Meglio avere un morto in casa…?

La rivalità tra gli abitanti di paesi confinanti è cosa risaputa, d’altronde si sa che si litiga con chi ti sta vicino, non certo con chi vive lontano. Questi attriti sono spesso retaggio di antiche contese, dispute sui confini, abusi o presunti tali, ma anche, probabilmente, dissapori e scontri nati semplicemente dalle frequentazioni o da rivalse. In ragione di questi fatti, un po’ in tutti i paesi sono stati coniati veri e propri motti dispregiativi indirizzati agli abitanti dei centri vicini. Fortunatamente, però, se un tempo erano motivo di dileggio e di scontri, oggi, nella maggior parte dei casi, sono ridotti a pure note di colore. Purtuttavia essi conservano un loro fascino ed in certi casi anche riverberi di interesse storico ed antropologico.
Per testimonianza diretta, posso affermare che tutti gli abitanti dei centri confinanti con Pignola, il mio paese, sono identificabili con un motto, tanto gli abitanti di Tito che quelli di Abriola e di Potenza. Tutti identificati con un detto, negativo ovviamente. Di contro, c’è da crederci, anche da quelle parti ne avranno per gli abitanti di Pignola. Ne avranno… dico… nel senso che magari ne avranno coniato altri, perché uno è più che noto e recita:
“Meglio avere un morto in casa, che un pignolese davanti la porta”.
Un motto arguto e pungente la cui origine è da ascriversi certamente ai potentini, anche perché proprio con gli abitanti di Potenza la rivalità è stata da sempre più accesa. Solo in un secondo momento, il detto deve aver trovato condivisione negli abitanti degli altri centri del circondario. Bisogna riconoscere, comunque, che se un motto viene coniato, condiviso e soprattutto sopravvive al tempo, avrà una sua ragione di essere ed attinge certamente ad un fondo di verità.
Per l’indimenticato Antonio Masini, abituale frequentatore di Pignola, “è pura invenzione la diceria del pignolese cattivo. Un tempo anche i fiorentini chiamarono cattivi i nobili pisani.”
Già, perché non sono certo i pignolesi ad avere l’esclusiva del motto, nel senso che con tale frecciata i toscani in genere, ma i livornesi nello specifico, dileggiano i pisani. Da quelle parti, poi, la frase pungente tocca ancora oggi sul vivo, tanto che i pisani rispondono solerti: “Che Dio ti accontenti!”. Approfondendo la ricerca si scopre che, oltre ai pisani, l’etichettatura si ritrova “appiccicata” anche ai marchigiani.
La motivazione, per questi ultimi, pare scaturisca addirittura da un provvedimento papale. Nel XVI secolo, infatti, pare che Papa Sisto V, marchigiano anch’egli, affidasse ai suoi conterranei il compito di esigere le tasse per lo Stato Pontificio. Ecco quindi che il timore di trovarsi all’uscio il marchigiano esattore e pagare un obolo sostanzioso, abbia indotto i tassati a preferire addirittura di avere un “morto in casa”, una perdita in famiglia insomma.
Per quanto riguarda i pisani, invece, le ragioni sono diverse e più ricche di aneddoti. Tra i lucchesi, infatti, si pensa che la nascita del motto risalga al medioevo, quando i pisani facevano scorrerie depredando le campagne della provincia. Più accesa ed articolata, invece, è la rivalità tra pisani e livornesi e sarebbe lungo parlarne. Evidentemente l’astio da “vicinato”, in questo caso, mantiene ragioni più vivide.
Probabilmente anche nel caso di Pignola gli elementi giustificativi del motto dovettero essere molteplici, oggi, però, la rivalità è meno evidente e sbiadita appare la sua ragione originaria. È quindi evidente che non si tratti di “investitura” recente. Un contributo significativo alla identificazione della radice principale ci viene da “l’Apprezzo della Terra di Vignola”, redatto nel lontano 1730:
“La Terra (di Vignola)…” scrive il compilatore, “…non ha mura ma comunque risulta ben difesa (…) e tanto maggiormente perché gli abbitatori sono uomini molto valevoli, per lo più armigeri, che non solo non ricevono timore, ma ne incutono ad altri. (…) Li maschi per lo più sono gente onorata, ma armigera e risentita che facilmente dalle parole vengono alle mani, a fatti di sangue ed alle volte per piccioli puntigli hanno commesso eccessi scandalosissimi”.
