Gli accordi di Israele sono merito di Trump?

Sono una vittoria di Trump, che aveva investito molto sulla diplomazia con Israele e i paesi arabi del Golfo, ma “merito” forse no.

Martedì alla Casa Bianca, a Washington, sono stati firmati i cosiddetti “Accordi di Abramo” (“Abraham Accords”), gli accordi con cui Israele ha normalizzato i rapporti con due paesi arabi del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Alla cerimonia c’era anche il presidente Donald Trump, che nelle ultime settimane non ha nascosto la sua soddisfazione per avere favorito l’intesa, che ha definito «l’alba di un nuovo Medio Oriente». Poco prima il suo segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva descritto gli accordi come «un passo enorme e storico verso un Medio Oriente stabile e pacifico», mentre Jared Kushner, genero di Trump e suo alto consigliere, aveva parlato di «un futuro molto luminoso» per i popoli della regione. L’importanza del ruolo di Trump e della sua amministrazione nel raggiungimento dell’accordo è da giorni al centro di un grande dibattito: c’è chi sostiene che Israele e i paesi arabi del Golfo abbiano fatto tutto da soli, e c’è chi crede che senza Trump non si sarebbe combinato nulla. È una questione importante, soprattutto perché negli Stati Uniti a novembre si vota, e Trump sta cercando di mostrarsi come un presidente in grado di ottenere risultati importanti in politica estera, nonostante le delusioni degli ultimi quattro anni. Non è facile dare una risposta certa: i negoziati che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati e Bahrein sono avvenuti in segreto. Si sapeva che il governo israeliano aveva da tempo avviato rapporti informali con i paesi arabi del Golfo – mai formalizzati a causa del rifiuto israeliano di permettere la creazione di uno stato palestinese – ma non ci si immaginava che l’annuncio della normalizzazione sarebbe arrivato nel corso dell’estate. Il governo statunitense ha detto che i colloqui tra le parti sono stati accompagnati dalla mediazione di Jared Kushner, che per l’amministrazione Trump si occupa di Medio Oriente, ma si conoscono ancora pochi dettagli su come si siano sviluppati nel tempo, così come si sa poco sul ruolo di Kushner e dei suoi collaboratori nelle trattative.

