#Libri. Vento che resta

In un panorama poetico spesso diviso tra esercizio di stile e confessione “Come vento tra le mani di Alice Silvia Morelli, Edizioni Laurita, si impone per un’altra via: quella di una scrittura che non cerca l’effetto, ma la presa – sull’emozione, sul presente, sulla responsabilità di guardare. È un libro “a stanze”, costruito come un attraversamento: dall’io che si incrina e si osserva fino alla voce che si espone nel sociale, nel desiderio, nella cura del mondo. E lo fa con una lingua limpida, musicale, capace di alternare densità e leggerezza senza perdere coerenza.

La prima soglia è interiore: la mente come luogo fisico, corridoio, labirinto, stanza che muta. Qui Morelli mette in scena la fragilità senza compiacerla, lavorando sull’immagine come gesto conoscitivo. Il nucleo è in una dichiarazione che vale come poetica: «scrivo, perché il silenzio pesa più / di qualunque parola sbagliata». È un distico che spiega l’urgenza del libro: trasformare ciò che opprime in forma, dare al non detto una direzione senza moralismi, senza enfasi.

Quando la raccolta entra nella sezione amorosa, “Dove le mani non arrivano”, il registro si fa più ravvicinato, tattile e la memoria diventa una stanza piena anche quando è vuota. L’amore non è mai decorazione: è una prova di realtà. In “Tribade (in onore a Saffo)” l’autrice concentra l’educazione sentimentale in un’immagine semplice e definitiva: «Ma tutto scivola. Anche noi. / Come sabbia tra le dita». La felicità non viene negata, ma misurata nel suo contrario: l’assenza, “il rumore” del vuoto, la persistenza del corpo nell’eco.

Il salto successivo è quello che distingue un buon libro da un libro necessario: Morelli amplia l’inquadratura e porta la poesia dove fa male. “Giardini d’ombra” è un piccolo atlante dell’invisibile contemporaneo: infanzia violata, confini, lavoro, indifferenza. L’incipit di “Radici spezzate” è già una cronaca in versi: «Non c’è più campanella / che chiami all’ordine». Qui la poesia non “commenta” il mondo: lo registra, lo inchioda, lo costringe a essere visto senza alibi.

Eppure il libro non si chiude nel buio. In “Iris” la relazione diventa etica del contatto: incontrarsi senza possedere, sfiorarsi senza conquistare. È una delle parti più mature, perché l’intimità si fa pensiero: «Separo le labbra non per parlare, / ma per lasciar entrare il vento». È un gesto di apertura che vale anche per il lettore: entrare nel testo come in uno spazio condiviso, dove identità e cura non sono slogan ma pratica.

La stessa tensione ritorna nella sezione ambientale, “L’eco della vita”, dove l’allarme non diventa mai retorica: è piuttosto una pedagogia della responsabilità. La speranza, qui, ha mani giovani e concrete: «Giovani mani scavano il giorno, / seminano luce nel tempo che è intorno». Versi che funzionano come chiusura in avanti: non consolano, convocano. Nelle poesie della “Primavera”, l’autrice dimostra di saper “riportare a terra” l’immagine senza impoverirla: «Tra le crepe dell’asfalto / una margherita allunga la gola alla luce». È la cifra di tutto il libro: trovare una fioritura possibile anche dove non era “chiamata”. E forse è proprio questo che resta, dopo l’ultima pagina: la sensazione che il vento non si trattenga, sì, ma che possa, a lungo, continuare a parlarci sulla pelle.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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