La Germania e l’Euro

di Pasquale Angius

Due anni fa circa, nel febbraio del 2019, uscì il rapporto di un istituto di ricerca economica tedesco, il Zentrum für europaische Politik, nel quale si calcolava quali paesi avessero guadagnato dall’introduzione dell’Euro e quali invece avessero perso. Senza addentrarci nei dettagli e sulla metodologia utilizzata per fare quei calcoli − chi fosse interessato la può cercare su internet − andiamo direttamente ai risultati. Dall’introduzione della moneta unica al 2017 i tedeschi risultavano essere coloro che ci avevano guadagnato di più, circa 23.000 euro pro capite, seguiti dagli olandesi con 21.000. Italiani e francesi, invece, sono coloro che hanno perso di più. Se l’Italia non fosse entrata nell’Euro nel periodo tra 1999 e 2017 il PIL italiano sarebbe cresciuto di 4.300 miliardi di euro in più: all’incirca 73.600 euro pro capite, questo è quanto ogni italiano ha perso grazie all’Euro. Ai francesi è andata un po’ meglio, hanno perso soltanto, si fa per dire, 56.000 euro pro capite. Al terzo posto tra i perdenti c’è il Portogallo con ben 40.000 euro pro capite. Quello studio è soltanto una delle tante ricerche prodotte negli ultimi anni che dimostrano in maniera inequivocabile che l’Euro è convenuto molto alla Germania e ad alcuni suoi fedelissimi satelliti, come l’Olanda, mentre non è convenuto per niente a paesi come il nostro. Non più tardi di un anno fa nell’Unione Europea si sviluppava il dibattito e lo scontro politico su come affrontare gli effetti economici della pandemia e l’Italia proponeva gli Eurobond, mentre un gruppo di paesi del Nord Europa capeggiato dall’Olanda, i cosiddetti “frugali”, si dichiaravano contrari. All’epoca stupirono le parole del Presidente della Banca Centrale olandese che, in netto contrasto con la linea del governo del suo paese capeggiato dall’arcigno Rutte, affermò che l’Olanda era uno dei paesi che più aveva tratto vantaggio dall’Euro e che quindi avrebbe dovuto dimostrarsi più benevolo e disponibile nei confronti dell’Italia che era all’epoca il paese più colpito dalla pandemia. Nei paesi del centro e del nord Europa, Germania in primis, il dibattito sull’Euro è da sempre molto vivace sia nelle accademie, quindi a livello teorico tra gli economisti, sia in ambito politico. In Italia invece l’Euro è diventato una sorta di fede religiosa e mentre in ambito accademico del problema si discute ormai da anni, nell’ambito politico e della comunicazione giornalistica chi osa anche soltanto accennare qualche critica alla fede “eurista” viene subito colpito da anatemi e insulti d’ogni genere. La narrazione che spesso troviamo sulla stampa italiana è che senza l’Euro saremmo già falliti, che l’Euro è stata la nostra salvezza, che non dobbiamo avanzare troppe pretese nei confronti degli efficientissimi tedeschi perché altrimenti prima o poi ci cacceranno dall’Euro. Noi italiani siamo brutti, sporchi, cattivi, corrotti ed evasori fiscali e quindi già ci stanno facendo un grande favore a non prenderci a calci in quel posto ove non batte mai il sole, per cui è meglio se stiamo zitti e a cuccia, e accettiamo supinamente, ringraziando, qualunque corbelleria intendano imporci. Nell’esercizio di questa ortodossia abbiamo assistito anche a episodi paradossali, come il veto posto nel 2018 alla nomina a ministro di un personaggio come il professor Paolo Savona. Non stiamo parlando di un pericoloso eversore, di un anarchico insurrezionalista, di un bolscevico di recupero ma di quello che, senza voler essere offensivi, potremmo definire un “mandarino” o un “grand commis” colpevole di aver sostenuto durante alcuni convegni di studio che l’Italia avrebbe dovuto dotarsi di un cosiddetto “piano B”, che prevedesse, qualora necessario, l’uscita del nostro paese dall’Euro, argomento tabù in Italia. Come abbiamo già visto in altre puntate precedenti, l’accettazione dell’Euro da parte della Germania fu una scelta politica fatta dal Cancelliere