In arrivo un nuovo vaccino contro il virus corona

Negli ultimi sei mesi milioni di persone hanno ricevuto i vaccini a RNA messaggero (mRNA) di Pfizer-BioNTech e Moderna, ottenendo un’alta protezione contro le forme gravi della COVID-19. Le somministrazioni con queste soluzioni innovative, rispetto ai vaccini più tradizionali, sono avvenute finora in 90 paesi per lo più ricchi e con maggiori risorse per gestire la distribuzione e la conservazione delle dosi, che devono essere mantenute nei congelatori. I paesi più poveri non hanno ancora avuto accesso in modo significativo ai vaccini a mRNA, ma molti di questi confidano di cambiare le cose entro pochi mesi, grazie all’arrivo del vaccino di CureVac. La nuova soluzione fa parte della cosiddetta “seconda ondata” dei vaccini contro il coronavirus. Impiegato per indicare un aumento massiccio dei contagi, in un anno di pandemia ci siamo abituati ad associare il termine “ondata” a qualcosa di estremamente negativo, ma la parola è stata adottata da osservatori e analisti anche per indicare l’arrivo di nuovi vaccini un poco in ritardo rispetto ai primi arrivati (Pfizer-BioNTech, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson, per citarne alcuni), ma che potrebbero fare la differenza specialmente per i paesi in difficoltà a causa della scarsa disponibilità di dosi o in difficoltà a causa del loro costo. CureVac è un’azienda tedesca, esiste da circa 20 anni e prima dell’avvento della pandemia si era dedicata alla ricerca contro i tumori e altre malattie basata sull’RNA messaggero, la molecola con le istruzioni per produrre le proteine responsabili di buona parte delle attività all’interno delle cellule. Proprio come BioNTech, altra azienda tedesca, anche CureVac avviò le attività concentrandosi sulla ricerca di sistemi per sfruttare l’mRNA a nostro vantaggio, trasportando all’interno delle cellule le istruzioni per sviluppare proteine che aiutino l’organismo a tenere sotto controllo alcune malattie. Tra i cofondatori di CureVac c’è il biologo tedesco Ingmar Hoerr, considerato uno dei pionieri nello sviluppo di soluzioni con mRNA. Negli anni Novanta, Hoerr si mise al lavoro su alcune ricerche condotte in precedenza, notando come l’mRNA iniettato in alcune cavie di laboratorio inducesse le loro cellule a produrre proteine, seguendo le istruzioni contenute nel materiale genetico iniettato. Come altri ricercatori, Hoerr notò che la presenza di queste proteine estranee, ma fatte produrre alle cellule delle stesse cavie, inducesse una risposta immunitaria, aprendo quindi la possibilità di sfruttare il meccanismo per istruire il sistema immunitario a riconoscere specifiche minacce, come le proteine tipiche di alcuni virus. A causa di alcune limitazioni tecnologiche, del costo delle ricerche e del futuro ancora incerto del nuovo sistema, negli anni Novanta pochi gruppi di scienziati erano al lavoro sull’mRNA messaggero. La prospettiva di un eventuale successo, che avrebbe potuto cambiare per sempre il modo di sviluppare nuovi vaccini, indusse alcuni ricercatori come Hoerr a perseverare nella loro grande scommessa, immaginando che il sistema potesse essere utilizzato contro alcuni tipi di tumore. CureVac incontrò diverse difficoltà rischiando più volte di fallire nei primi anni del Duemila. Diversi accordi con altre aziende farmaceutiche e di biotecnologie, per lo sviluppo di altre molecole, consentirono all’azienda di sopravvivere e di portare avanti i progetti di ricerca per cui era nata. Mentre altre aziende mostravano interesse per l’mRNA messaggero in altre parti del mondo, come Moderna negli Stati Uniti, i ricercatori di CureVac riuscirono ad affinare le loro tecniche, superando una delle principali difficoltà nello sviluppo di queste soluzioni: assicurarsi che l’mRNA arrivi integro all’interno delle cellule. Per farlo svilupparono un sistema basato su microscopiche bolle di grasso (lipidi) che fanno da involucro al materiale genetico e lo proteggono, fino a quando si trova all’interno delle cellule. Una soluzione simile sarebbe stata adottata anche da BioNTech e Moderna, ma i ricercatori di CureVac riuscirono a sviluppare un sistema per mantenere molto più stabile l’mRNA a temperature meno basse rispetto a quelle della concorrenza. Mentre quelle dosi richiedono potenti congelatori, che arrivino a circa -70 °C, quelle di CureVac richiedono nella maggior parte dei casi semplici frigoriferi a 5 °C. Anni di ricerca culminarono in alcuni prodotti sperimentali tra il 2013 e il 2017, con la realizzazione di un vaccino contro la rabbia e di uno molto più ambizioso contro il cancro alla prostata. Quest’ultimo non si rivelò efficace nei primi test clinici, mentre il vaccino contro la rabbia diede qualche risultato incoraggiante, migliorato in seguito a una revisione della sua formulazione. Identificato il coronavirus che causa la COVID-19 tra la fine del 2019 e le prime settimane del 2020, le aziende che da anni facevano esperimenti con l’mRNA avviarono rapidamente lo sviluppo e la sperimentazione dei primi vaccini. BioNTech ottenne qualche finanziamento in Europa e soprattutto strinse un accordo con la statunitense Pfizer, raccogliendo risorse a sufficienza sia per lo sviluppo sia per la costosa organizzazione dei test clinici. Moderna ottenne un finanziamento dal governo degli Stati Uniti da circa un miliardo di dollari, che le permise di accelerare le attività di ricerca e sperimentazione. Più o meno nello stesso periodo CureVac riuscì a recuperare qualche risorsa, soprattutto da iniziative internazionali di finanziamento delle ricerche contro il coronavirus, ma