Il 22 e 23 marzo 2026 non scegliamo un partito: tocchiamo l’ingranaggio che tiene in equilibrio lo Stato. Il referendum confermativo riguarda una legge costituzionale su “ordinamento giurisdizionale” e “Corte disciplinare”. È un tema tecnico, sì, ma l’effetto è semplice: se cambi la distanza tra chi accusa e chi giudica cambi la percezione (e la realtà) dell’imparzialità.
La riforma propone la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante e costruisce due Consigli superiori distinti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, con modifiche che coinvolgono anche l’articolo 87. Il punto non è difendere una categoria né “punire” un’altra: è evitare che la giustizia diventi il campo di battaglia permanente tra poteri che, per natura, si controllano e si irritano a vicenda.
Sappiamo già come funziona la polemica: se un’inchiesta tocca “i nostri” il magistrato diventa un nemico; se tocca “gli altri” diventa un eroe. E quando arriva una sentenza sgradita spunta sempre la scorciatoia del sospetto: “tecnicismi”, “ideologia”, “toghe politicizzate”.
In questo clima cambiare i contrappesi non è un dettaglio: significa decidere quale argine regge quando l’onda sale.
Chi oggi governa giura che così si riducono corporazioni e sospetti. Chi si oppone teme l’effetto opposto: toghe più separate, quindi più isolabili, quindi più esposte. E quando un potere sente di poter “mettere ordine” nell’altro la tentazione di spingere un millimetro in più è umana, non ideologica. È per questo che, da Montesquieu in poi, la separazione dei poteri non è una poesia: è manutenzione della democrazia.
L’Italia, quando la Carta viene toccata, reagisce spesso con prudenza: è accaduto nel 2006 (Riforma Berlusconi) e nel 2016 (Riforma Renzi-Boschi), quando riforme ampie sono state respinte dagli elettori.
Non è nostalgia: è l’istinto di non mettere mano al motore mentre l’auto corre, soprattutto in tempi di nervi scoperti e propaganda facile. Il 22 e 23 marzo vale una regola sobria: se non si è convinti che il nuovo equilibrio protegga meglio i cittadini di quello attuale si sceglie la strada della cautela. Occorre sempre partecipare, discutere, votare, pensando ai diritti di tutti. Perché l’assenza non è neutralità: è consegnare ad altri la chiave dei pesi e contrappesi.


