Dopo il “no” al referendum è tempo di resa dei conti

La nota di Palazzo Chigi con cui Giorgia Meloni ha espresso «apprezzamento» per le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, auspicando «sulla medesima linea di sensibilità istituzionale» una scelta analoga da parte della ministra Daniela Santanchè, non è un passaggio ordinario di gestione interna. È, piuttosto, il primo vero atto politico del dopo-referendum. Dopo la sconfitta della riforma della giustizia – bocciata dal “No” con circa il 54% dei voti – la presidente del Consiglio non cambia linea sul proprio mandato, che ha già detto di voler portare fino al 2027, ma mostra di avere capito che qualcosa, nel rapporto con l’opinione pubblica, si è rotto.

Il punto è proprio questo: Meloni non si dimette, ma è costretta a reagire. E reagisce nel solo terreno sul quale può ancora provare a recuperare credibilità in tempi rapidi, cioè quello della “sensibilità istituzionale”. Delmastro si è fatto da parte dopo le polemiche per una quota non dichiarata in un ristorante romano poi finito al centro di notizie per legami con ambienti camorristici; lui ha sostenuto di non avere commesso nulla di illecito e di avere dismesso la partecipazione appena compresa la situazione. Bartolozzi, invece, è uscita di scena dopo avere definito la magistratura un «plotone di esecuzione» e avere detto, in campagna referendaria, che con la vittoria del “Sì” ci si sarebbe «tolti di mezzo» i magistrati. Sono due casi diversi, ma politicamente convergenti: entrambi raccontano un ministero della Giustizia diventato, nel pieno della battaglia referendaria, il punto più vulnerabile dell’intero governo.

Perciò la mossa su Santanchè vale più della sorte della ministra del Turismo. Vale come segnale riparatorio. Santanchè è a processo a Milano per presunto falso in bilancio nel caso Visibilia ed è inoltre coinvolta in altri filoni giudiziari; ha sempre respinto gli addebiti. Proprio per questo occorre restare sul terreno giusto: non della colpevolezza anticipata, che spetta ai tribunali, ma dell’opportunità politica. Quando la stessa presidente del Consiglio invoca una “analoga scelta” in nome della sensibilità istituzionale ammette implicitamente che il problema non è più soltanto giudiziario: è di tenuta, di immagine, di consenso.

Il referendum, in altre parole, non ha fatto cadere il governo, ma ha rotto l’alibi dell’invulnerabilità. Fonti di governo hanno già escluso un voto di fiducia e Palazzo Chigi insiste sul fatto che non esista una crisi formale. Tuttavia la politica non vive solo di forme. Vive anche di percezioni e la percezione oggi è che Meloni stia cercando di riprendere in mano un capitale di fiducia che il referendum ha eroso. Il risultato viene letto come una sconfitta significativa per la presidente del Consiglio e come un indebolimento della sua agenda di riforme in vista del 2027. La nota di oggi va letta dentro questa cornice: non come gesto etico astratto, ma come tentativo di riordinare un campo che si è improvvisamente allargato di crepe.

In questo quadro, anche Carlo Nordio esce ridimensionato. Oggi il ministro ha ammesso che la riforma «porta il mio nome» e che, dunque, la responsabilità politica è anche sua. È una presa d’atto che pesa. Perché se il capo del dicastero riconosce la propria responsabilità e se intorno a lui si dimettono il sottosegretario e la capa di gabinetto allora il dopo-referendum non è una semplice scossa d’immagine: è già una resa dei conti interna, un tentativo di limitare i danni e di impedire che la sconfitta popolare diventi una slavina politica.

Il punto finale è semplice. Meloni non sta cedendo a una pressione morale improvvisa: sta prendendo atto che il referendum ha spostato il baricentro. Chi governa può anche decidere di restare, ma dopo una sconfitta così non può più scegliere il rigore a intermittenza. Se davvero vuole tornare a intercettare i consensi che nel 2022 la portarono a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio dovrà dimostrare che la sensibilità istituzionale non è una formula da comunicato, ma un criterio uguale per tutti. Altrimenti il “No” non resterà solo una bocciatura della riforma: diventerà l’inizio della sfiducia verso il metodo.