L’arte del comando o la teoria del qui lo dico e qui lo nego?

di asterisco

Oggi tutti parlano del rispetto delle istituzioni e, poiché nella loro foga parolaia non si rendono conto di ciò che dicono, dimostrano che sono essi stessi i primi a non averne rispetto. La figura istituzionale del Presidente della Repubblica, poiché rappresenta in pieno il garante dei valori sanciti dalla nostra Costituzione, ci sembra sia l’unica testimonianza di cosa significhi avere senso dello stato ed essere a ragione super partes!

Chi applica le leggi e fa parte di quella gerarchia del comando che dovrebbe farle rispettare è investito di grosse responsabilità che non ammettono deroghe. Chi sbaglia paga e subito, senza dare adito a tutte quelle continue e insopportabili illazioni che siamo costretti a sentire, o forse esiste un modus operandi differente fra chi dipende dal Ministero della Difesa o degli Interni?

La fiducia nelle istituzioni da parte del cittadino richiede un’azione immediata più pragmatica, invece di un’esposizione minuziosa ma soltanto da un punto di vista sintattico e grammaticale, tipica di un linguaggio burocratico parlamentare a cui ci siamo assuefatti. Il silenzio di certo è d’oro ma diventa ambiguo se rotto in un qualche talk show o intervista.

Son finiti i tempi di chi bucava lo schermo televisivo firmando contratti col popolo, anche se ne va riconosciuta l’originalità e la disinvoltura spiazzante messa in opera. Dobbiamo forse credere alle parole di un famoso saggista francese del secolo scorso: «C’è un’arte di salire al potere e una per discenderne. Un buon Presidente del Consiglio deve sapersene andare: se si lascia sfruttare sino all’ultimo, non tornerà mai più al potere» e noi aggiungiamo altro che «hic manebimus optime»!

radionoff
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