L’angoscia e l’inquietudine di Sereni non sono placate dalla speranza di una società migliore

È nato a Lucino (Varese) nel 1913. Combattente durante la seconda guerra mondiale, è stato prigioniero per circa due anni nell’Africa del Nord. Rimpatriato ha insegnato in vari licei e poi è stato capo dell’ufficio stampa di una grossa industria. Ha diretto un settore editoriale della Mondadori. Ha scritto varie raccolte di liriche: Frontiera, Diario di Algeria, L’opzione, Gli Strumenti umani.

Dall’esperienza della guerra e della prigionia sono nate alcune delle più belle liriche di Vittorio Sereni, quelle appunto della raccolta Diario di Algeria. Già nei primi versi, quelli di Frontiera, si avverte in lui un senso di angoscia, un’inquietudine, il presentimento di qualcosa grave. Poi l’esperienza scioccante della guerra e allora esclamerà: “Io sono morto alla guerra e alla pace”. Si susseguono la vittoria sulla Grecia, la sconfitta in Sicilia e la prigionia in Algeria. Poi il dopoguerra. Una nuova realtà sociale prende corpo.

Sereni vede che l’incubo è finito, dalle rovine della guerra si profila una nuova vita, ma ci sono ancora tante ingiustizie, vi saranno altri orribili scontri. Ecco allora la raccolta Gli Strumenti umani, in cui si alterna la speranza per una società più giusta e la paura di nuove lotte, di nuovi terribili meccanismi che schiacceranno l’uomo ancora una volta. Sereni avverte in questa nuova società un maggior benessere materiale, ma anche una crescente alienazione che disumanizza gli uomini; l’uomo ancora una volta aspetterà inutilmente di liberarsi  dalla prigionia della vita. Il poeta si sente preso in un linguaggio contro cui nulla è possibile e la sua impotenza diventa a un certo punto rabbia contro le strutture sociali che fanno sì che l’uomo si senta escluso e non protagonista, bensì vittima, delle vicende.

G. C. Ferretti ha osservato: “Sereni è una delle poche voci della generazione di mezzo che abbiano saputo avviare e mantenere un lucido colloquio con la storia, senza ritrarsene per più comodi, quieti, morbidi rifugi. E in questo senso, egli ne rappresenta certo il punto di massima maturazione ideale culturale stilistica e soprattutto la coscienza critica-autocritica”.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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