In un futuro non troppo lontano l’umanità – e precisamente quella che abita le terre a nord dell’Equatore – si trova ad assistere a un insolito e inspiegabile innalzamento delle temperature che, complice la siccità, sta mettendo a dura prova l’intero ecosistema. Come se non bastasse, in Italia si stanno verificando strani episodi che coinvolgono le donne in procinto di partorire e che, se generalizzati, potrebbero minare dalle fondamenta la sopravvivenza della specie umana. Nella penisola, però, l’attenzione dei cittadini è rivolta alla delicata situazione politica che si sta vivendo: la tanto invocata Secessione del Nord sta per essere attuata e sta portando con sé un’ondata di rivendicazioni indipendentiste mai vista prima; non più solo le regioni, ma piccoli comuni e perfino singoli quartieri chiedono di staccarsi dal governo centrale. Al Sud questo movimento rivoluzionario è capeggiato da Lello Capitani, ex professore e giornalista, attorno al quale si raccoglie un nutrito gruppo di accoliti. Sarà lui a muovere le fila di una trama intricata, capace di coinvolgere poteri forti e muovere straordinarie quantità di denaro, arrivando perfino a rintracciare il famigerato tesoro di Alarico. Un romanzo avvincente e ricco di colpi di scena, che mescola sapientemente spunti fantapolitici con episodi di storia più e meno recenti, fornendo un’illuminante chiave di lettura per il nostro immediato futuro.
di Antonio Taccone
Quest’ultimo romanzo (postumo) di Rocco Donato Alberti (nella foto) risente di un percorso stilistico conscio che prende le mosse dalle sue due precedenti opere di fiction e sbocca su un impianto compositivo più semplice, agile e ordinato, in cui i diversi temi si avvicendano con ritmo pacato e sovente si integrano l’un l’altro: la fantapolitica spiega spinte psicologiche personali, scelte radicali in un senso o in un altro, stati d’animo dei protagonisti; ma, nel contempo, le reazioni emotive dei personaggi politici cardine, susseguendosi nell’attualità del racconto, giustificano da un punto di vista individuale e poi di insieme lo svolgersi degli eventi ultimi. Il capitolo zero, intitolato “La donna che non c’è”, è una sorta di introduzione ai contenuti principali della narrazione (sentimenti, sconvolgimenti geotermici, scompigli politici, misteriosi incagli fisiologici, ecc.); ma non se ne comprenderebbe il senso se ci si lasciasse sfuggire l’aggancio con una parte (pp. 184-185) del capitolo 19 e col capitolo finale, parti in cui la figura di Chiara – unico riferimento ideale e positivo – viene sottolineata per tutto quanto la caratterizza anche altrove, qua e là nel testo, sia come individuo irreprensibile, sia come più ampio simbolo di un’umanità agognata: donna e umanità di un certo spessore morale e pratico che, nell’era che si sta vivendo, sembrano irrimediabilmente non recuperabili. La fantasia creatrice dell’autore si effonde, come nei precedenti romanzi, in pagine gravi ma non fosche, su stati d’animo in bilico fra la schiettezza perduta dell’infanzia e il ginepraio in atto in cui i vari personaggi si vengono a trovare… l’opera è principalmente centrata sui guasti cagionati dalle strutture e dalle logiche del sistema di potere. Anche se non esplicitamente indicato, gli eventi si svolgono verso il 2030, in un’epoca di fermenti politici che han già visto in Europa la Gran Bretagna erigersi a Repubblica e la Catalogna aver conseguito l’indipendenza col pacato assenso di Madrid. L’Italia appare più come una metternichiana espressione geografica che come un serio modello di riferimento istituzionale. Infatti, divisa quasi idealmente nelle tre classiche zone Nord, Centro e Sud, non trova requie tra vecchi schemi unitaristi e limitati progetti secessionistici, questi e quelli ancora tutti sostenuti da varie formazioni partitiche a cui sfuggono, soprattutto a Nord, le spinte centripete di natura radicalmente campanilistica, quasi un ritorno all’epoca dei Comuni in lotta fra loro. In questo contesto dissonante, l’attenzione principale e costante è rivolta al Sud Italia esausto e ai filoni di pensiero che sembrerebbe mìrino a farlo rifiorire, secondo diverse e opposte formule salvifiche. Tuttavia, il permanere inesorabile di sostanziali disonesti interessi personali – con le incredibili contraddizioni che crea e con le tenaci astuzie velleitarie che stimola – è, da un punto di vista narrativo, occasione per una miriade di colpi di scena che – prima confrontati tra loro, poi in gran parte reciprocamente elisi – , grazie alla capacità logico-dialettica dell’Autore, lasciano il posto all’imprevisto definirsi finale dell’intrigo. Questo sbocco fantastico, quasi irreale (che qui non sveliamo, anche perché risulterebbe