Lo scrittore «impegnato» sa che la parola è azione: sa che svelare è cambiare, e che non si può svelare se non divisando di cambiare . Ha abbandonato il sogno impossibile di dare un quadro imparziale della Società e della condizione umana. L’uomo è l’essere di fronte al quale nessun essere, nemmeno Dio, può restare imparziale; giacché Dio, se esistesse, sarebbe, come hanno ben visto certi mistici, ambientato in rapporto all’uomo. Ed è, l’uomo, anche l’essere che non può vedere una situazione senza cambiarla, perché il suo sguardo congela, distrugge o scolpisce o, come fa l’eternità, cambia l’oggetto in se stesso. È nell’amore, nell’odio, nella collera, nella paura, nella gioia, nell’ammirazione, nella speranza, nella disperazione che l’uomo e il mondo si rivelano nella loro verità. Senza dubbio lo scrittore impegnato può essere mediocre, può perfino aver coscienza di esserlo, ma come non può scrivere senza l’intento di riuscire perfettamente, così la modestia con cui egli considera la sua opera non deve impedirgli di costruirla come se essa dovesse avere la risonanza più vasta. Egli non deve mai dirsi: «Bah, avrò al massimo tremila lettori»; ma invece: «Che accadrebbe se tutti leggessero ciò che scrivo?». Egli ricorda la frase di Mosca davanti alla carrozza che portava Fabrizio e Sanseverina: «Se la parola Amore dovesse nascere tra di loro, sono perduto». Sa di essere l’uomo che nomina ciò che non è stato ancora nominato o ciò che non osa dire il proprio nome, sa di far «nascere» la parola amore e la parola odio e, con esse, l’amore e l’odio fra uomini che non si erano ancora decisi circa i propri sentimenti. Sa che le parole, come dice Brice-Parain, sono delle «rivoltelle cariche». Se parla, spara. Può tacere, ma poiché ha deciso di sparare bisogna che lo faccia da uomo, mirando al bersaglio, e non come un bambino, a caso, chiudendo gli occhi e per il solo piacere di udire la detonazione. Noi tenteremo più avanti di definire quale potrebbe essere lo scopo della letteratura. Ma fin d’ora possiamo concludere che lo scrittore ha scelto di svelare il mondo e, particolarmente, l’uomo agli altri uomini, affinché costoro assumano di fronte all’oggetto messo così a nudo le loro intere responsabilità […] Dunque, non è vero che si scriva per sé: sarebbe il peggiore smacco; proiettando le proprie emozioni sulla carta, a stento si riuscirebbe a dar loro un languido prolungamento. L’atto creatore non è che un momento incompleto e astratto della produzione di una opera; se solo l’autore esistesse, potrebbe scrivere finché vuole, ma mai l’opera come oggetto vedrebbe la luce, e bisognerebbe che lo scrittore posasse la penna o disperasse. Ma l’operazione dello scrivere implica quella di leggere come proprio correlativo dialettico, e questi due atti distinti comportano due agenti distinti. È lo sforzo congiunto dell’autore e del lettore che farà nascere quell’oggetto concreto e immaginario che è l’opera dello spirito. Non v’è arte che per e attraverso gli altri. La lettura, difatti, sembra la sintesi della percezione e della creazione; essa pone a un tempo l’essenzialità del soggetto e quella dell’oggetto; l’oggetto è essenziale perché è rigorosamente trascendente, perché impone le sue proprie strutture e perché bisogna attenderlo e osservarlo; ma anche il soggetto è essenziale, perché è richiesto non soltanto per svelare l’oggetto (cioè per far sì che vi sia un oggetto), ma anche perché questo oggetto sia assolutamente (cioè per produrlo). In una parola, il lettore ha coscienza di svelare e, a un tempo, di creare, di svelare creando, di creare per rivelazione. Non si deve credere, infatti, che la lettura sia un’operazione meccanica e che il lettore venga impressionato dai segni come una lastra fotografica dalla luce. Se egli è distratto, stanco, sciocco, stordito, la maggior parte dei rapporti gli sfuggiranno, non riuscirà a «far prendere» l’oggetto (nel senso che si dice che il fuoco «prende» o «non prende»); egli farà uscire dall’ombra delle frasi che parranno sorgere a casaccio. Se si trova nelle migliori condizioni, proietterà oltre le parole una forma sintetica, ogni frase della quale non sarà più che una funzione parziale: il «tema», il «soggetto» o il «senso». Così, fin dall’inizio, il senso non è più contenuto nelle parole poiché è esso, al contrario, che permette di capire il significato di ciascuna di quelle; e l’oggetto letterario, quantunque si realizzi attraverso il