Per capire meglio Freud (nella foto) e la genesi della psicoanalisi è indispensabile considerare il clima politico e culturale che caratterizza alla fine del secolo la capitale austriaca, la città in cui Freud rientra dopo l’entusiasmante viaggio a Parigi, apprestandosi a conquistarla.
Lontani dai fasti della prima metà del secolo, che aveva visto l’Austria nel ruolo di arbitro dell’Europa post-napoleonica, gli Asburgo attraversano una crisi profonda. L’apparentemente immutata etichetta imperiale nasconde un monarca, l’imperatore Francesco Giuseppe, privo di potere reale, costretto ad agire da funzionario e ad amministrare lo Stato alla giornata. Vienna è la testa ipertrofica di un corpo malato, martoriato dalle ferite dei nazionalismi e dei particolarismi. l’alta borghesia si batte per guadagnare spazio rispetto alle classi aristocratiche, e contemporaneamente vede lottare al suo interno la componente germanofona contro quella di etnia slava. Il proletariato, che versa in condizioni penose, si organizza nel Partito Socialdemocratico guidato da Viktor Adler, mentre la piccola borghesia, tagliata fuori dai centri del potere come dalle rivendicazioni proletarie, si rivolge al Partito Sociale Cristiano di Karl Lueger. Al rigido formalismo di un impero ormai sul punto del collasso fa da contraltare una drammatica perdita di identità storica e cultural e, che preannuncia l’Anchluss del 1938 e si ripercuote nelle arti e nella letteratura.
La realtà viennese, insomma, preannuncia sul finire del secolo quella crisi del pensiero occidentale che caratterizzerà la cultura del Novecento. Già dal 1870 si è riunito intorno al pittore Gustav Klimt il gruppo della ]ung-Wein, o della Secessione, che testimonia una profonda coscienza della crisi. Nei loro quadri, Egon Schiele e OskarKokoschka rivalutano la fisicità e la sessualità negate dal gusto kitsch della borghesia, ma introducono anche le tematiche della malattia , della follia e della morte. In L’uomo senza qualità, Rohert Musil chiama l’Austria ‘Caccania’, esprimendo con ironia la mancanza di identità del suo popolo. La Vienna della ‘gioiosa Apocalisse’, secondo una felice definizione dello scrittore Hermann Broch, è terreno fertile per le idee: alimenta gli scritti di Ernst Mach, la filosofia di Ludwig Wittgenstein, la musica di Schonberg, le riflessioni di Moritz Schlick , il sionismo di Teodor Herzl, l’umorismo feroce di Karl Kraus, le pagine di Hugo von Hofmannsthal e naturalmente gli scritti di Freud.
Ciò nonostante appare ripiegata su se stessa , capace sì di ‘secessione’, cioè di contemplazione della propria crisi, ma non di proporre alternative positive e ottimiste. In un certo senso è come se l’Austria, al pari delle isteriche freudiane, soffrisse di ricordi: il ricordo, in particolare, del felice ottimismo illuministico, accompagnato dalla coscienza profonda che, dopo la morte di Dio già annunciata da Nietzsche, Dio non potrà più tornare. In questo contesto Freud comincia le su e ricerche sull’isteria, e in questo contesto la psicoanalisi si configurerà sia come una necessità (nevrosi e isteria sono fra i mali che più affliggono le classi dell’alta borghesia viennese), sia come sostiene Silvia Vegetti Finzi «l’ultima avventura della razionalità occidentale, la riprova della sua debolezza e della sua forza».