Kohl per ottenere in cambio il beneplacito europeo alla riunificazione tedesca. Quella scelta non era condivisa però dalla maggioranza dei suoi concittadini. Alla vigilia dell’introduzione dell’Euro, alla fine degli anni Novanta, il 58% dei tedeschi erano contrari all’abbandono del Marco. In realtà contrari alla nuova valuta erano molti economisti sia in Germania che nel resto del mondo. Quella contrarietà era motivata sia dalla teoria economica sia dall’evidenza storica: non era possibile avere una moneta senza avere uno Stato. L’unione monetaria senza l’unione politica non si può fare, dicevano gli economisti. Ma si sa, la politica ha una visione diversa delle cose: i politici sono convinti di poter plasmare il mondo, e persino la natura umana, sulla base di astratti modelli. D’altronde come aveva detto Jean Monnet, un politico francese che viene considerato come uno dei padri fondatori dell’Unione Europea: «Federate i loro portafogli e federerete anche i loro cuori». L’idea in sostanza era: dal momento che la creazione di un’unione politica è un processo complicato, lento, irto di ostacoli e, tra l’altro, fortemente osteggiato dalla Germania, facciamo l’esatto contrario di quello che si dovrebbe fare. Creiamo prima una “gabbia” economica rappresentata dal mercato comune e dall’unione monetaria e a quel punto, creando una convergenza degli interessi economici dei diversi paesi, si creerà anche una spinta che orienterà tutti, anche i più riluttanti, verso l’unione politica. Quell’idea aveva diversi difetti, elenchiamone alcuni. Innanzitutto era un’idea fortemente volontaristica. Tutte le grandi ideologie del Novecento, il comunismo, il fascismo ma anche il liberalismo si basano sull’idea, o sull’illusione, che si possa modificare la storia e anche la natura umana con un mix di azione, propaganda, organizzazione sociale e principi morali condivisi o imposti. Un altro difetto è che questa idea era anche un’idea, potremmo dire, più tecnocratica che democratica. Spieghiamoci meglio. Io cittadino italiano gradirei poter decidere liberamente se fare o meno un’unione politica con un greco, un finlandese, un estone, un portoghese, un tedesco o con chiunque altro. Il fatto che siano delle élite politiche o delle tecnocrazie a Bruxelles a decidere che dobbiamo fare quell’unione politica, e quindi per spingerci ad accettare quella scelta ci costruiscano una serie di regole e di vincoli economici, compresa una moneta comune, non è esattamente l’apoteosi della democrazia. Volendo fare una metafora, è un po’ la differenza che c’è tra un matrimonio combinato per ragioni d’interesse e un matrimonio liberamente scelto. Come spesso accade nella storia, il tentativo di applicare nella realtà delle teorie più o meno intelligenti studiate a tavolino produce il più delle volte effetti diversi da quelli immaginati. Ed è quello che è successo anche con l’Euro. Come sappiamo, ne abbiamo parlato in alcuni podcast precedenti, i diversi paesi che aderirono all’Euro lo fecero con motivazioni differenti, ma tutti si lanciarono in questa nuova avventura sottovalutandone ampiamente le problematiche. In realtà, nei primi anni dopo l’introduzione, l’Euro sembrò funzionare bene per tutti. Gli italiani, per esempio, videro ridursi in maniera consistente il cosiddetto “servizio del debito” − il costo del nostro debito pubblico − in quanto l’adesione alla moneta unica aveva ridotto in maniera consistente i tassi d’interesse che dovevamo pagare a chi ci prestava i soldi. Ma la moneta unica avvantaggiò anche i tedeschi. La Germania durante gli anni Novanta aveva affrontato il processo di riunificazione che si era rivelato costosissimo, l’economia tedesca era prostrata e l’adozione di una moneta come l’Euro più debole rispetto al vecchio Marco aveva consentito un recupero di competitività e un rilancio dell’export. Abbandonando il Marco ed entrando nell’Euro è come se la Germania avesse fatto una robusta svalutazione della sua