di Anacleto Lupercale
E quando giunsi al gran consiglio eterno,
là dove ancor s’annaspa il fiume Basento,
tra vasi vuoti e serbatoi d’inverno,
vidi maestri d’idraulica e legge,
che il tempo sprecano in parole vane,
mentre su ogni basilica regna la sete.
“Orsiloco” parlò il maestro saggio,
“guarda quei visi, di chi misura il danno,
ma al popolo solo offre un linguaggio.”
Giacevano là, con campioni e decreti,
uomini curvi su dati e promesse,
mentre l’acqua restava nei vasetti.
“Oh professor Lucente” una voce s’alzava,
“che dall’Arno all’Arpab i fiumi potenza!”
Ma il flusso reale mai li consolava.
“I fitofarmaci son lontani” gridò un tale,
“qui la terra arida è come un altare!”
E intanto il popolo beveva il suo sale.
“Allo scolo” rise un politico fiero,
“che importa se il fiume appens’adegua ?
Domani il rubinetto sarà un mistero!”
E Bellerofonte, con sguardo severo,
mi condusse dove il Camastrino attendeva,
una vasca che il mondo sperava d’acque vero.
Là vidi pompe e tubi in gran fatica,
alzare il flusso tra Castelmezzano e Albano,
mentre un tecnico, stanco, il tempo addita.
“Questi son i gestori” mi spiegò il maestro,
“che con le mani sporche e il cuore in tasca,
muovono l’acque come un vile giocoliere maestro.”
Ed ecco il Commissario, grande d’aspetto,
parlar d’idraulica forza e di barriere,
ma in ver nulla agisce: è solo una speme.
“E i detriti, quei resti della diga secca?”
gridò un sindaco, alzando la sua veste,
“Chi li rimuove? O sarà questa un’altra beffa?”
Rise il Commissario, con tono sommesso,
“Chiederò ad Acque del Sud, ma intanto aspetta,
che il Basento ancor di speranze è presso.”
Io, vedendo il cerchio d’inerzia e lamento,
al mio maestro chiesi, con timor profondo:
“Chi guiderà questa gente al compimento?”
“Loro?” rise Bellerofonte, con godimento,
“Chiudono il rubinetto la sera e il giorno,
e con una nota spacciano come eroico gesto!”
La folla gridava, da Potenza ad Albano,
mentre l’acqua restava un miraggio lontano.
E giungemmo là, dove l’aria stagnante
portava il fetor di un male antico,
tra il Tora e il Basento, con falda tremante.
“Guarda” disse Bellerofonte con disdegno,
“la trielina, che il lor silenzio cela,
è prigioniera, ma sfugge al suo regno.”
L’Arpab proclamava con gran sicurezza,
che le barriere idrauliche fermavan tutto,
mentre gli occhi del popolo cercavan certezza.
“I campionamenti rassicurano,” dissero in coro,
“l’acqua è quasi pura, o almen speriamo;
ma la sete intanto rimane nil foro.”
Là stava il prof. Quasi, con gesti ampi,
a narrar di fitofarmaci che il tempo han perso,
“Nulla irriga” disse, “tra questi campi!”
Ma un contadino, dalle mani screpolate,
alzò la voce tra il turbine di parole:
“Che ne sanno loro, dalle stanze dorate,
di chi scava pozzi e beve senza amore?”
Poi vidi un sindaco che chiese a gran voce:
“E le sorgenti pure, quelle di Fossa Cupa?
Non potremmo usarle, per la sete infusa?”
“Anche loro” il rispose con mestizia,
“devon passare per filtri e chimiche vie,
ché nulla è puro, nemmeno la primizia.”
“Orsiloco” disse il maestro severo,
“il loro linguaggio è l’arte del non dire,
tra campionamenti e date, il vero è nero.”
E quando il commissario promise interventi,
per risolver la diga e i suoi nocumenti,
rise la folla, con sguardi risentiti:
“Parole vuote, come l’acqua che manca,
e intanto il tempo, nostro nemico, avanza.”
“Dimmi” chiesi a Bellerofonte curioso,
“c’è un luogo oscuro e ancor più tedioso?”
E proseguimmo verso un loco tetro,
dove il silenzio pesava su ogni cosa,
e le promesse come nebbia svanivan dietro.
Là stava il consiglio, in veste ufficiale,
con grandi tavoli, carte e calamai,
a discutere l’acqua con fervor banale.
“Vedi Orsiloco” parlò la mia guida,
“questi son quelli che dicon di agire,
ma lento è il loro muover, e la folla li sfida.”
Un sindaco levò la mano tremante,
“Ci dite quando sgorgherà dai rubinetti,
o continueremo a contar le ore inetti?”
“Sabato e domenica, con orari ristretti,”
rispose un volto sepolto tra le carte,
“poi lunedì riempirete forse i catini stretti.”
