«La vita è un affare per quattro pusillanimi che governano». Il direttore risponde: «Homo, homini lupus»

Caro internauta, ho letto con attenzione il suo scritto. Mi sono preso forse quanche ora di tempo per riflettere sul suo sfogo e ora proverò a rispondere. Per prima cosa mi dissocio da alcune sue affermazioni seppure comprensibili. Posso scrivere che ha fatto una descrizione che sicuramente molti pensano ma che non hanno il coraggio di dire in pubblico se non nel segreto delle proprie case e nei soliti gruppetti di eletti amici. Personalmente sono stato e sono ancora convinto di un pensiero: «Assicurare la giustizia sociale» e in questo mi rifaccio forse al più grande Presidente della Repubblica italiana: Sandro Pertini. Gli altri non meritano alcuno spazio sulle colonne di un giornale, forse nemmeno negli annunci funebri. La sua lettera come la mia risposta troveranno spazio anche nella rubrica “SAPERE” perché penso che sia giusto che vengano lette entrambe e siano spunto di riflessione per molti, soprattutto per coloro che “comandano” o credono di comandare ancora plotoni. Forse ha ragione è giunto il tempo che anche Radionoff prenda le distanze da taluni personaggi e inizi a chiedere PERCHÉ accade tutto questo. Che in Basilicata regni il cosiddetto «familismo amorale» non è affatto una novità. Per una volta invece di usare un’affermazione userò una domanda: «Perché sono stati votati? E se non si votava loro a chi dovevano andare i nostri voti?».  La celebre frase, attribuita all’autore latino Plauto, esprime la malvagità umana nei confronti dei propri simili; fa intendere come l’essere umano, sopraffatto dal senso di competizione e di insicurezza, faccia emergere il lato animale che è in lui. Il filosofo che forse si è occupato più di tutti di questo concetto è Immanuel Kant, ne “La religione entro i limiti della semplice ragione” . Il problema del male è un problema etico, va a incastrarsi nelle dinamiche della morale analizzate nella “Critica della Ragion Pratica”  nella quale Kant considera l’uomo morale un uomo libero la cui libertà è sia ragion d’essere morale sia conseguenza del suo agire rettamente, l’uomo per fare del bene deve agire in conformità a una legge, universale e soggettiva, la legge, appunto, morale. Qui sorge il problema: l’adesione della volontà, facoltà etico-pratica, a questa legge non è necessaria in quanto risente del potere della libertà, potere che permette alla volontà di svincolarsi alla legge morale e agire in maniera scorretta «l’uomo è consapevole della legge morale, ed ha tuttavia adottato per massima di allontanarsi (occasionalmente) da questa legge». In questa dimensione ontologica di non necessità, di contingenza, risiede il male, che per Kant è da definirsi radicale in questi termini: «potremo allora chiamare questa tendenza una tendenza naturale al male, e, poiché bisogna pur sempre che essa sia colpevole per se stessa, potremo chiamarla un male radicale, innato nella natura umana,pur essendo, ciò non di meno, prodotto a noi da noi stessi». (La religione entro i limiti della semplice ragione). Alla domanda «L’uomo è cattivo?» Kant risponde così: «La frase: l’uomo è cattivo per natura significa solo che tale qualità viene riferita all’uomo, considerato nella sua specie: non nel senso che la cattiveria possa essere dedotta dal concetto della specie umana (dal concetto d’uomo in generale, poiché allora sarebbe necessaria); ma nel senso che, secondo quel che di lui si sa per esperienza, l’uomo non può essere giudicato diversamente, o, in altre parole, che si può presupporre la tendenza al male come soggettivamente necessaria in ogni uomo, anche nel migliore». Quindi male è un atto libero e contingente, imputabile all’uomo e allo stesso tempo una tendenza innata che precede l’uso della libertà, sembra paradossale… . La soluzione di Kant è contorta ma risolutiva e sta nel fatto che il movente universale dell’azione compiuta viene subordinato a un