La rivincita della parola: “resistenza”. Il caso delle donne russe e bielorusse. E non mollano a resistere nemmeno alle norme patriarcali

di Julia Kalashnyk

La parola resistenza ultimamente è entrata profondamente nelle vite delle donne russe e bielorusse. A partire dalla quotidianità fino all’impegno politico, nell’intento di opporsi, di resistere a governi autoritari e personalistici come quelli di Lukashenko e Putin. A cosa si oppongono di preciso, quindi? Resistono all’ingiustizia di questi governi e a una crisi sociale in continua crescita, alla repressione, all’oppressione e alla violenza: le immagini di come vengono disperse le manifestazioni, perlopiù pacifiche, in questi paesi è sotto gli occhi di tutti e tutte. Nei due paesi slavi la resistenza civile si trasforma spesso in proteste, con le donne che sempre più frequentemente vi prendono parte diventandone la forza trainante, come accaduto nell’agosto 2020 in Bielorussia: dopo le controverse elezioni tante donne sono scese per strada contro Lukashenko e la brutalità della polizia. Si ricordino anche le manifestazioni in Russia, durante le elezioni per la Duma di Mosca o le proteste più recenti di gennaio scorso contro la corruzione e il governo – oramai impossibile da cambiare – di Putin, nonché a sostegno dell’oppositore Aleksei Navalny.

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