su Hong Kong, Tibet e Xinjiang, hanno avuto successo negli USA. Mentre la Cina è l’orgogliosa proprietaria di un totale di DUE laboratori BSL-4 (entrambi all’interno dei propri confini), parecchie decine di laboratori di armi biologiche gestiti dal Pentagono costellano il paesaggio internazionale. Esattamente quanti siano è difficile da stimare, come ha dichiarato Alexei Mukhin (direttore generale del Centro di Informazione Politica della Russia) in un’intervista del maggio 2020: “Secondo il Ministero della Difesa russo, nello spazio post-sovietico operano 65 bio-laboratori segreti americani: 15 in Ucraina, 12 in Armenia, 15 in Georgia, 4 in Kazakistan. Negli Stati Uniti, tale attività è vietata. Di conseguenza, il Pentagono, in base alle leggi del suo stesso Paese, è impegnato in attività illegali (moralmente, non legalmente). L’obiettivo è la creazione di armi biologiche dirette contro i popoli della ex Unione Sovietica.” Nel 2018, la giornalista investigativa Dilya Gaytandzhieva aveva documentato il budget multimiliardario con cui il Pentagono finanzia i laboratori di armi biologiche in 25 nazioni (e 11 all’interno degli stessi Stati Uniti), cresciuto in modo esponenziale da quando, nel dicembre 2001, un attacco con antrace di grado militare aveva ucciso cinque Americani ed era servito come pretesto per giustificare un aumento iperbolico dei finanziamenti per le armi biologiche, passati dai 5 miliardi di dollari del 2004, quando era stato approvato il Bioshield Act di Cheney, agli oltre 50 miliardi di oggi. Inoltre, un documento politico dell’ottobre 2000 co-prodotto da William Kristol, John Bolton, Richard Perle, Dick Cheney, Paul Wolfowitz, Elliot Abrams, e Donald Rumsfeld, intitolato Rebuilding America’s Defenses (RAD) affermava esplicitamente che nel Nuovo Secolo Americano, “il combattimento avrà probabilmente luogo in nuove dimensioni: nello spazio, nel cyber-spazio e forse nel mondo dei microbi… forme avanzate di guerra biologica in grado ‘colpire’ genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica da oggetto di terrore a strumento politicamente utile.” La forza trainante di questi esercizi di giochi di guerra con armi biologiche, come l’Operazione Dark Winter del giugno 2000, il Rapporto della Fondazione Rockefeller del maggio 2010, l’Operazione Lock step, e l’esercizio pandemico del World Economic Forum/Gates Foundation/CIA, Event 201, indicano che la Cina non è il nesso causale. Tutto sommato, questi fatti mi hanno convinto che è proprio la Cina ad essere stata incastrata e scelta come obiettivo primario per la distruzione. Come la Cina possa essere la beneficiaria di un simile, irresponsabile rilascio di un nuovo virus che ha martellato la sua stessa economia, accelerato lo scoppio della bolla finanziaria mondiale e annientato le basi della stabilità internazionale è una totale assurdità… specialmente considerando il fatto che tutto ciò che la Cina ha fatto negli ultimi decenni indica un coerente desiderio di creare stabilità, sviluppo a lungo termine e cooperazione, a mutuo vantaggio della comunità internazionale. Niente di simile si è mai visto tra i membri dei Five Eyes o nella loro rete transatlantica di ipertrofici imperialisti. L’oligarchia che gestisce il sistema transatlantico ama certamente il controllo centralizzato tipico della struttura politica cinese e adora il sistema del credito sociale, ma è lì che finisce la sua ammirazione. I tipi alla Kissinger, Gates, Carney o Schwab odiano e temono tutto ciò che la Cina ha effettivamente fatto per lo sviluppo, la fine della povertà, la crescita della popolazione, le banche nazionali, la generazione di credito a lungo termine, la costruzione di economie industriali a pieno spettro e la difesa della sovranità nazionale, tutte cose che ha fatto insieme alla Russia, a cui è strettamente legata nell’Alleanza Multipolare Eurasiatica.

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