“E tu chiameresti questa soluzione?”
chiese un’ombra dalla folla alta e distante,
“È un gioco di rubinetti e di illusione,
mentre il popolo soffre una sete costante.”
Poi vidi un consigliere con mappa in mano,
che spiegava come il Basento fosse virtuoso,
sebbene di scarti il fiume fosse un granaio
“Le acque son pulite, o quasi” diceva,
“i fosfati calano, il potabilizzatore regge,
la scienza è con noi, che mai fallisce.”
Ma nel suo tono c’era un filo d’arte,
una melodia che dava scherno al vero,
e la platea lo accolse con smorfie e beffe .
“Dimmi, maestro” chiesi con animo acceso,
“che pena avran costoro, di tanta arroganza,
che prometton futuro e il presente offende?”
“Ah, Orsiloco” rispose con riso pungente,
“nel giron dei falsi innovatori staranno,
con l’acqua che sì scorre, ma sempre assente.”
E avanti andammo, tra carte e proclami,
verso un’altra scena, più amara e dolente.
E giungemmo infine a un cerchio più grave,
dove gli atti eran di crisi commedia,
e trama in verità che il popolo aggrava.
Là vidi i grandi, con sguardi affannati,
discutere l’acqua e il suo destino,
mentre il popolo aspettava con cuori infranti.
“Lunedì,” dicevano con voci stonate,
“l’acqua sgorgherà dai rubinetti aperti!”
Ma già domenica, i rubinetti saran serrati.
Un sindaco, con fascia e volto corrucciato,
alzò la voce per il suo villaggio:
“Ci dite perché il Basento è stato scelto,
se pure Fossa Cupa chiede omaggio?”
Un tecnico, dal volto pallido e mesto,
s’alzò per rispondere, con tono molesto:
“Ogni fonte va trattata, dice la legge suprema,
anche l’acqua più pura si piega al sistema.”
E mentre parlava, un riso sommesso,
si alzò dal fondo, dov’eran cittadini:
“Voi fate leggi per far complesso il flusso,
mentre noi restiamo coi pozzi appresso!”
Bellerofonte sospirò, quasi, sconfortato
“Vedi, Orsiloco, il gioco dei potenti:
ognun promette un bene calibrato,
ma il tempo lo svela tra inganni evidenti.”
Poi vidi un commissario, alto sul suo trono,
guardare ai sindaci come re al suo feudo,
e con dolci parole annunciar perdono:
“Non è colpa nostra, ma del passato scempio,
noi rimedieremo col portar pazienza,
ché i vostri problemi troveran compenso.”
E il popolo, stanco, gridò in lamento:
“Di pazienza viviamo, ma l’acqua ci manca!
Vuote parol non colmano il tormento.”
Io guardai il maestro, con sguardo amaro,
“Che pena troveranno questi bugiardi,
che al popolo dan menzogne per riparo?”
Bellerofonte rispose con un sorriso beffardo,
“Verranno rinchiusi in aride fonti,
solo a ber promesse, nel cerchio più bastardo.”
E avanti andammo, verso l’eco del disprezzo,
“Dimmi”, anco dimandai “ch’io narri l’altro?
E proseguimmo, oltre il cerchio dei falsi,
là dove regnan silenzi, e detriti
e l’acqua secca giace nei bacini vinti.
Là un tavolo vidi, di carte pieno
dove siedon burocrati, con penne stanche,
a firmar decreti che son sol carte.
Un di lor, col capo basso e curvo,
parlava di giorni, d’orari, e restrizioni,
come se il tempo tutto potesse placare.
“Sabato e domenica, d’acqua poch’ore,”
diceva, con voce spenta e monotona,
“ma lunedì il flusso tornerà alla baracca.”
E intanto i pozzi erano vuoti e sordi,
mentre il popolo le mani alzava al cielo,
pregando pietà per i gesti discordi.
Poi vidi un tecnico con sguardo confuso,
che col suo calice misurava il Basento,
ma nei suoi occhi c’era un sorriso spento.
“Le analisi parlano” disse con voce fioca,
“la radioattività è assente, il rischio è basso,
ma i fosfati sporcan ancora quest’acqua poca.”
E il popolo rideva, e non per allegria,
ché ogni parola sembrava un inganno,
un gioco d’arte a mascherar follia.
Bellerofonte allora alzò la sua voce:
“Ecco i burocrati del grande ritardo,
che al danno popolo la fugace speranza.”
“Che sorte li aspetta?” chiesi al mio maestro,
“Se non il biasimo eterno per il lor indugiar,
mentre il popolo soffre, e il loro agir funesta?”
“Li vedrai, Orsiloco, nel cerchio dei bugiardi,
a scavar con nude mani i pozzi aridi,
e cercar l’acqua che han negato agli altri.”
E intorno, il suono dei pozzi vuoti e secchi,
riempiva l’aria di un’eco dolente,
mentre il tempo procurava nuovi difetti.
(continua)