moneta, riducendo quindi i prezzi dei suoi beni e consentendo una robusta crescita dell’export. Ma uno dei problemi evidenziato da molti economisti e sottovalutato dai politici, ben presto si fece sentire. Unire paesi diversi, con economie e interessi diversi ma anche con sistemi normativi, fiscali, di welfare, creditizi e pensionistici diversi, avrebbe finito per accrescere le divergenze economiche tra i paesi piuttosto che favorirne la convergenza. In fin dei conti, il fatto di avere valute diverse e un sistema di cambi flessibili era un modo pratico per far fronte agli squilibri che si creavano nei mercati tra i differenti paesi. Impedire attraverso la creazione di una moneta unica il riequilibrio attraverso la regola delle svalutazioni e delle rivalutazioni andava contro quel che sosteneva da sempre la teoria economica, ma andava contro anche alla nuova ideologia dominante, quella neoliberista, secondo la quale occorreva liberalizzare tutto e affidarsi al libero gioco della domanda e dell’offerta, al libero gioco del mercato per stabilire condizioni di equilibrio e di efficienza. Si doveva quindi liberalizzare il mercato creditizio, quello del lavoro, la sanità, i sistemi pensionistici, ma l’unica cosa che doveva essere rigidamente regolamentata erano i cambi valutari attraverso l’adozione di una moneta unica. Ora, al di là dell’evidente schizofrenia di un simile atteggiamento, il problema fondamentale è che quel meccanismo non ha funzionato. Nel 2008 quando la crisi prima finanziaria, e poi economica, che parte dagli Stati Uniti investe tutto il mondo, Europa compresa, l’area Euro entra in una fase di grosse tensioni. Con la crisi cominciano a risultare evidenti anche i costi del far parte di un’area monetaria unica. Fino ad allora erano stati evidenti soprattutto i vantaggi: l’allargamento del mercato, l’eliminazione delle frontiere e dei costi di transazione monetaria, l’abbattimento dei tassi d’interesse sui prestiti, il prestigio di una moneta forte, la sparizione dell’inflazione, la riduzione dei costi del servizio del debito per paesi come l’Italia. Ma gli svantaggi sono il non poter più svalutare per recuperare competitività, non poter più continuare a indebitarci indefinitamente, la riduzione del potere d’acquisto di molte categorie di lavoratori, anche perché per poter reggere l’appartenenza all’Euro bisogna sostituire le svalutazioni esterne: quelle dei cambi, che non si possono più fare con le svalutazioni interne, mentre quelle dei salari si possono tranquillamente fare perché i sindacati non contano più nulla e la sinistra, che un tempo difendeva i lavoratori e i loro salari, si è convertita al neoliberismo. Le asimmetrie tra le economie dei paesi che appartengono all’Euro aumentano, in alcuni paesi aumenta l’indebitamento pubblico in altri aumenta quello privato; ci sono paesi in forte avanzo commerciale a cominciare dalla Germania e altri paesi in forte disavanzo; ci sono paesi che crescono e paesi che restano fermi; ci sono paesi nei quali i salari crescono e altri nei quali scendono. Le asimmetrie economiche accentuano le divergenze: ci sono aree dell’Europa che si rafforzano e si arricchiscono e altre che diventano sempre più marginali e che subiscono una desertificazione economica. Il professor Prodi affermò che l’Euro ci avrebbe consentito di lavorare di meno e guadagnare di più, ma quando la maggior parte della gente comincia a rendersi conto che con l’Euro è accaduto l’esatto contrario, cioè si lavora di più e si guadagna di meno, comincia a diffondersi una sorta di disincanto nei confronti del progetto europeo e della valuta europea. Col trascorrere del tempo il disincanto si trasforma in euroscetticismo e poi in ostilità sempre più netta verso quello che viene chiamato il sistema: si affermano le forze cosiddette sovraniste. Il primo bubbone che scoppia è quello greco e sappiamo come fu affrontato. Ma poi ce ne furono altri: Irlanda, Portogallo, Spagna, Cipro, Italia. Come