Ogni terza domenica di maggio, la comunità di Pignola si raccoglie con profonda devozione attorno a una delle sue tradizioni più sentite e antiche: la solenne celebrazione in onore della Madonna degli Angeli, celeste Patrona e amorosa Protettrice del paese. La ricorrenza, radicata in una storia secolare, è un momento di forte spiritualità e unità, in cui i fedeli rinnovano il loro legame con la Vergine tra preghiere, canti e gesti di fede. Successivamente, a questa primaria festa primaverile, si è affiancata una nuova tradizione e, nella terza domenica di settembre, la Sacra Effige, splendente dei suoi riflessi dorati, viene condotta in processione solenne nel Santuario di Pantano, ove rimane fino a maggio.
In ogni tempo e circostanza, oggi la Madonna “tutta d’oro” si distingue per la sua figura inconfondibile, impreziosita da una speciale Raggiera, circondata da dodici angeli. Ancora nel corso dell’ottocento, invece, la statua della Venerata veniva pure ornata di una raggiera maestosa, ma solo per l’occasione della festa. La raggiera era composta di raggi in vetro montati su legno dorato e circondata da dodici angeli e questa decorazione scenografica restituiva alla statua uno splendore celestiale.
Se non che, “…Nel 1876, o poco dopo, venne in mente al Cavaliere Don Luigi Gaeta, ricco proprietario del paese e gran devoto della Protettrice di Pignola di sostituire alla Raggiera in vetri una Raggiera in argento, e la portò in paese.”
La Raggiera d’argento era molto pesante, a causa del ferro usato per fissare i raggi. Il clero si opponeva al suo utilizzo, sia per il peso eccessivo, sia perché avrebbe richiesto di praticare fori nella statua per ancorarla. La discussione fu accesa, al punto che alcuni preti minacciarono perfino di “venire alle mani.” Tuttavia, come riportò l’arciprete “…siccome di quei tempi il Gaeta era una potenza ed oltremodo galante, si dové finire col cedere e cedere a fare dei grossi buchi alla Statua.”
Anche la nuova raggiera, come da tradizione, veniva montata solo per la festa e, una volta smontata, veniva conservata nel palazzo di don Luigi Gaeta.
Nel 1880, Gaeta fallì economicamente: tutti i suoi beni immobili furono pignorati dal creditore Ferretti, mentre animali e altri beni mobili gli furono sequestrati. Sequestrato tutto, tranne la mitica Raggiera d’argento che non si riuscì a trovare; eppure su sollecitazioni dei creditori le ricerche furono accurate, visto che il suo valore era stimato di 700 ducati, circa tremila lire dell’epoca.
Nulla, non ci fu verso e con il tempo ci si convinse che Gaeta l’avesse venduta di nascosto per recuperare liquidità.
Pertanto, trovandosi nella necessità di adornare la statua nel giorno della festa, si ritornò ad utilizzare la vecchia Raggiera in vetro, finché, nel 1884, Don Vincenzo Postiglione, medico pignolese “ritornato dalle Americhe con somme favolose di denari”, non espresse il desiderio di restaurare la statua della Madonna a cui era molto devoto.
La doratura della statua appariva molto rovinata, ma il clero inizialmente fu restio a rifarla, temendo che si perdesse l’aspetto “antico” dell’opera. Alla fine accettò, a patto che il volto non venisse toccato. Il Postiglione decise di procedere con un intervento importante: fece dorare l’intera statua con oro zecchino, lasciando, come richiesto, intatto solo il volto per conservarne l’aspetto originario. Nel frattempo, ritenendo poco estetica la vecchia Raggiera in vetro dorato, perché tutti i raggi erano della stessa lunghezza, propose anche di crearne una nuova, con raggi di misure diverse, più armoniosa. Nel progetto, anche gli angeli dovevano essere sistemati in modo fisso, ma intercambiabili, così da poter montare quelli ordinari per ogni giorno e quelli d’argento durante le festività, secondo la tradizione. Una volta ottenuta l’autorizzazione, Postiglione fece realizzare una nuova raggiera in legno dorato, più leggera e meno invasiva di quella d’Argento, tanto che la Raggiera venne fissata alla statua con una semplice vite e potettero chiudersi i grandi fori lasciati da Gaeta. La nuova raggiera, elegante e ben fatta, ottenne fin da subito grande apprezzamento, al punto da essere utilizzata ancora oggi. La sua introduzione smorzò il ricordo della misteriosa sparizione, ma non la cancellò.
Come spesso accade, però, con il tempo le questioni irrisolte tornano a galla. Fu così che il 27 febbraio 1910, una raffica di vento mandò in frantumi parte del grande finestrone della chiesa. Per una riparazione provvisoria, i maestri chiesero alcune tavole. Non avendo altro a disposizione, l’arciprete li invitò a usare quelle di una certa scatola in legno che si trovava in una zona poco frequentata della chiesa. Ai maestri bastò il coperchio. La scatola rimase aperta per qualche mese, senza che nessuno ci facesse caso.
Nei primi giorni di aprile, due “giovanotti, figli di due Signori, cui lo studio non era il loro forte, girando a perdi tempo la chiesa” seppero dal Sacrestano che proprio in quella scatola era stata custodita la Raggiera d’argento donata da Gaeta. I due, in forma anonima, informarono il Sindaco. La notizia si diffuse rapidamente suscitando scalpore e proteste: che fine aveva fatto la preziosa Raggiera d’argento di Gaeta?
Il Sindaco si fece portavoce dell’indignazione popolare e lo scandalo coinvolse direttamente l’Arciprete, che fu convocato dal Vescovo di Potenza per fornire spiegazioni.
Accusato di ogni possibile colpa, l’Arciprete raccontò che intorno al 1902 era stato avvicinato da Gerardo Postiglione, fattore della famiglia Gaeta, il quale gli riferì di aver ricevuto ordini dei suoi padroni di consegnargli la Raggiera d’argento. L’Arciprete si stupì nel sapere che quella Raggiera esistesse ancora ed espresse sollievo all’idea che Gaeta l’avesse custodita per vera devozione verso la Madonna. Il fattore gli rivelò che la Raggiera era rimasta nascosta per tutto quel tempo nel palazzo Gaeta, sepolta sotto il letame della stalla dove si trovavano i cavalli.
L’Arciprete rifiutò di riprenderla, anche perché non era più adatta alla nuova conformazione della Statua. Tuttavia, il fattore, deciso a eseguire l’ordine ricevuto, ignorò le sue obiezioni e la fece comunque recapitare in chiesa. Non sapendo dove sistemarla, l’arciprete la lasciò com’era, nella scatola, in un angolo remoto della chiesa, dove rimase per otto anni senza che nessuno si ponesse domande. La Raggiera, a detta dell’arciprete, era in pessime condizioni: annerita, i raggi storti e disordinati, pesantissima, e nel 1909, in un momento di difficoltà della chiesa, l’aveva smontata e venduta per ricavarne un po’ di fondi. Tutto a fin di bene, quindi, ma ci tenne a precisare che la Raggiera non era tutta in argento ma aveva parti in ottone e rame.
La confessione dell’arciprete non persuase tutti, ma oggi così si chiude la storia della raggiera perduta. Questa singolare vicenda, sebbene marginale nella grande storia del culto mariano, offre spunti preziosi. La riportiamo, convinti che la devozione non si esprime soltanto attraverso l’oro e l’argento, ma anche nella custodia della memoria, che spesso, proprio come quella raggiera, finisce dimenticata sotto uno strato di polvere. O sepolta nel letame.