Partendo da questa premessa, si possono dire comunque alcune cose

La prima è che gli accordi sono senza dubbio una vittoria per Trump. Come ha scritto anche Aaron David Miller, ex negoziatore di pace in Medio Oriente, il governo Trump aveva puntato fin dal 2017 a rafforzare i rapporti degli Stati Uniti con i paesi arabi del Golfo, nonostante i loro regimi autoritari e i crimini commessi contro i dissidenti, come l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, secondo molte inchieste giornalistiche ucciso per ordine del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, grande alleato di Trump. Allo stesso modo, Trump aveva sempre appoggiato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tra le altre cose con i suoi piani di annessione di parte della cisgiordania. Entrambe le posizioni erano state in parte motivate dalla volontà del presidente di isolare e confrontarsi più duramente con l’Iran, paese che gli Stati Uniti di Trump avevano individuato come il loro principale nemico in Medio Oriente, e verso cui avevano avviato la politica della cosiddetta “massima pressione” (cioè isolare l’Iran a tal punto da costringere i suoi leader a negoziare un nuovo accordo sul nucleare, più favorevole agli Stati Uniti, che sostituisse quello negoziato da Obama da cui Trump si era ritirato). Da questo punto di vista, i colloqui che hanno portato agli Accordi di Abramo potrebbero essere stati aiutati dalle politiche di Trump degli ultimi anni. Polarizzando lo scontro con l’Iran – e allo stesso tempo recuperando i rapporti con Netanyahu e i paesi arabi del Golfo, deteriorati durante gli ultimi anni della presidenza Obama – Trump potrebbe avere avvicinato le parti coinvolte nell’intesa, rendendo più accettabile per tutti rendere pubblici contatti che già esistevano. Per valutare la dimensione della vittoria di Trump, e dei suoi meriti nel raggiungimento degli accordi, ci sono però da considerare altre due cose: capire quanto effettivamente sia importante e storica la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i due paesi arabi del Golfo, e quanto l’intervento del governo Trump nei colloqui sia stato il frutto di una vera abilità diplomatica, o il risultato di altri eventi. Per quanto riguarda il primo punto, per ottenere una grande e importante vittoria diplomatica, così come suggerisce da settimane Trump, è necessario che la soluzione trovata sia davvero una soluzione a una disputa rilevante: e non tutti sono d’accordo che questo sia il caso. L’intesa, che molti analisti definiscono più correttamente “normalizzazione di rapporti diplomatici”, non è un “accordo di pace”, come ha sostenuto Trump: Emirati Arabi Uniti e Bahrein non hanno mai combattuto una guerra con Israele, e da parecchi anni entrambi erano molto vicini al governo israeliano in funzione anti-Iran. Gli Accordi di Abramo non sono paragonabili per importanza agli accordi di pace – questa volta sì, di pace, e storici – che Israele firmò con Egitto e Giordania rispettivamente nel 1978 e 1994. E soprattutto non risolvono la principale disputa che aveva impedito finora la normalizzazione dei rapporti, cioè il conflitto israelo-palestinese. Il testo degli accordi, diffuso solo dopo la firma della cerimonia di martedì alla Casa Bianca, non cita nemmeno il punto che era stato finora il più discusso e che si pensava potesse finire dentro l’intesa: cioè la promessa israeliana di rinunciare all’annessione della Cisgiordania (tema su cui peraltro già a metà agosto c’erano tre versioni diverse, una americana, una israeliana e una emiratina). Miller, ex negoziatore di pace in Medio Oriente, ha scritto che valutare il significato dell’accordo sarebbe più facile se il governo Trump «non l’avesse pubblicizzato come il risultato diplomatico più significativo del secolo. Con la campagna di Trump per la rielezione a novembre, e in mezzo a un flusso di brutte notizie e sondaggi ancora peggiori, è chiaro perché l’amministrazione abbia ritenuto che valesse la pena gonfiare il significato dell’accordo». Le cose potrebbero cambiare nel caso in cui alla normalizzazione dei rapporti con Israele si aggiungesse anche l’Arabia Saudita, il più importante e influente paese arabo del Golfo Persico: per il momento però questo scenario sembra lontano. Per quanto riguarda il secondo punto, cioè quanto l’intervento del governo Trump nei colloqui sia stato il frutto di una vera abilità diplomatica o il risultato di altri eventi, una interpretazione data negli ultimi giorni sembra ridimensionare il ruolo del presidente come fattore determinante nel raggiungimento degli accordi. I giornalisti Michael Crowley and David Halbfinger hanno sostenuto sul New York Times che la presenza di Trump alla cerimonia di firma degli accordi sia stata una specie di favore che Netanyahu e i governi di Emirati e Bahrein hanno restituito al presidente americano, come una specie di ringraziamento per una serie di decisioni precedenti. Netanyahu era in debito da tempo con Trump, che lo aveva sostenuto durante le ultime profonde crisi, sia a causa della precarietà dei suoi governi sia per il processo di corruzione in corso contro di lui in Israele. Negli ultimi anni, tra le altre cose, Trump aveva riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, area al confine con la Siria e contesa con il regime siriano, e aveva presentato un piano di pace per il conflitto israelo-palestinese pesantemente sbilanciato a favore di Israele. Anche i paesi arabi del Golfo, ha scritto il New York Times, erano in debito con Trump, soprattutto per la decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare negoziato da Obama, verso cui erano sempre stati contrari visto che avrebbe portato alla riduzione delle sanzioni sul petrolio iraniano. Trump aveva inoltre mostrato di appoggiare quasi incondizionatamente le politiche aggressive di Emirati e Arabia Saudita, che molto probabilmente in altri momenti sarebbero state criticate dal governo americano (per esempio sull’omicidio di Khashoggi e sull’embargo contro il Qatar ). Oltre a debiti precedenti, Israele e paesi arabi del Golfo potrebbero avere accettato di esagerare il ruolo di Trump negli accordi per assicurargli una vittoria diplomatica, e provare a favorire la sua rielezione a novembre. Non è infatti un mistero che questi governi temano che un ritorno al potere dei Democratici possa portare a un nuovo avvicinamento degli Stati Uniti all’Iran, come era successo durante la presidenza Obama. Joe Biden, candidato Democratico, ha appoggiato pubblicamente gli Accordi di Abramo ma non ha mai nascosto la sua opposizione verso la politica di Trump in Medio Oriente, soprattutto le sue rigide chiusure nei confronti dell’Iran. Al di là di tutte le considerazioni, è difficile dire se il tentativo di Trump di presentarsi come abile mediatore riuscirà a spostare voti in vista delle elezioni di novembre. L’impressione è più no che sì, soprattutto considerati gli enormi problemi interni che stanno vivendo gli Stati Uniti in questo momento, e che hanno messo in grande difficoltà il governo, tra cui l’epidemia da coronavirus e le proteste del movimento “Black Lives Matter”.

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