Karl Heinrich Marx elaborò nell’800 una concezione filosofica della storia che doveva fornire gli strumenti atti a interpretare ma soprattutto a modificare la realtà. L’impegno politico e sociale sta al centro del marxismo, che vede nella base economica il principio direttivo, la legge determinante dello sviluppo storico.
“Lo sviluppo politico, giuridico, religioso, letterario, artistico, ecc. – scrive Engels – deriva da quello economico. Ma tutti reagiscono l’uno sull’altro e anche sulla base economica. Non è che la situazione economica sia la sola causa attiva e tutto il resto solo effetto passivo. Vi è insieme un’azione reciproca sulla base della necessità economica che sempre si afferma in ultima istanza”. Nel processo di sviluppo storico la base economica è dunque la struttura, mentre le ideologie – tra cui l’arte e la letteratura – sono soltanto delle sovrastrutture che lo determinano in via secondaria.
La figura politicamente e culturalmente più significativa del marxismo italiano fu A. Gramsci (nella foto), la cui opera si svolse in un periodo particolarmente drammatico della nostra storia. La sua formazione culturale risente del pensiero desanctisiano e crociano; anzi l’opera del Croce è sempre polemicamente presente nelle pagine che il Gramsci stese nei lunghi anni trascorsi in carcere. I suoi scritti non hanno carattere sistematico, ma so no appunti, osservazioni, intuizioni; il prigioniero riflette su quel poco che gli giunge dall’esterno, in una situazione anormale, soprattutto per chi è portato all’attività politica ed è fatto più per operare e discutere con avversari e compagni che per dialogare con se stesso, nell’inattività e nell’isolamento.
Il Cases giudica l’interesse di Gramsci più rivolto alla sociologia letteraria che alla letteratura vera e propria.