Un quadro chiaro e preciso che lascia presagire la presenza del motto. Appare, comunque, emblematico che il compilatore senta la necessità di inserire queste note di “colore” in un atto che ha finalità esclusivamente di ordine economico-finanziario. Inoltre, lascia riflettere il fatto che egli è un soggetto “terzo” che abitualmente vive e risiede lontano dalla “Terra”. Viene quasi da sospettare che Gallarano, “Tabulario del Sacro Regio Consiglio” residente a Napoli, ben conoscesse la nomea, evidentemente nota ben oltre i confini del circondario. Il sospetto è sostenuto dal fatto che nella successiva “Relazione Gaudioso”, redatta nel 1736, ma con identico fine, si ribadisca che: “La gente bassa era di costume rissoso, poi…” vivaddio” con il beneficio di due congregazioni si sono resi più docili.”
Probabilmente il giudizio era influenzato ancora dall’eco dei tumulti scoppiati sulla scia della rivolta di Masaniello. Il 6 novembre 1647, infatti, si erano ribellati i poveri di Potenza e chiaramente quelli di Pignola non erano stati da meno. La rivolta in città venne presto sedata, ma nelle campagne le azioni continuarono ancora per anni. Nelle campagne imperversarono indomite le bande pignolesi dei fratelli Franceschiello e Bardariello, e quella di Cauzillo, alias l’arrabbiato. Probabilmente incise questo nel giudizio, anche se un po’ tutta la Basilicata pullulava di “banditi” di moltissimi centri.
Se non fu per questo, allora, probabilmente destò impressione quanto accadde nel 1665 in “Aria Silvana.” Qui, per dispute di confini, ci fu uno scontro a fuoco tra i pignolesi e i potentini per il diritto di pascolo. In quell’occasione “…molti potentini rimasero uccisi e lo stesso Conte (Loffredo) passò pericolo di morire con una fucilata tiratagli dal Sacerdote (omissis) di Pignola sull’arcione della sella”. Gente decisa e intollerante ai soprusi se in un’altra occasione non ebbe timore di assaltare l’abitazione del “Governatore di quella Terra”, autore di decisioni ritenute ingiuste.
Dopotutto, il cronista Coiro, ancora nella seconda metà dell’800, spiegava che: “Carattere speciale dei Vignolesi è la credulità, la bonomia, ma insofferenti ai soprusi non tollerano prepotenze ed avversano chiunque intende sublimarsi con mezzi vigliacchi e si crede prima degli altri.”
Ecco, un popolo con “fiducia eccessiva o ingiustificata negli altri”, alla quale, quasi a monito, mette a contrappeso l’insofferenza per le prepotenze e per chi intende primeggiare con mezzi vigliacchi. Evidentemente, doveva essere in questi casi che il pignolese ti “veniva a cercare” e averlo alla porta non doveva essere di buon auspicio.
Nel 1893, anche il potentino Raffaele Riviello, nelle sue “Costumanze, Vita e Pregiudizi del Popolo Potentino”, riconosceva Pignola come paese ospitale, dove i potentini si riversavano durante le feste “…se non che”, annota, “talvolta si eccedeva in impertinenze e scorrettezze di monelli, giovinastri e di ubbriachi dando luogo a dispiaceri e risentimenti giustissimi.”
I potentini? Potevano tranquillamente venire a Pignola, precisa in una poesia Michele di Bello, ma “avienna fëlà”, ossia dovevano “filare dritto”, comportarsi bene.
Oggi i costumi sono cambiati e per il motto, che ogni tanto riaffiora, il pignolese non è affatto infastidito, anzi ne ride e arricchisce il “palmares” aggiungendo altri aneddoti, come il dialogo tra due forestieri:
– Dove sei stato?
– A Pignola!
– E ti hanno fischiato?
– No!
– E allora non era Pignola, chissà dove sei stato!
Quella del fischio era un retaggio divenuto abitudine di giovinastri, un rito tra lo sberleffo e il provocatorio che tormentava i giovani forestieri. Oggi, anche questa abitudine è archiviata e forse non esistono molti paesi che, al pari di Pignola, primeggiano per accoglienza e apertura mentale. Paese aperto e ospitale, dunque, e se Donato Paciello, pignolese anch’egli, faceva un ritratto del pignolese tra il nostalgico e il realista e in pochi versi, lo narrava con:

“Occhi vivi
Eterno ironico sorriso
Andatura da sapientone
Ti guarda giudicandoti.
L’orgoglio lo insuperbisce
l’amore per la sua terra l’inebria
e va cercando lite”

il grande poeta Libero de Libero riconobbe che Pignola è “un paese di civiltà delicatissima”.

Vincenzo Ferretti
Vincenzo Ferretti
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