incomprensibile senza che si considerino tutti i livelli precedenti del racconto) è il punto di arrivo dell’intreccio coreografico principale: quello politico; ma altresì un punto di partenza per un futuro non facilmente prevedibile e che non riguarda più la narrazione, la quale si ferma al concretarsi di un certo traguardo prodigioso. Per il resto, la parabola politica mostra che l’ideale a cui si aspira, ideale a cui pure tengono pochissimi generosi, non riesce a realizzarsi. La necessità di una reversibilità qualitativa del potere – da ingiusto a equanime, da perverso e meschino a umanamente efficace per tutti – non trova ancora posto nella storia. A fine pag. 143, l’Autore indica l’esempio storico più recente del fallimento di un progetto per un ideale benessere generale, quello previsto dall’idea comunista. Ma la causa invariabile di questi pessimi esiti si può pari pari ritrovare lungo l’intera storia; ad esempio, nella storia antica allorché le guerre servili traslavano da una classe all’altra il privilegio di non lavorare e parallelamente la pretesa di sottomettere l’ex-padrone; o ancora nel tentativo riformatore dei fratelli Gracchi che prescindeva dal dato schiavistico peculiare della società romana dell’epoca, senza quindi risolverlo. Come nella sloria, in simili condizioni anche nel romanzo, l’egoismo portato al culmine può essere simboleggiato dalla mafiosità che si percepisce, apertamente o in filigrana, sempre all’opera e che ha come mezzo e come fine l’assoggettamento dell’altro e il privilegio di sé, del proprio clan, della propria classe – come nei pochi esempi fatti. Tra le varie figure in crisi di questo contesto politico disegnato nel romanzo, spicca una eccezione: Chiara. Chiara l’irreprensibile, la coerente, la contestataria. Ella è il simbolo dell’ideale da perseguire, quello che sin ora l’umanità non è riuscita a concretizzare e neanche ad approcciare. Chiara riesce a vincere anche la forza reattiva di una Natura che sta costringendo altre donne a piegarsi, talvolta a morire. Ella sfida la morte e la supera seguendo il suo istinto vitale; e, avvenuto ciò, anche l’ambiente naturale tutt’intorno ricomincia a rinascere. Fin nei dettagli apparentemente più banali, Chiara è il simbolo dell’armonia e della comprensione delle necessità altrui, e ciò diviene lampante in una specie di momento paradossale, quando il suo ateismo non viene descritto come scandalo o infamia in sé, bensì come sorgente addirittura di presa di coscienza dello spirito, lo spirito dato per perduto e che, grazie all’azione di lei atea, viene rivalutato da chi la frequenta e può così meditare sulla qualità della sua coerenza etica. Questo romanzo di Rocco Donato Alberti è una denuncia sociologica e politica. È per questa ragione che ci siamo soffermati tanto sino a questo punto sui contenuti. Sotto l’aspetto formale, che più precipuamente caratterizza il lavoro di creazione artistica, possiamo solo ribadire la grande attitudine dell’Autore a escogitare elementi (ma non ci interessa più qui la loro natura sostanziale) come ad esempio la geniale trovata del “confessionale” del Bar Pretoria a Potenza e le tante metafore, i tanti accavallarsi e scomporsi di significati, a partire proprio dal petrolio-tesoro del titolo: figure semantiche che gli permettono di costruire la fantasmagoria dell’intreccio sempre compositivamente fresco, fitto, animato e al tempo stesso stilisticamente stabile e chiaro, malgrado il contenuto di riferimento torpido, scellerato e vituperevole. Molte altre pagine drammatiche del romanzo sono risolte in modo equilibrato ed originale, senza ridondanze magniloquenti, con stile misurato. Un esempio soltanto fra i tanti: la descrizione dello stato d’animo in subbuglio di Matteo (alle pagine già supra citate), brano in cui lo scoramento dell’uomo – combattuto tra una passione che socialmente e moralmente pone dei problemi e la riflessione sul suo comportamento sino a quel momento – viene reso in maniera magistrale diluendo gli indizi psicologici personali in quelli spazio temporali e riprendendo poi in altri punti della narrazione la stessa dialettica, portandola infine al suo obiettivo diegetico: l’universo così ottenuto è ricostruzione di un mondo che ora si allontana di poco da una realtà storica da cui parte l’osservazione dell’Autore, ora se ne scosta di molto quando gli elementi del mondo reale son trasformati e spostati in un contesto di rivelazione in cui la logica ordinaria non ha più corso. In tante sequenze dell’opera, si evidenzia così la feracità immaginativa e la corrispondente destrezza narrativa di Rocco Donato Alberti, sia in questo romanzo sia nei due precedenti suoi lavori di fine e acuto raccontatore.