movente particolare finalizzato alla felicità, il nostro arbitrio accoglie il rovesciamento dei due moventi e diviene atto proprio dell’uomo. Atto che genera una tendenza corruttiva dell’agire morale e che precede ogni azione malvagia che ne derivi ed è per questo definibile naturale e innata. Kant si ferma alla definizione di un processo che risulti coerente con la struttura del Soggetto e alza le mani di fronte al perché tale tendenza non possa essere soppressa e superata, in quanto la sua radice non può essere eliminata da «forze umane».Nasciamo buoni o cattivi? Lo stesso interrogativo che circa 400 anni fa, tra il XVI e XVII secolo, si posero due colossi della filosofia occidentale, Thomas Hobbes e John Locke, seppur i due giunsero a conclusioni speculari. In breve, per il primo l’uomo nasce egoista, per il secondo, libero, eguale e in pace. Se pensiamo a Thomas Hobbes (Leviatano) le prime cosa che ci saltano in mente saranno con certezza l’aforisma, Homo Homini Lupus, seppur non da lui coniato ma ripreso da precedenti latini. L’uomo nasce egoista. Per arrivare alla conclusione di un uomo che nasce egoista, Hobbes parte da uno dei pochi punti di contatto con il filosofo successivo: la critica all’innatismo. Nessun principio è presente nella mente umana, se prima non si è passati attraverso le facoltà naturali. In altre parole, la ragione non ci appartiene fin dalla nascita, la conoscenza si acquisisce tramite l’interazione tra soggetto e oggetto, tramite un movimento quindi. Anche le passioni sono dettate da movimenti: veniamo attratti da ciò che ci piace e respingiamo ciò verso cui nutriamo avversione. Ecco perché l’uomo è un lupo per l’uomo, nel senso che, disconoscendo la proprietà privata e gli averi altrui, tende a utilizzare la forza per prevalere e accaparrarsi ciò che vuole. Ma ogni cosa non può essere di tutti, anche quando tutti cercano di ottenerla. Ne consegue un senso di paura, insicurezza e lotta continua. La ragione allora interviene di fronte alla paura della morte e della conservazione del principio vitale. Ma c’è bisogno anche di un essere supremo. John Locke nasce qualche tempo dopo, in un periodo turbolento della storia inglese. La guerra civile, la restaurazione della monarchia degli Stuart e la monarchia costituzionale di Guglielmo D’Orange costituiranno i venti che faranno muovere le vele della filosofia lockiana. Senza questi probabilmente Locke non sarebbe stato definito il padre del liberalismo. Infatti con tale concetto, esposto già nel primo trattato sul governo,il filosofo aveva lasciato intendere lo stato di natura dell’uomo. Ma solo nel suo secondo trattato emerge con forza la teoria di un uomo che obbedisce alla sola legge di natura, che impone allo stesso di non arrecare danni al prossimo nella sua persona, nella sua libertà e nei suoi averi. L’uomo è come sbocciato in una sorta di Eden in cui vigono i soli principi di pace, uguaglianza e libertà. Allora perché l’uomo moderno non è un fiore di questo idillio? La creazione di una società civilizzata viene giustificata dalla necessità di un essere che giudichi imparzialmente e che faccia applicare le leggi. Vale a dire di un sovrano che stipuli un contratto di tutela con la comunità, sottoposto lui stesso alla legge, impotente nella violazione dei diritti civili, attento alla degenerazione in tiranno. Il concetto di liberalismo e stato di natura hanno certamente rivoluzionato la politica e l’antropologia del tempo. Tuttavia, non esistendo una filosofia giusta e una sbagliata ma solo teorie possibili che si adattano ai tempi, ognuno con le proprie facoltà di giudizio concluderà se l’uomo nasce buono o cattivo, libero o soggetto al controllo altrui. Fatto sta che serve un nuovo umanesimo, ma la vedo davvero durissima. Se l’uomo non cambia soccomberà grazie ai suoi stessi mali. Chiudo travisando una frase dantesca: Caino attenderà questi personaggi infimi.

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