Il disastro ferroviario di Grassano, nella provincia di Matera, verificatosi nelle prime ore del 20 ottobre 1888, è un evento poco ricordato ma rappresenta una delle tragedie più gravi nella storia delle ferrovie italiane. Come sottolineò l’onorevole Lacava in un suo intervento alla Camera, si tratta addirittura “del più terribile incidente mai avvenuto in Italia dall’inizio dell’era ferroviaria”.
Questa vicenda, nella sua drammaticità, si configura come una storia triste e tragica, caratterizzata da un insieme di sfortunate circostanze.
Che quel viaggio non fosse segnato dalla buona sorte era evidente a tutti i circa 400 passeggeri delle 12 carrozze. È sufficiente considerare che il treno postale 245, partito da Napoli alle 17.30 del 19 ottobre e diretto a Brindisi, aveva già accumulato un ritardo di ben due ore alla stazione di Grassano, e ne avrebbe accumulato ancora prima di giungere a Brindisi, il capolinea. Arrivando a quell’ora, le 5.18, nella piccola stazione del paesino lucano, quasi tutti dormivano; altrimenti, è lecito pensare che avrebbero sicuramente protestato per esprimere il loro disappunto.
Negli ultimi vagoni, 40 carabinieri tornavano da Napoli, dove avevano partecipato a una manifestazione in occasione della visita dell’Imperatore di Germania. Probabilmente, anche i cantanti d’opera, provenienti da Milano e diretti a Corfù per la consueta stagione teatrale, stavano dormendo. In effetti, sembrava che tutti fossero in un sonno profondo, tranne ovviamente il macchinista, che ripartì immediatamente, cercando di recuperare il notevole ritardo accumulato. Superò l’ultima curva, piuttosto stretta, e, viaggiando a una velocità che si diceva fosse di 60 km/h, affrontò il lungo rettilineo di almeno 300 metri. Tutto sembrava andare per il meglio, ma, nonostante l’alba non avesse ancora illuminato il percorso e la pioggia limitasse la visibilità, il macchinista notò una frana in corso. Una frana enorme, che aveva praticamente fatto crollare l’intera fiancata della montagna, riempiendo rapidamente un fossato profondo 13 metri e invadendo i binari per almeno cinquanta metri. Il materiale aveva un fronte che andava dai 20 centimetri, in direzione di Potenza, ai 2 metri di altezza, nel versante Metaponto. Era impossibile sperare di superarlo.
L’intervento tempestivo del macchinista, che attivò il “controvapore” e lanciò l’allerta, non fu però di grande aiuto. Il treno non riuscì ad evitare l’impatto: “la locomotiva si elevò sulle materie franate, rimase inclinata verso il fiume e cioè dalla parte della frana, che investì il tender e parte del bagagliaio. Dal contraccolpo e dall’investimento ricevuti le prime vetture si compenetrarono accavalcandosi l’una all’altra, 8 vetture si frantumarono.”
La maggior parte dei passeggeri stava dormendo e venne sbattuta con forza contro le pareti delle carrozze; molti persero la vita, mentre altri rimasero gravemente feriti. I passeggeri delle ultime vetture, terrorizzati, si gettarono urlando nella campagna in cerca di rifugio e aiuto. A rendere la situazione ancora più drammatica, la notte era buia e la pioggia cadeva fitta e violenta. I carabinieri sopravvissuti cercarono di organizzare i primi soccorsi, ma la situazione era estremamente critica e la visibilità rimaneva molto ridotta. La pioggia scendeva fitta. Quando, con le prime luci dell’alba, arrivarono a prestare soccorso anche i contadini delle poche abitazioni circostanti, si trovarono di fronte a uno scenario agghiacciante: morti, feriti gravi e richieste di aiuto da parte di passeggeri bloccati nelle carrozze.
Le conseguenze furono devastanti: 21 furono i morti, tra i quali cinque cantanti, in viaggio da Milano a Corfù per la stagione teatrale, e oltre 50 feriti gravi. Il disastro suscitò grande scalpore e sollevò interrogativi sulla sicurezza ferroviaria, evidenziando l’urgenza di migliorare le infrastrutture dell’epoca e di dotare i treni di un idoneo sistema frenante.


