Innanzi al poeta non vi sono idee, ma corpi; non vi è il suicidio, ma il suicida. E che cosa è l’inferno di Dante? È la riproduzione del peccato; la natura non tutta intera qual è, ma la natura colpevole nel· l’atto della colpa. E l’inferno del suicidio è il suicida colto nel punto ch’egli inferocisce in sé, che separa violentemente quello che la natura ha congiunto. Questa separazione contro la natura, che in vita è opera di un solo istante di cieca passione, Dante te la rende eterna; questa ferita che il suicida si fa, Dante te la rende eterna. L’anima, separatasi violentemente dal corpo, non lo riavrà più mai:
Ché non è giusto aver ciò ch’uom si toglie
e riman chiusa in corpo estraneo di natura inferiore, in una pianta, e la pianta sentirà ad ogni ora la trafittura che il suicida si fece in vita:
L’Arpie, pascendo poi delle sue foglie,
Fanno dolore. ed al doler finestra.
La separazione è eterna, la ferita è eterna; l’inferno de’ suicidi è il suicidio ripetuto eternamente in ogni istante.
Questo è non il concetto, ma la concezione, Il concetto corporale visibile ed accessibile a’ sensi, proprio della poesia e proprio di Dante. (…) La selva de’ suicidi è per noi fantastica, perché si discosta dalle forme terrene: e più date rilievo a questo contrasto, e più cresce la meraviglia. Qui sta tutta l’arte della rappresenta zione.
Per far ciò Dante non ha bisogno di osservazioni, o di esclamazioni, o di apostrofi, non di gittar grandi frasi, i capelli che si drizzano per lo spavento, il sangue che si agghiaccia nelle vene, ecc.; nella stessa situazione egli trova la sua ispirazione. Poiché, chi è lo spettatore? È un uomo, è Dante stesso, e le sue impressioni sono un contrasto vivente tra quello che ricorda in terra e quello che vede nell’inferno. Come pone il piè nella Sel va, lo spettacolo innaturale che gli si para davanti gli ricorda la natura e scoppia il contrasto:
Non frondi verdi, ma di color fosco,
Non rami schietti, ma nodosi e involti,
Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.
Fatti pochi passi, gemiti umani gli giungono all’orecchio, senza veder persone; il contrasto scoppia di nuovo, e non in frasi ed antitesi. Il contrasto diviene drammatico, e tu lo trovi in ogni pensiero, in ogni azione di Dante. Quando si odono gemiti, per un istinto naturale l’uomo si guarda d’attorno, non potendo concepire gemiti senza persone che gemono; Dante ode e guarda: nessuno! Il sentimento del l’innaturale lo percote, e si arresta smarrito;
lo sentia da ogni parte tragger guai,
E non vedea persona che il facesse:
Perch’io tutto smarrito m’arrestai.
Questa è la prima impressione. Nella seconda impressione l’uomo si sforza di spiegare il fatto e suppone che le persone gementi sieno nascoste:
lo credo ch’el credette ch’io credesse,
Che tante voci uscisser tra que’ bronchi
Da gente che per noi si nascondesse.
Dante non accetta l’innaturale, la sua natura d’uomo vi resiste, e di tanto più gagliarda sarà l’impressione sulla incredula sua fantasia, quando ad istanza di Virgilio coglie un ramoscello da un gran pruno:
E il tronco suo gridò: Perché mi schiante?
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
Ricominciò a gridar: Perché mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietate alcuno?
Qui il fantastico prorompe da tutte le parti: non solo gemiti, ma sangue e voce esce insieme dal tronco; Dante è sopraffatto, ed il meraviglioso giunge sino al suo estremo. (…) Lo spettacolo incredibile ch’egli ha innanzi tiene a sé avvinti i suoi sguardi, e gli ruba le parole; lo spirito parla; e Dante guarda:
Come d’un stizzo verde, che arso sia
Dall’un de’ capi, che dall’altro geme,
E cigola per vento che va via;
Cosl di quella scheggia usciva insieme
Parole e sangue: ond’io lasciai la cima
Cadere, e stetti come l’uom che teme.
