Negli ultimi anni è purtroppo cresciuto un fenomeno chiamato sharenting, che unisce le parole inglesi share (condividere) e parenting (genitorialità). In pratica pubblicare su vari social immagini e momenti di vita dei figli, spesso già dalla più tenera età.
Si vedono bambini, soprattutto femmine dai quattro anni in su che ballano, danzano, cantano e si truccano su Instagram, YouTube e TikTok. Si chiamano baby influencer e sono seguiti da decine di migliaia di followers, ovviamente della medesima età. I genitori pubblicano questi filmati nei loro profili oppure, perché di maggior successo, aprono account dei figli dichiarando che saranno gestiti da loro; questo è un facile trucchetto per arginare il “problema” che l’età minima per accedere ai social network è fissata a quattordici anni, in base al decreto legislativo 101 del Garante della Privacy.
Di recente questo tipo di fenomeno social è stato particolarmente descritto da vare tipologie di media; ne ero basito e su YouTube ho controllato un canale tra i più di successo: una coppia di fratellini, ovvero una bambina di otto anni e un maschietto di dieci; non riporto il loro nome per evitare di fare pubblicità. Questo canale social ha tuttora un milione e settecentomila followers ed è nato cinque anni fa, all’inizio della pandemia. Quindi allora i bambini avevano rispettivamente tre e cinque anni. I genitori hanno lasciato il loro lavoro per “intraprendere questo percorso”, cito fedelmente le loro parole, e hanno anche creato un “negozio on line” per vendere articoli per bimbi sponsorizzati nei loro filmati, in media tre al giorno e tutti i giorni.
Nel Sharenting il guadagno è evidente: la grossa mole di visualizzazioni produce delle forti ricompense da parte delle piattaforme social; in più si aggiungono i contratti con le società di prodotti per bimbi, di abbigliamento, giochi, cosmetici, creme per la pelle. Infatti sui social esistono dei veri tutorial di “Make up”, “Come truccarsi” e “Come farsi belle” con protagoniste delle bimbe di dieci anni e anche meno.
Ho visto delle interviste fatte ai genitori per chiedere delle spiegazioni su questo tipo di “lavoro” e le risposte, che suonavano più come laconiche giustificazioni, sono principalmente: “Per i nostri figli è un gioco”. “È lui/lei a chiedermi di farlo”. “Tutto è spontaneo, noi ci limitiamo a registrare e a inserire il filmato in rete”. “Per i bambini è un divertimento”. “A lui/lei piace e noi non facciamo altro che assecondarlo/a” …
Inoltre ho letto che esiste una parte ancora più scura di questo fenomeno, che l’esperta di social media Serena Mazzini definisce il “Capitalismo della pietà”, ossia mostrare i bambini malati o sofferenti e quindi come il dolore si sia trasformato in un veicolo commerciale e di (auto)promozione. Sono diventati quindi virali le sventure, i pianti, le lamentele etc.
L’organizzazione internazionale “Save the Children” pone i seguenti rischi per i baby influencer:
– Violazione della privacy, che è un diritto non solo degli adulti, ma anche dei bambini come sancito anche dalla Convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.
– La mancata tutela dell’immagine del bambino/a. L’identità digitale ha effetti concreti e reali sul futuro dei propri figli, considerando la permanenza dei contenuti online e la possibilità di essere a disposizione di chiunque.
– Ripercussioni psicologiche sul benessere dei più piccoli. Soprattutto quando bambini e bambine cominceranno a navigare autonomamente e dovranno fare i conti con l’essere, o l’essere stati, continuamente esposti pubblicamente, oppure dal ritrovare un’identità digitale costituita anche da immagini molto intime su cui non hanno effettuato scelte o consensi.
– Rischio di diffondere contenuti utili ad alimentare materiali pedopornografici: foto o video innocenti ma intime possono essere condivisi, scaricati e collocati in altri ambienti online da chiunque e per altri scopi. Con le attuali tecnologie è facile manipolare immagini e filmati trasformandoli in materiale pedopornografico.
– Rischio di adescamento: i dati sensibili dei figli come lo sport praticato, la scuola frequentata, le abitudini costantemente narrate online offrono materiale utile nei processi di avvicinamento e adescamento online.
Mi chiedo inoltre come lo sharenting non sia inquadrato come sfruttamento economico del minore, infatti è palese che genitori e aziende concorrano a scavalcare i diritti e le esigenze dei bambini per un puro ritorno economico. Io da anni sono un convinto apartitico, ma mi chiedo come mai a oggi non esista alcuna legge in Italia che vieti o limiti questo triste fenomeno; esistono delle proposte legislative ma ancora da discutere… speriamo solo che si agisca in fretta.