linguaggio, non è mai dato nel linguaggio; è, invece, per natura, silenzio e contestazione della parola. Così, le centomila parole allineate in un libro possono esser lette a una a una senza che ne scaturisca il senso dell’opera; il senso non è la somma delle parole, ne è la totalità organica. Nulla si produce se il lettore non si pone di colpo e quasi senza guida all’altezza di quel silenzio. Se non l’inventa, insomma, e non vi mette e non vi mantiene in seguito, le parole e le frasi che esso risveglia. E se mi si obietta che sarebbe forse meglio chiamare questa operazione una reinvenzione o una scoperta, risponderò che anzitutto una simile reinvenzione sarebbe un atto altrettanto nuovo e originale della prima invenzione. E che, soprattutto, quando un oggetto non è mai esistito prima, non è questione né di reinventarlo né di scoprirlo. Poiché se il silenzio di cui parlo è davvero lo scopo a cui mira l’autore, quest’ultimo perlomeno non l’ha mai conosciuto; il suo silenzio è soggettivo e anteriore al linguaggio, è l’assenza di parole, il silenzio indifferenziato e vissuto dell’ispirazione, che verrà in seguito particolarizzato dalla parola; mentre il silenzio prodotto dal lettore è un oggetto. E anche all’interno di questo oggetto vi sono altri silenzi: il che l’autore non dice. Si tratta di intenzioni così particolari che non avrebbero più alcun senso al di fuori dell’oggetto rivelato dalla lettura; e son tuttavia esse che ne costituiscono la densità e che gli danno il suo volto singolare. È dir poco affermare che esse sono inespresse: sono precisamente l’inesprimibile. E per questo non le troviamo in nessun momento determinato della lettura: sono dappertutto e in nessun luogo: la qualità meravigliosa di Grand Meaulnes, il babilonismo di Armance, il grado di realismo e di verità della mitologia di Kafka, tutto ciò non è mai dato; bisogna che il lettore inventi tutto in un perpetuo superamento della cosa scritta. Senza dubbio l’autore lo guida; ma si limita a guidarlo; i paletti che egli ha posto sono separati dal vuoto, occorre congiungerli, andare oltre. In una parola la lettura è creazione diretta. Da un lato, infatti, l’oggetto letterario non ha altra sostanza che la soggettività del lettore: l’attesa di Raskolnikov è la mia attesa, che io gli presto; senza tale impazienza del lettore non resterebbero che dei segni languenti; il suo odio contro il giudice istruttore che l’interroga è il mio odio, sollecitato, captato dai segni, e lo stesso giudice istruttore non esisterebbe senza l’odio che io gli porto attraverso Raskolnikov; è quest’odio che lo anima, è la sua carne. Ma, d’altro canto, le parole son là come tranelli per suscitare i nostri · sentimenti e rifletterli verso di noi; ogni parola è una via di trascendenza, informa i nostri affetti, li nomina, li attribuisce a un personaggio immaginario che s’incarica di viverli per conto nostro e che non ha altra sostanza al di fuori di queste passioni prese a prestito; conferisce loro degli oggetti, delle prospettive, un orizzonte. Così, per il lettore, tutto è da fare e tutto è già fatto; l’opera non esiste che al livello esatto delle sue capacità; mentre egli legge e crea sa di poter sempre andar più lontano nella lettura, di poter creare più profondamente; e, di conseguenza, l’opera gli appare inesauribile e opaca come le cose. […] Ma qui è precisamente l’errore: la bellezza della natura non è in niente paragonabile a quella dell’arte. L’opera d’arte non ha fini, in ciò siamo d’accordo con Kant. Ma questo perché essa è un fine. La formula kantiana dimentica l’appello che risuona dal fondo di ogni quadro, di ogni statua, di ogni libro. Kant crede che l’opera esista anzitutto in fatto, e che sia vista in seguito. Mentre invece non esiste se non la si guarda ed è, anzitutto, puro appello, pura esigenza di esistere. Non è uno strumento la cui esistenza sia manifesta e il fine indeterminato: si presenta come un compito da assolvere, si pone di primo acchito al livello dell’imperativo categorico. Siete perfettamente liberi di lasciare questo libro sul tavolo. Ma se l’aprite ne assumete la responsabilità. Poiché la libertà non si prova nel godimento del libero funzionamento soggettivo, ma in un atto creatore reclamato da un imperativo. Questo fine assoluto, questo imperativo trascendente e tuttavia consentito, rifatto proprio dalla stessa libertà, è ciò che si chiama un valore. L’opera d’arte è valore perché è appello.

