Nel suo capolavoro “Se questo è un uomo” Primo Levi non ci ha lasciato solo una testimonianza storica dell’orrore di Auschwitz, ma un monito etico universale, un grido rivolto a tutte le generazioni: attenti a ciò che l’uomo può fare all’uomo, quando la dignità viene negata, quando si abbattono i confini dell’umanità. Oggi, a più di settant’anni dalla liberazione dei campi nazisti, il messaggio di Levi risuona con un’inquietante attualità. Mentre a Gaza si consuma una tragedia di proporzioni devastanti la memoria della Shoah si confronta con un paradosso doloroso: uno Stato nato dalla persecuzione del popolo ebraico è accusato di infliggere sofferenze simili a quelle che aveva subito. Non si tratta di semplificazioni o equazioni superficiali, ma di interrogativi morali profondi.
Primo Levi era un uomo che sapeva distinguere. La sua lucidità non era ideologica, ma umana. Non scriveva per accusare, ma per comprendere. Tuttavia non avrebbe mai accettato che il ricordo della Shoah fosse utilizzato come giustificazione per l’oppressione di altri. In “I sommersi e i salvati” scriveva: Ogni tempo ha il suo fascismo e se ne possono individuare i semi in ogni dove: esso ha la capacità di mutare, travestirsi, ma resta sempre riconoscibile.
Oggi, molti intellettuali ebrei, in Israele e nel mondo, sollevano la stessa domanda: cosa resta dell’insegnamento di Auschwitz se non ci aiuta a riconoscere la disumanizzazione quando accade altrove, anche tra noi?
A Gaza vivono oltre due milioni di persone, in una delle zone più densamente popolate e più assediate al mondo. Da anni la Striscia è sotto blocco terrestre, marittimo e aereo imposto da Israele. Questo isolamento ha distrutto l’economia, l’accesso all’acqua potabile, all’energia elettrica, alle cure mediche. Dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco sanguinoso di Hamas in Israele la risposta israeliana ha superato ogni precedente per intensità e distruttività.
Secondo le principali agenzie umanitarie oltre 45.000 palestinesi sono morti, in gran parte civili, tra cui migliaia di bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo. Ospedali bombardati. Campi profughi trasformati in cumuli di macerie.
In questo scenario le parole di Levi non possono non tornare alla mente. Non perché Gaza sia Auschwitz – ogni tragedia ha la sua unicità – ma perché la negazione dell’umanità altrui è il filo rosso che attraversa ogni orrore. Levi ci ha insegnato a riconoscere quel momento preciso in cui l’altro non è più visto come un essere umano, ma come un bersaglio, un ostacolo, un danno collaterale.
“È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.
Scriveva così e noi dovremmo domandarci: sta accadendo di nuovo?
Per capire l’orrore Levi ci ha mostrato come il lager fosse una fabbrica di negazione dell’umano. I prigionieri non erano più persone, ma numeri. Spogliati di tutto, della dignità, del nome, della voce. Ma oggi, nel dibattito sul conflitto israelo-palestinese, quante volte assistiamo allo stesso processo di riduzione dell’altro a meno che umano?
Chi parla dei civili palestinesi viene accusato di antisemitismo. Chi condanna Hamas viene accusato di sionismo cieco. Ma non è questo il punto. Il punto è che le vittime non si pesano, si ascoltano. Ogni morte innocente, ebraica o araba, è una sconfitta per l’umanità intera. Primo Levi sapeva che la sofferenza non si monopolizza. E avrebbe probabilmente rifiutato ogni tentativo di strumentalizzare la Shoah per giustificare atti di oppressione.
Lo Stato di Israele è nato anche grazie alla coscienza globale dell’orrore dell’Olocausto. Ma quel trauma originario non dovrebbe diventare un lasciapassare morale per l’eternità. Al contrario, dovrebbe rendere chi ha sofferto più sensibile alla sofferenza altrui. E invece, spesso, il trauma non curato genera nuove ferite: il popolo che ha conosciuto l’umiliazione diventa talvolta – in nome della sicurezza – oppressore di un altro popolo.
Il problema non è la memoria della Shoah, ma il suo uso selettivo. Se ricordare serve solo a rafforzare l’identità nazionale o a costruire muri contro la critica allora quella memoria ha tradito il suo scopo. Primo Levi non ha mai chiesto di essere trattato come “intoccabile”. Anzi, ha sempre invocato il dovere della memoria come responsabilità etica. Non come bandiera da sventolare.
Eppure, oggi, molti leader israeliani e simpatizzanti occidentali evocano Auschwitz per difendere l’operato dello Stato ebraico a Gaza. Ma Auschwitz non è un lasciapassare per la guerra. Auschwitz è un grido che chiede pace, giustizia, umanità.
Le parole di Levi sono un’eco che giudica anche noi: “Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane…”. Non sono parole del passato. Sono lo specchio di un presente che si ripete.
In questi mesi, mentre le bombe piovono su Gaza, ci sono voci ebraiche che si alzano contro. Da intellettuali come Ilan Pappé, Gideon Levy, Amira Hass, a organizzazioni pacifiste israeliane e della diaspora ebraica. Molti di loro citano Levi, ne portano avanti lo spirito. Chiedono che l’identità ebraica non venga confusa con il sostegno incondizionato a uno Stato che, in nome della difesa, ha abbracciato la logica della punizione collettiva.
Anche molti palestinesi, pur sotto attacco, continuano a richiamarsi alla dignità, alla resistenza nonviolenta, al dialogo. Ma le loro voci sono spesso coperte dalle urla del fanatismo, da entrambe le parti.
“Se questo è un uomo” non ci offre risposte facili, ma ci obbliga a porci le domande difficili. Levi ci insegna che la vera lezione del passato non è la santificazione della memoria, ma la difesa dell’umano ogni volta che viene minacciato. Anche se a compiere l’oppressione è chi un tempo l’ha subita. Anche se questo ci mette a disagio. Anche se rompe gli schieramenti.
La tragedia di Gaza non è un nuovo Olocausto. Ma l’assenza di pietà, la retorica della punizione, la logica del nemico assoluto sì: quelle sono dinamiche che Levi ci ha insegnato a riconoscere. Sta a noi decidere se ascoltarlo davvero. Non basta commemorarlo una volta l’anno. Bisogna avere il coraggio di guardare il presente con i suoi occhi. E forse allora, davvero, potremo rispondere alla sua domanda: Se questo è un uomo(?).


