La notizia è semplice e grave: un’unità civile diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata intercettata e sequestrata da Israele. L’episodio risale al 26 luglio 2025, quando la nave Handala della Freedom Flotilla è stata abbordata in mare aperto e rimorchiata verso Ashdod; gli attivisti a bordo sono stati fermati e successivamente deportati. Le autorità israeliane hanno rivendicato l’operazione; l’organizzazione parla di violazione del diritto del mare e di sequestro di aiuti non militari destinati a una popolazione allo stremo.
Non è un caso isolato. Poche settimane prima, il 9 giugno, era stata fermata la Madleen, uno yacht battente bandiera britannica partito con scorte di base (alimenti per l’infanzia, riso, farina, kit medici). Anche in quel caso l’unità è stata intercettata in navigazione e i passeggeri sono stati trattenuti.
In questo quadro è nata la Global Sumud Flotilla: una rete di piccole imbarcazioni civili, nonviolente, partita nei giorni scorsi dal Mediterraneo occidentale con l’obiettivo di forzare l’apertura di corridoi umanitari marittimi verso Gaza. Gli organizzatori si presentano come coalizione internazionale indipendente da governi e partiti, con medici, legali, artisti e marinai di oltre 40 Paesi.
Il 31 agosto da Barcellona è salpato il più ampio tentativo finora: decine di barche con aiuti, attivisti e alcune figure pubbliche, con previsioni di congiungersi ad altri convogli in rotta dal Nord Africa e dall’Italia. Israele, che dal 2007 mantiene un blocco navale su Gaza dichiarando ragioni di sicurezza, in passato ha già bloccato iniziative analoghe. Intanto le stime sui morti a Gaza e gli allarmi su denutrizione e carestia impongono un’urgenza che non consente più titubanze.
Qui non c’entra l’antisemitismo: confondere la critica a scelte di governo e di esercito con l’odio verso un popolo o una religione è un errore grave e pericoloso. Il punto è un altro: difendere civili e persone fragili e garantire che aiuti neutrali arrivino senza essere sequestrati. Chi si imbarca come volontario merita protezione, assistenza legale, copertura consolare e sostegno economico per mezzi, carburante, dispositivi di sicurezza e comunicazioni. In parallelo è necessario che istituzioni nazionali ed europee fissino linee rosse chiare: libertà di passaggio per i convogli umanitari, monitoraggio terzo del carico, procedure rapide di ispezione e scorta internazionale quando serve.
La richiesta è semplice e immediata: non sottrarsi all’aiuto dei volontari. Questo significa donare alle reti certificate che armano le missioni civili, offrire supporto legale e mediatico agli equipaggi fermati, sollecitare parlamenti e governi a pretendere corridoi marittimi effettivi. Non è una battaglia contro qualcuno, ma a favore di chi non ha più margini di sopravvivenza. Le cronache delle ultime settimane ci dicono che i sequestri di navi con aiuti sono realtà: proprio per questo servono prese di posizione ferme da parte di istituzioni, società civile, ordini professionali e mondo culturale. L’alternativa è normalizzare l’idea che cibo, medicine e latte in polvere possano essere fermati in mare. E questo, semplicemente, non è tollerabile.


