Il meridionalismo non si può fermare a Eboli

La sensibilità per il tema dell’autonomia operaia e contadina e, più in generale, la valorizzazione del momento spontaneo di iniziativa rivoluzionaria “dal basso” (con la conseguenza di mettere se non altro in discussione il ruolo del partito nel suo rapporto con le masse) riguarda in realtà più in generale una larga parte dell’intellettualità socialista (soprattutto “a sinistra”).

Si consideri il contributo originale fornito dagli intellettuali socialisti (Bosio, certamente, ma anche Alberto Mario Cirese) al dibattito sulla “cultura popolare”, che aveva trovato una prima occasione di verifica nel 1950, in seguito alla pubblicazione del saggio di Ernesto de Martino Intorno ad una storia del mondo popolare subalterno. Fin da allora la discussione si era polarizzata intorno al nodo dell’alternativa tra spontaneismo e organizzazione, e molti intellettuali socialisti avevano mostrato nei confronti di De Martino un atteggiamento più aperto e interlocutorio di quello dei comunisti, di cui si era fatto portavoce, sulle pagine di «Società», Cesare Luporini, con la critica alle nozioni di «irruzione» delle masse popolari nella storia e di «imbarbarimento» della cultura marxista.

Il dibattito proseguì tra 1954 e 1955 intorno alla figura di Rocco Scotellaro, sindaco-poeta socialista di Tricarico morto nel 1953 a soli 30 anni. La pubblicazione delle opere di Scotellaro avvenne, postuma, per volontà di Carlo Levi e Manlio Rossi Doria, suoi amici e maestri. Non è possibile ricostruire qui il dibattito che si scatenò sulle riviste comuniste intorno al corpus poetico e letterario di Scotellaro, ma occorre almeno rilevare come la discussione sia stata soprattutto un pretesto per colpire la corrente meridionalista di terza forza (Levi e Rossi Doria, ma anche la rivista «Nord e Sud» di Francesco Compagna), accusata di congelare le masse contadine del sud in un’immobilità culturale fuori dalla storia, che non prendeva atto del cambiamento inaugurato nel secondo dopoguerra da una nuova stagione di lotte, con la conseguenza di rendere il Mezzogiorno incomprensibile «più che l’India e la Cina».

L’atteggiamento del PSI fu del tutto differente: nel febbraio 1955 si fece promotore, a Matera, del convegno Rocco Scotellaro intellettuale del Mezzogiorno, con il quale ascrisse di fatto il poeta lucano al proprio pantheon e aprì una finestra di dialogo con quello stesso meridionalismo criticato dai comunisti. A dispetto degli intenti celebrativi, gli interventi dei relatori socialisti non si limitarono a rivendicare il valore esemplare dell’opera e della parabola esistenziale di Scotellaro, ma affrontarono di petto proprio il tema della «civiltà contadina meridionale», con coloriture certamente varie ma tutte ugualmente orientate a valorizzare il momento autonomo della formazione di una cultura che aveva fatto della propria miseria e arretratezza uno strumento di resistenza all’egemonia della cultura nazionale. Così scrisse Panzieri sull’«Avanti!», rivendicando come «nel “perire dei tempi” di cui parla Rocco, la stessa ripetizione di forme di esistenza barbare e pagane, la ripetizione del rifiuto alla civiltà e alla presenza cristiana producono, poiché esse non avvengono nel vuoto ma nella storia, l’accrescersi della protesta, della energia liberatrice». Nello stesso articolo Panzieri faceva un passo in avanti, fino a rivalutare le correnti “autonomiste” del meridionalismo («da Colajanni a Salvemini a Dorso»), la cui eredità politica era stata raccolta in parte proprio dal PSI, soprattutto nelle regioni del sud, grazie alla confluenza di molti ex azionisti nel partito.

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