Ciò che colpisce Dante non è il significato delle parole, ma che una pianta parli e sanguini; la qual vista fa sopra lui un effetto tanto potente, che tira a sé lo sguardo, e gli chiude l’adito ad ogni altra impressione: tutta la sua anima è raccolta nell’occhio. Esempio perfettissimo di rappresentazione diretta; poiché il poeta senza cavar nulla dal di fuori, senza osservazioni, solo narrando, con sole gradazionl tratte dal fondo stesso della situazione, porta il maraviglioso a poco a poco e seco l’Impressione che vi corrisponde, insino alla sua ultima punta. (…) Quando il fantastico è esausto, e l’occhio si ausa alla scena, nuovi sentimenti succedono, ed Il patetico vi si può dispiega re. E già un primo saggio ne avete nelle parole dello spirito. (…) La pietà scaturisce da un fonte ben più profondo. È una pietà tutta umana: l’homo sum, la natura umana miserabilmente capovolta e declinata a pianta, l’uomo che in luogo a dire: – Perché mi ferisci? perché mi trafiggi? – è ridotto a dire: – Perché mi schiante? perché ml scerpi? È una pietà che ha la sua radice nel fondo stesso della situazione, quale si sia l’uomo che parli. E la pietà si leva fino allo strazio, quando il concetto esce fuori in un vivace contrasto; è (…) il “fummo” e il “siamo fatti”:
Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi:
Ben dovrebb’esser la tua man più pia,
Se state fossim’anime di serpi.
Èun ignoto che parla ad ignoto; ma è un uomo che parla ad uomo. Tra questi due esseri passionati, tra lo spirito sdegnoso e gemente e Dante attonito, sorge la figura pacata di Virgilio. Nella sua parola calma tu vedi l’uomo superiore, a cui è chiaro ciò che a Dante è incomprensibile, e che sa intendere e compatire al dolore dell’altro:
S’egli avesse potuto creder prima,
Rispose Il Savio mio, anima lesa,
Ciò ch’ha veduto pur con la mia rima,
Non averebbe in te la man distesa;
Ma la cosa incredibile mi fece
Indurlo ad ovra, che a me stesso pesa.
E qui lo spirito racconta la sua storia. E dov’è più l’inferno? Dov’è il tronco? Noi siamo in Napoli, nella corte di Re Federico, innanzi ad un Cancelliere. Se guardiamo al fatto, abbiamo in pochi versi tutto un dramma nelle sue parti essenziali. Pier delle Vigne al sommo della potenza e della grandezza, la guerra che gli move contro l’invidia, collisione che genera la catastrofe. Pier delle Vigne non fa che narrare; ma se guardiamo allo stile, vi troviamo un carattere ricchissimo, una compiuta persona poetica. Voi lo vedete tutto vano dei suo uffizio, del suo ” glorioso ufizio “, compiaciuto di volgere a suo senno le chiavi del cuore di Federico, geloso della confidenza che In lui pone il suo signore ed intento a rimuoverne ogni altro; un uomo debole, che vede nella sua sventura gli onori tornati in lutto, la gioia volta in mestizia, e che si uccide per “disdegnoso gusto”, per non saper sostenere il nuovo suo stato: un’anima schietta che parlando fa senza saperlo il suo .proprio ritratto, e si rivela qual è in tutto il suo abbandono. Quanta ricchezza di determinazioni! Un dramma intero non potrebbe mostrarcelo più compiutamente: qui è quello che dicasi visione poetica, quel saper cogliere il personaggio nell’atto della vita. Il fondo di questo carattere non è la grandezza e la forza, ma una squisita gentilezza (…) che qui scorgiamo fin dalle prime parole:
…Sì col dolce dir m’adeschi,
Ch’io non posso tacere; e voi non gravi
Perch’io un poco a ragionar m’Inveschi.
