di Anacleto Lupercale
Nel Regno della Regione
Nel mezzo del cammin di nostra sete
mi ritrovai per una valle oscura,
ché la potabil via era smarrita.
“Maestro mio e guida!” dissi a Bellerofonte.
Se pur sai dove andare, ché qui pare
che l’ignoranza impera in tutto l’aere ”.
“Orsiloco” rispose con tono severo,
“la Regione che vedi là su in cima,
è il regno di chi si glorifica e improvvisa .
Chi crede di sapere, ignaro resta
e chi domanda è preso per molesto:
tal è il destino di chi cerca il vero lesto”.
E mentre io tentavo di capire,
un’ombra lenta dal fiume vidi venire:
il Sarachella egli era traghettator ribaldo
Che con voce afona e stonata vociò
“Chi osa disturbare il mio regno oscuro,
ove l’acqua è promessa e mai sicura?”.
L’Acquedotto Lucano
Giunti al palazzo dell’Acquedotto,
dove promesse come flotti scorrono
udimmo un grido: “Se parli sarai punito!”
“È il regno del timore” mi spiegò Bellerofonte,
“qui si denuncia chi osi dimandare
ché il Basento è loro e di nessun altro pare”.
Sulle pareti vidi scritte oscure:
“L’acqua si gestisce con gran prudenza,
ma del diritto il cittadin veda l’assenza”.
E mentre io cercavo di capire,
un’alta ombra ci fissò col dire:
“Di qui non passa chi trasparenza intende!”.
L’Arpab nebulosa
O sommo mistero, o ente sconosciuto,
che dati prometti e nebbia li rendi,
chi t’ha veduto mai con occhi lucenti?
“Questa è l’Arpab”, spiegò me il mio docente,
“che protegge l’ambiente nel mistero splendente,
ma per chi domanda è solo silente”.
In tal girone, con l’ambiguità regnante
tra carte polverose e analisi promesse,
giammai giungnevan a chi volea certezze.
“Orsiloco” disse Bellerofonte “qui la virtù
è come un fiume secco: solo apparenze,
che con vane speranze il popolo attende”.
Le acque del Basento
Scesi al Basento, fiume antico e dolente,
dove scorrevan le acque nel solo rimpianto,
ché mai nessun avea messo in risalto“
“Questo fiume”, mi spiegò la mia guida,
“dovea esser da sempre monitorato,
eppure sol ora si scopre interessato”.
Un gorgoglìo udìi tra l’acque limacciose:
“o uomini stolti prelevate pure,
ma io non son né santo né cristallino”.
Parlava qui il fiume ma noi muti e allibiti,
ché l’acqua era vita, e ancor più stupiti,
chi beve non sa cosa davver sorseggi .
Il Paradiso della Masseria Romaniello
Infin giungemmo alla Masseria
ove sgorga ci dissero il Paradiso:
un’acqua pura, limpida e benedetta.
Sotto un arco di trionfo vidi un’eletta
di beati della potabilità promessa,
con calici levati verso l’empireo.
E titubante domandai “sarà vero?”
ché l’acqua sì promettente non era convincente :
la trasparenza era solo un velo appariscente.
“Beati loro” Bellerofonte ironico rispose,
“che credono al cristallo senza vedere
se dietro vi sia il limo del Basento”.
E così, tra rose dei beati e di gloria canti,
mi domandai se il fosse, Paradiso reale
o un sogno solo ed irreale.
Conclusione
Così vi racconto, o lettori satirici,
di un viaggio tra i regni dell’acqua promessa,
dove il vero si confonde col surreale
e il cittadino, tra fiumi e bolge,
cerca una risposta che mai gli vien data:
ché l’acqua è potabile, ma la fiducia evapora.
(Continua)


