La “vita lenta” restituisce il senso al tempo e al lavoro

I recenti anni passati caratterizzati dalla pandemia per il Covid-19 hanno fatto maturare in molte persone una nuova consapevolezza: il mondo del lavoro attuale non funziona più, specialmente le modalità con cui si lavora. Sembra quasi che il lavoro sia diventato una gara, dove vince chi gli dedica più tempo e chi si sacrifica maggiormente. Invece, quanto tempo si dedica alla vita personale? Ciò che resta. Ma esiste un’alternativa a tutto questo? Si, perché il tempo è delle persone e sono esse stesse a decidere come impiegarlo. Tempo e lentezza sono accomunate dal fatto che la lentezza è il tempo che dedichiamo a goderci la vita e le sue piccole cose. Difatti, la lentezza non è correlata ad un luogo fisico specifico, ma ad un luogo dell’anima: si può vivere lentamente in una città o in un paese, al mare o in montagna, in una regione o in un’altra. La cosa fondamentale è quella di essere predisposti a lasciare che il tempo scorra e godere nell’osservarlo. Numerosi studi hanno riscontrato che la velocità con cui le persone conducono le loro vite può portare repentinamente e pericolosamente vicini al collasso psicofisico: la “sindrome da Burnout”. Infatti, il Burnout, specialmente dopo la pandemia ha colpito centinaia di migliaia di lavoratori a livello globale. Molte persone hanno lasciato il proprio posto di lavoro e abbandonato le grandi città alla ricerca di un nuovo equilibrio e senso per le loro vite. Nella società moderna si è imposto il cosiddetto “modello Amazon”: ossia, velocità = efficienza. Oltre ad un consumismo materiale si è diffuso anche un consumismo “temporale”: le persone consumano voracemente il proprio tempo volendo sempre di più, con la conseguenza che la velocità smisurata, unita ad una tecnologia incalzante ed invadente, ha plasmato i desideri della gente. La tecnologia, però, se usata nel modo giusto può restituire il tempo alle persone: può automatizzare i processi ottimizzando il tempo, permettendo di evitare la “lentezza tossica”, ovvero la lentezza inefficace fatta di compiti e mansioni che impediscono alle persone di godere del tempo. Però, “vita lenta” non è sinonimo di vacanza: lavorare meno ore non vuol dire lavorare meno, ma significa imparare a gestire il proprio tempo. Bisogna abituarsi al cambiamento in modo graduale, altrimenti si rischia di generare l’effetto contrario. Senza la giusta formazione, la settimana “corta” o lo smart working sarebbero soluzioni monche che, paradossalmente, potrebbero aumentare il carico di lavoro e quindi il rischio di Burnout. Difatti, come affermava lo scrittore francese Jean de La Bruyère: “Non c’è cammino troppo lungo per chi cammina lentamente, senza sforzarsi; non c’è meta troppo alta per chi vi si prepara con la pazienza”.

Nicola Cirigliano
Nicola Cirigliano
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