Non solo egli si esprime con delicatezza, ma con grazia ed eleganza, da uomo col to, ingegnoso e finamente educato; con antitesi, con metafore, con concetti, con frasi a due a due: “morte comune e delle corti vizio” – “gl’infiammati infiam mar sì Augusto” – “i lieti onor tornaro in tristi lutti” – “per disdegnoso gusto credendo… fuggir disdegno” – “ingiusto fece me contra me giusto”. E perché questo? Perché Pier delle Vigne non è commosso ancora da quello che dice; e se parla della sua abilità segretariesca, egli può bene uscir su con quel suo serrare e disserrare di chiavi; e se parla dei suoi avversari, può bene usare una personificazione rettorica, la “meretrice” che infiamma, sicché gl’infiammati infiammino Augusto. Il suicidio stesso non lo commove; quell’istante supremo non vale a risvegliare in lui una ricordanza o un’immagine: è un concetto che gli esce dal labbro. Si sente in lui non l’uomo, ma il cortigiano e il trovatore. Ma vi è una cosa, una sola cosa seria che gli pesa, l’infamia che si tenta gittare sulla sua memoria, l’accusa che gli è lanciata di traditore. Qui è il patetico del racconto: qui la sua immaginazione si scalda, di sotto alla veste del cortigiano spunta l’uomo, e il suo linguaggio diviene sem plice ed eloquente:
Per le nuove radici d’esto legno
Vi giuro che giammai non ruppi fede
Al mio Signor, che fu di onor sl degno.
E se di voi alcun nel mondo rlede,
Conforti la memoria mia che giace
Ancor del colpo che ‘nvldia le diede.
A questa pianta una sola cosa avanza viva e presente di uomo, la sua memoria in terra, e strazia il cuore a vedere un tronco che, in nome delle sue radici ancor nuove, raccomanda quella parte di sé che gli rimane ancora uomo, la sua memoria. Essa è qualche cosa di vivente che non è lui, o che piuttosto è l’antico lui: egli è un tronco.
Noi siamo all’ultimo atto, alla scena delle spiegazioni. La spiegazione distrugge il fantastico: il misterioso vien meno. Quando la realtà è ancor nuova e poco nota, l’anima vive d’immaginazione, e popola la terra di fate, di giganti e di streghe: il reale uccide questo fantastico. Quando l’uomo non sa spiegare i fenomeni naturali, egli immagina esseri fantastici che sieno causa di quelll, la scienza uccide questo fantastico: Apollo col suo cocchio svanisce innanzi al telescopio di Galileo. Qui il fantastico è spiegato e diviene lntelligiblle, cioè a dire cessa di essere un fantastico, un meraviglioso, e diviene la realtà, l’eterna realtà dell’inferno. Ma se li fantastico muore, rimane il patetico, anzi si accresce. Poiché la spiegazione qui non ha niente di didattico: il concetto scientifico è gittato per incidente in un verso:
Ché non è giusto aver ciò ch’uom si toglie.
Il qual concetto diviene poesia, perché Dante ne ha fatto un individuo, l’anima del suicida che racconta la propria storia dal punto che si è separata dal corpo fino al giudizio universale. Non vi è pensiero, ma azione, narrata con una vigoria ed efficacia di stile insolita. Le parole sono molto comprensive e risvegliano parecchie idee accessorie. Nel “disvelta”, si sente non solo la separazione, ma la violenza o lo sforzo contro natura; nel “ba lestra” non solo il cadere, ma l’impeto e la rapidità della caduta e l’ampio spazio percorso; nella parola “finestra”, si sentono I sospiri ed i lamenti e il pianto che esce fuori per quel varco. E perché tanto affetto e vivacità nella spiegazione di un fatto? Perché è un suicida che spiega la pena del suicidio, e narrando la storia dell’anima suicida ricorda insieme la sua propria storia. Nell’immaginazione di Pier delle Vigne vi è se stesso presente: sul suo labbro vi è “un’anima”; nella sua coscienza vi è “io”: tanto che da ultimo si mescola nella narrazione: la terza persona va via, e “parte”, al “cade”, al “surge ” succede “verremo” e “strascineremo”. Quando la spiegazione è com piuta, sembra che la situazione sia ora. mai esausta, ma ecco un nuovo fatto che infiamma la pietà: le spoglie del suicida appese all’albero, ch’egli si vedrà innanzi eternamente senza potersene mal rivestire. Nelle parole di Pier delle Vigne si sente una mestizia Ineffabile:
Qui le strascineremo, e per la mesta
Selva saranno I nostri corpi appesi,
Ciascuno al prun dell’ombra sua molesta.
La sua Immaginazione gli presenta quei corpi che penzolano, “I nostri corpi”, ma quel “nostri” desta un’immagine irconfuso e collettiva; egli vede tra gli altri il suo proprio corpo, e sente il bisogno di singolarizzare quel plurale:
“Ciascuno” al prun dell’ombra sua molesta.
Tal è questo canto, una ricca armonia che dal misterioso e dal fantastico va digradando in suoni flebili e soavi.

