Foscolo nei Sepolcri riassume bellezza, affetti, patria e immortalità umana

I decreti napoleonici di Saint-Cloud del  1804 vietavano  la  sepoltura dei morti in città. Partendo da questa occasione contingente l’opera si sviluppa per esprimere tutto il pensiero del Foscolo. I morti rivivono nel ricordo e  negli  affetti dei vivi. Essi lasciano una memoria e un esempio di virtù civili che nemmeno il tempo può offuscare,  perché sarà la poesia a renderne eterno il ricordo. Il poeta ha superato il pessimismo dell’Ortis e lo sconforto che ne era seguito. Il suo pensiero è giunto alla piena ma­turità. Riesce a creare dei valori positivi che possano dare alla vita umana un conforto anche se illusorio. L’opera fu accolta, al suo apparire, con entusiasmo dai giovani che trovavano in quei versi linfa vitale per un loro mondo ideale; molte riserve furono invece avanzate dai letterati. Il Giordani definì il Carme «un fumoso enigma». E il Bettinelli scriveva al Fo­scolo: «Avete troppo ingegno per me, onde mi riesce oscuro  lo  stile di questo Carme … Altri più acuti l’intenderanno, ma niuno quanto voi leva­to a sì alta sfera di gran pensieri e di frasi tutte vostre e poco, credetemi, chiara per noi mediocri».

Ma i Sepolcri dovevano essere rivalutati e già nella metà dell’Ottocento venivano esaltati «come il culmine dell’attività poetica del Foscolo» e indiscussamente veniva riconosciuta la loro importanza e il loro valore per il Risorgimento.

La  critica illuministica aveva negato al Foscolo la fede nell’aldilà. Il suo sentimento però gli suggeriva l’illusione dell’immortalità, l’illusione di potere ancora vivere nel ricordo delle generazioni future. Così la morte e il nulla eterno sono vinti , sono superati da questa illusione, da questo i­deale, creazione del sentimento, che non regge all’analisi della ragione.

Ma il Carme si conclude con un inno alla poesia, vista come «monumento eterno alla grandezza degli uomini». Sarà la poesia che farà rivivere in eterno i sentimenti umani, tramandando ai posteri quel mondo di valori e di ideali che abbiamo saputo creare.

C’è tutta la concezione romantica per la quale l’uomo rimane nella storia se ha agito e pensato egregiamente e non in modo negativo. L’indi­viduo morirà e tutto si risolverà nel nulla, ma egli potrà continuare a vivere finché esisterà un’ombra di civiltà. È la concezione individualistica della storia che il Foscolo prese dall’Alfieri e che si oppone a quella de­mocratica del Manzoni. Per il Foscolo la storia come progresso morale, civile, sociale, artistico è opera di pochi eletti, per il Manzoni essa è frutto del sacrificio e del sofferto lavoro di tutto un popolo. La morte dunque vista come suprema libertà nell’Ortis diventa sprone a bene operare. Ro manticamente è coscienza dei propri limiti, non è più  terrore dell’aldilà, ma forza che spinge l’uomo sulla via del bene. Non si può non concorda­re con il De Sanctis e con tutta la lunga schiera di critici che hanno rico­nosciuto nel Carme il momento culminante dell’evoluzione spirituale del Foscolo. Nello stesso tempo con essi bisogna sottolineare che l’opera ha una capacità unica di esprimere completamente  tutta l’anima foscoliana e di riassumere tutti i motivi ispiratori della lirica che da quell’anima sca­turì: la bellezza, gli affetti familiari, la patria, la morte, l’immortalità u­mana.

Gli affetti familiari, uno dei più saldi motivi della poesia foscoliana, dimostrano l’alto senso morale del Foscolo. Le nostre passioni anche se meschine sono purificate dall’affetto dei cari, che ci permetterà di sopravvivere dopo la nostra morte, perché esso non potrà essere distrutto da nessuna forza.

L’arte per il Foscolo è la nuova fede che viene a sostituire la fede tradizionale. L’arte, e soprattutto la poesia, «il più sicuro dei conforti umani», è secondo la concezione neoclassica la forza che riesce a creare un mondo libero e fantastico quale lo agogna l ‘animo umano . La prima parte del Carme è ispirata agli affetti umani, poi la visione si allarga. È la fede nei valori universali, l’anelito all’idealità, propri del romanticismo. Ma il contrasto tra realtà e illusione, tra ragione e sentimento non è vinto completamente. Invano si cerca il raggio illuminante di una fede religiosa. Ma c’è una voce nuova che si leva dal Carme. L’arte supera il dissi­dio tra il concreto e l’ideale, anche senza l’intervento della fede tradizionale. Resta la consapevolezza del nulla, ma la vita da inutile peso diventa degna di essere vissuta anche se si intravede la mestizia di chi sa che non potrà  trionfare per sempre la luce.

«La grande poesia foscoliana nasce proprio da questo incontro della morte con la vita. In ogni episodio è presente la fatale notte in cui si immergono le stagioni e gli imperi; ma in ogni pagina risplende la bellezza inesauribile dal creato  e la forza invincibile delle illusioni» come magistralmente ha sintetizzato il Gianni. Il Ramat ha definito i Sepolcri «la

Divina Commedia del Romanticismo perché vi si canta il dramma dell’anima che dall’inferno del materialismo meccanicistico, attraverso il pur­gatorio della nobile illusione, giunge al paradiso della certezza storica; certezza che lo spirito vince la materia, la vita trionfa della morte, anzi la morte si trasfigura in vita».

Alla lettura dei Sepolcri «ti par di essere in un tempio e che la tua anima si apra ai sentimenti più elevati». Sono parole del De Sanctis tratte da alcune delle più belle e commoventi pagine che il critico ha scritto, quelle appunto dedicate al Foscolo: «La lirica era vuota forma, semplice sonorità, altrimenti era falsa e ipocrita, in quanto espressione di sentimenti non nati dall’animo. Un mondo poetico superficiale con­venzionale e retorico. L’Italia non aveva ancora visto niente di simile».

I concetti di patria, virtù, libertà, gloria nascono dalla coscienza, non sono più nel Foscolo mere idee, sono la prova della rinascita della coscienza italiana. Il poeta però non rinnega il suo temperamento, la sua formazione spirituale. Il Foscolo si chiede «è forse men duro il sonno della morte all’ombra dei cipressi e dentro le urne confortate di pianto?». Anche il culto dei defunti è un’illusione, ma il poeta accetta questa illusione. Ha raggiunto il momento conclusivo della sua evoluzione spirituale, ha superato l’amarezza del disinganno che fa rifiutare a Jacopo ogni consolazione e lo spinge alla morte. Il Foscolo non può credere nell’immortalità dell’anima,  anela a credere nell’immortalità umana. In questo modo di ombre e di illusioni, base generale della natura umana, sorge la fraternità dei secoli e delle nazioni. Da questo mondo «esce rifatto il mondo interiore della coscienza, esce l’uomo restituito nella sua fede, nei suoi affetti e nei suoi sentimenti: perché solo chi ha coscienza d’uomo può trovare ne’ sepolcri quelle ombre e quelle illusioni».

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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