in misura ridotta rispetto ai grandi finanziamenti ottenuti da Pfizer-BioNTech e Moderna. Nella primavera del 2020 alcuni giornali statunitensi diedero la notizia di un’offerta di un miliardo di dollari da parte del governo statunitense, all’epoca con Donald Trump presidente, per trasferire sede e attività di CureVac negli Stati Uniti. CureVac negò la circostanza, ma nei giorni seguenti ci fu un cambio inatteso del suo amministratore delegato. Dopo i primi risultati promettenti di un vaccino sperimentale contro il coronavirus, a giugno del 2020 CureVac ricevette un finanziamento da circa 300 milioni di dollari da parte del governo tedesco, stimolando investimenti da parte di altri fondi. Le nuove risorse si rivelarono essenziali per accelerare le fasi finali dello sviluppo e per organizzare le tre fasi di sperimentazione del vaccino. I test clinici di fase 3 per CureVac sono iniziati alla fine del 2020, quando le sperimentazioni di Pfizer-BioNTech e Moderna avevano già confermato la sicurezza e l’efficacia dei loro rispettivi vaccini. La fase 3 sta riguardando circa 40mila volontari in Europa e Sudamerica e dovrebbe concludersi entro pochi giorni. Da protocollo, l’azienda sta attendendo che almeno 56 volontari sviluppino la COVID-19: se la maggior parte si troverà nel gruppo di controllo, cioè in quello che ha ricevuto una sostanza che non fa nulla, significherà che il vaccino funziona. I dati consentiranno anche di capire quanto sia efficace il vaccino, sia nel proteggere dalle forme gravi di COVID-19 sia nel tutelare in generale dalla malattia. Sui risultati potrebbe incidere la diffusione di alcune varianti del coronavirus, che non si erano ancora sviluppate quando Pfizer-BioNTech e Moderna avevano effettuato i loro test clinici. I loro vaccini a mRNA si sono comunque mostrati efficaci contro buona parte delle varianti emerse in seguito al loro sviluppo, quindi i ricercatori si attendono che avvenga qualcosa di simile anche con CureVac, sviluppato con il medesimo principio. Comunicati i risultati, spetterà alle autorità di controllo dare il loro assenso per avviare l’impiego del vaccino. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) sta già analizzando i dati sui test clinici, forniti man mano da CureVac, circostanza che dovrebbe consentire di sveltire le procedure per l’autorizzazione. Negli ultimi giorni è stata ventilata la possibilità di autorizzare il nuovo vaccino entro la fine di maggio o i primi giorni di giugno, ma per ora non ci sono molti elementi concreti per fare valutazioni sui tempi. Osservatori e analisti hanno intanto iniziato a chiedersi se il vaccino di CureVac possa fare la differenza e se ci siano rischi per l’azienda. Dopo i problemi con le consegne degli ordini non rispettate da AstraZeneca, la Commissione Europea ad aprile ha negoziato un nuovo corposo contratto con Pfizer-BioNTech, che prevede la fornitura di oltre 1,8 miliardi di dosi del loro vaccino entro la fine del 2023. L’accordo è basato su una maggiore capacità produttiva delle due aziende e potrebbe far ridurre la domanda per altri vaccini, come quello di CureVac. Da accordi precedenti, la Commissione Europea ha ordinato 225 milioni di dosi di questo vaccino, con la possibilità di acquistare altri 180 milioni di dosi se necessario. Con la prospettiva di dover produrre velocemente centinaia di milioni di dosi, CureVac a inizio anno aveva stretto accordi commerciali con alcune delle più grandi aziende farmaceutiche in Europa come Bayer, Novartis e GSK. I contratti sono per lo più orientati alla produzione del vaccino nei loro stabilimenti e allo sviluppo di nuove versioni, nell’eventualità in cui fossero necessari vaccini aggiornati contro alcune varianti. Visto il nuovo contratto europeo con Pfizer-BioNTech, potrebbe esserci una minore urgenza e necessità di avere anche le dosi aggiuntive previste dal contratto con CureVac. Alcuni paesi europei hanno comunque potenziato la loro capacità di somministrare i vaccini, e potrebbero quindi beneficiare dalla disponibilità di ancora più dosi. Non è quindi escluso che oltre al contratto con la Commissione Europea, che come per gli altri vaccini ha acquistato in modo unificato per conto degli stati membri, alcuni paesi europei decidano di acquistare dosi aggiuntive autonomamente. Come altri produttori di vaccini della “seconda ondata”, CureVac confida comunque di riuscire a vendere il proprio vaccino nei paesi in via di sviluppo, che finora hanno ricevuto poche dosi dei vaccini, specialmente a mRNA. Il fatto di poter essere conservato in frigorifero, o a temperatura ambiente fino a 24 ore, potrebbe favorire la sua diffusione nelle aree rurali e nei piccoli centri abitati, dove raramente cliniche e ambulatori dispongono di congelatori potenti a sufficienza. Il vantaggio su Pfizer-BioNTech e Moderna sul fronte della conservazione potrebbe però durare per poco, considerato che queste aziende stanno sviluppando alternative per ridurre o rendere superfluo l’impiego dei congelatori per i loro vaccini. L’EMA ha inoltre da poco consigliato di estendere a un mese il periodo di validità dei vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna una volta scongelati, a patto che siano tenuti a una temperatura tra i 2 e gli 8 °C. Per CureVac, così come per le altre aziende di biotecnologie del settore, il vaccino contro il coronavirus potrebbe rivelarsi essenziale per verificare su larga scala le opportunità offerte dai sistemi a base di mRNA anche in vista dello sviluppo di vaccini e terapie contro varie malattie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su