di Placido Inappetente
È questa l’impressione che suscita un’attenta lettura del libro di Carmensita Bellettieri, già a partire dal titolo. Un autentico guazzabuglio fra sincretismi apotropaici e religiosi, derive magico-esoteriche, azzardati accostamenti antropologici ed etnologici, spunti vaghi tra analisi sociologiche irreali e il tutto incentrato sul cibo inteso nel significato oggi tanto di moda di un food selvaggio creato ad arte dalle manie culinarie che la tendenza d’oltreoceano da decenni imbevuta e sovra satura d’un battage pubblicitario, ha contagiato tutti.
La moda insulsa delle scienze dell’informazione o meglio della comunicazione, che di scientifico non hanno nulla se non il puro e semplice interesse di mercato, peraltro legittimo, ma che non va confuso nella maniera più assoluta con impostazioni e contenuti interdisciplinari di ben altro livello culturale.
Si scoprono tradizioni identitarie nei loro rituali associati a varie manifestazioni come se fossero patrimonio originario e unico della terra di Basilicata, quasi un punto di riferimento per tutto il resto del mondo. Sembra che qualunque studioso abbia attinto nelle sue ricerche, siano esse antropologiche, sociali e perché no persino linguistiche, a quest’universo lucano, allettato dal cibo e dalla sua origine biblica, magica, cui si riconduce l’evoluzione dell’umanità intera.
Un’autentica sorgente d’ispirazione per i tanti Mendel, Darwin, che si pensa abbiano soggiornato in questi luoghi. Studiosi del calibro di Levi Strauss o Norbert Elias affascinati da un siffatto realismo magico che ritrova in riti ancestrali e cerimoniali il significato stesso dell’esistenza umana tra incanti e riti del fuoco, che un Prometeo, certamente lucano, agli albori avrebbe dispensato ai suoi abitanti.
La nutrita ed elaborata documentazione fotografica, molto più vicina alle immagini pubblicitarie non poteva mancare, e per dirla in soldoni un arzigogolato depliant piuttosto barocco e di maniera, uno zibaldone turistico locale!


