La miccia e l’abisso. Quando la storia non insegna nulla

Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia. Ma non fu un proiettile, da solo, a produrre milioni di morti. Fu ciò che venne dopo: l’ultimatum austro-ungarico alla Serbia, il sostegno tedesco a Vienna, le mobilitazioni, le interpretazioni più ostili dei gesti altrui, la convinzione che arretrare significasse perdere prestigio. La crisi di luglio insegna precisamente questo: un incidente grave può diventare la miccia, ma la guerra nasce quando la politica rinuncia a spegnerla.

Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2026 un drone ha attraversato lo spazio aereo romeno ed è precipitato sul tetto di un edificio residenziale a Galați, provocando un incendio e il ferimento lieve di due persone. La Romania, l’Unione europea e la Nato lo hanno identificato come un drone russo impegnato nell’attacco contro obiettivi ucraini; Mosca nega e chiede di esaminare i rottami. È un fatto gravissimo. Violare il territorio di un Paese dell’Alleanza Atlantica, volontariamente o per effetto di un attacco condotto con sistemi che possono deviare e colpire civili oltre confine, non può essere derubricato a inconveniente.

Proprio perché è grave, però, richiede lucidità, non il linguaggio eccitato dell’irreparabile. Accertamento tecnico indipendente, trasparenza sui reperti, rafforzamento della difesa antiaerea, comunicazioni militari aperte per evitare errori di calcolo: questa dovrebbe essere la risposta immediata. L’idea che un drone, anche qualora russo senza dubbio, debba automaticamente spingere l’Europa verso uno scontro diretto con Mosca sarebbe la riedizione della logica del 1914: non difesa, ma fatalismo armato. Il pretesto, in simili passaggi, non è soltanto l’ordigno caduto dal cielo: è la narrazione che lo trasforma nell’ultima prova, eliminando ogni via d’uscita.

Bisogna poi ascoltare i popoli europei, ai quali verrebbe chiesto di pagare il prezzo finale. I dati non autorizzano ad affermare che tutti gli europei la pensino allo stesso modo. L’Eurobarometro della primavera 2026 registra che l’81 per cento sostiene una politica comune di sicurezza e difesa e che il 76 per cento giudica l’invasione russa dell’Ucraina una minaccia alla sicurezza dell’Unione. È la richiesta di essere protetti, non un mandato a dichiarare guerra.

L’Italia appare ancor più distante dall’avventura militare. Il Security Radar della Friedrich-Ebert-Stiftung registra solo il 17 per cento favorevole a interventi militari; il 49 per cento preferisce iniziative diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina; il 72 per cento vuole privilegiare la spesa sociale rispetto a quella per la difesa. Una rilevazione YouGov di fine 2025 conferma la tendenza: il 53 per cento degli italiani preferisce incoraggiare una conclusione negoziata del conflitto, mentre soltanto il 20 per cento è disposto a sostenere l’Ucraina fino alla vittoria militare.

Anche fuori dall’Italia non esiste una volontà popolare univoca di escalation. In Polonia è più forte la disponibilità a continuare il sostegno militare all’Ucraina; in Spagna e nel Regno Unito risulta maggioritario il consenso a eventuali forze europee di pace dopo un accordo. Sono posizioni differenti, condizionate dalla geografia, dalla memoria storica e dalla percezione del rischio russo. Ma nulla, nei sondaggi disponibili, equivale a un consenso democratico per una guerra diretta tra Nato e Russia.

La Russia porta la responsabilità originaria dell’invasione dell’Ucraina e deve rispondere di ogni violazione accertata. Tuttavia la responsabilità dell’Europa è impedire che la difesa diventi il nome elegante dell’escalation. Oggi il mondo non è quello del 1914: Stati Uniti e Russia possiedono insieme quasi il novanta per cento delle testate nucleari mondiali, mentre gli strumenti di controllo degli armamenti sono indeboliti. Un errore di valutazione non aprirebbe soltanto nuove trincee: potrebbe aprire l’abisso. Non si difende la pace fingendo che il pericolo non esista, ma neppure si difende l’Europa consegnando ogni incidente alla retorica della prova generale. Sarajevo ricorda che le guerre mondiali non scoppiano perché inevitabili: scoppiano quando governanti, apparati e opinioni pubbliche vengono convinti che non resti altra scelta. La prima scelta, invece, resta ancora quella più difficile e più necessaria: fermare la miccia prima che raggiunga la polvere.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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