disse all’epoca con efficace metafora l’ex ministro dell’Economia Tremonti, in quegli anni sembrava di vivere in uno di quei videogiochi dove ogni volta che giri l’angolo ti trovi di fronte un mostro nuovo. E l’area Euro non era attrezzata per affrontare i nuovi mostri: era stata progettata per le giornate di sole ma nessuno aveva pensato che prima o poi potesse arrivare il vento, la pioggia, la tempesta, e nessuno sapeva come affrontare il maltempo. Le intemperie furono affrontate improvvisando e ogni paese cercò innanzitutto di salvare sé stesso. Anche i tedeschi fecero ragionamenti simili. La signora Merkel, il nuovo cancelliere, non voleva assolutamente l’unione politica, i tedeschi non avevano alcuna intenzione di condividere i debiti degli italiani, dei greci, degli spagnoli o di chiunque l’altro. Volevano l’Euro perché erano quelli che ci guadagnavano di più ma non volevano pagare alcun pegno. Una scelta strategicamente miope ma che ha pagato politicamente: la Merkel è infatti uno dei leader politici tedeschi più longevi. Di fronte alla crisi del 2008 le leadership europee avrebbero potuto e, secondo alcuni dovuto, far fare un salto di qualità al progetto europeo, avrebbero dovuto lanciare il cuore oltre l’ostacolo e pigiare l’acceleratore sul processo di unificazione politica cominciando a costruire quei famigerati Stati Uniti d’Europa che avrebbero dovuto essere il riferimento politico della moneta comune, dell’Euro. In realtà gran parte dei leader europei, i tedeschi per primi, pensavano che gli Stati Uniti d’Europa fossero un progetto velleitario e inconsistente, privo di alcun serio fondamento storico, e quindi si orientarono verso una soluzione, potremmo dire, all’italiana: tirare a campare. Una soluzione esteticamente impresentabile ma la meno rischiosa dal punto di vista politico. D’altronde, come diceva Giulio Andreotti che di politica se ne intendeva: «A volte tirare a campare è meglio che tirare le cuoia». A partire dal 2015, quando di fatto la Grecia viene commissariata dalla famigerata Trojka, il dibattitto sulle disfunzionalità dell’Euro e sui modi per porvi rimedio riprende un po’ in tutta Europa, tranne in Italia dove la narrazione filoeuropeista e filoeurista non può essere messa in discussione se non rischiando la scomunica e la messa al bando dai media tradizionali. In Germania invece si avanzano diverse soluzioni. L’ex ministro dell’economia Schäuble, assieme ad altri, comincia a vagheggiare di una cosiddetta “Kern Europa”, una sorta di nocciolo duro europeo costituito da Germania, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo che avrebbe dovuto escludere tutti gli altri, incapaci di adeguarsi agli standard tedeschi. Alcuni economisti hanno avanzato l’idea di un Euro a due velocità: una sorta di Euro del Nord Europa, quello che qualcuno con involontaria ironia ha chiamato Neuro, e un Euro dell’Europa meridionale, più debole. Le due valute potrebbero essere legate tra di loro da una banda di oscillazione più o meno larga. Altri hanno ipotizzato l’uscita dall’Euro della Germania, ipotesi fantasiosa anche perché è difficile abbandonare un meccanismo dal quale si sta guadagnando. Altri ancora hanno ipotizzato un’Europa a più velocità o addirittura un’Europa a la carte, come al ristorante dove ognuno prende soltanto quel che gli piace o quel che gli torna utile. Come andrà a finire non lo sappiamo ed è difficile prevederlo. Oggi siamo tutti impegnati nell’affrontare l’emergenza sanitaria e quella economica che deriva dalla prima. L’Europa resta una grande incompiuta e i problemi strutturali di una valuta senza uno Stato di riferimento restano sullo sfondo, senza che nessuno sappia come risolverli. Per i prossimi anni ci lasceremo anestetizzare dal Recovery Fund, una boccata d’ossigeno finanziario, dopo ci penseremo. Oppure succederà qualcos’altro che cambierà nuovamente il corso della storia.

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