Disturbo bipolare: 6 pazienti su 10 non si attengono alle prescrizioni

La maggioranza delle persone con disturbo bipolare non prende regolarmente le medicine prescritte. La percentuale dei “disobbedienti” è di 6 a 10 e non è certo un bene nel progredire della malattia. Lo studio, pubblicato sul Journal of Affective Disorders, è stato condotto in Finlandia sfruttando i dati dei registri della salute e delle prescrizioni mediche. In totale sono stati considerati 33.131 adulti con disturbo bipolare che avevano ricevuto tale diagnosi tra il 1987 e il 2018. I ricercatori dell’ospedale Niuvanniemi di Kuopio hanno controllato le prescrizioni elettroniche tra 2015 e 2018. Dei pazienti presi in esame il 61,8% aveva almeno una prescrizione per uno stabilizzatore dell’umore e l’88,6% almeno di una medicina antipsicotica.

Controllate per quattro anni, è risultato che il 59,1% delle persone in esame non seguiva almeno una prescrizione del primo farmaco o dell’altro. Inoltre, il 31%o lo faceva per il 20% del tempo. Tra gli stabilizzatori dell’umore, il litio è apparso il meno trascurato (11,3%) e l’acido valproico il più evitato (14,8%). Tra gli antipsicotici, il meno trascurato la clozapina (9%) e l’asenapina la più evitata (31,4%).

Il dottor Jonne Lintunen dell’ospedale di Kuopio crede che il motivo per cui litio e clozapina vengono tralasciati di meno dipenda da questo fatto: «I due farmaci richiedono esami del sangue regolari e può essere che i pazienti siano più aderenti alla cura quando incontrano personale medico regolarmente. Può anche giocare il fatto della maggiore efficacia: il litio è il più efficace stabilizzatore dell’umore e previene sia gli episodi depressivi sia maniacali. Analogamente, la clozapina è nota come il più efficace antipsicotico». Aggiungono i ricercatori finlandesi che i pazienti con meno di 25 anni, che hanno avuto la diagnosi di bipolarismo nei 3 anni precedenti o che sono stati ricoverati quattro o più volte per questo disturbo, presentano cifre doppie di non aderenza alla terapia tralasciando almeno uno dei farmaci prescritti.

Andrea Fagiolini, ordinario di Psichiatria all’Università di Siena, nota che il rifiuto di farmaci nel disturbo bipolare è tra i più alti in psichiatria, superato per esempio dai malati di schizofrenia, ma presente anche per depressione e disturbi d’ansia. Accade anche per diverse malattie fisiche, spiega, come nel caso del diabete dove può giocare in negativo la complessità del regime terapeutico (compresa l’auto-somministrazione di insulina) e la presenza di complicanze associate alla malattia.

«I motivi che rendono irregolari i bipolari nell’assunzione dei farmaci – spiega il professor Fagiolini – sono diversi. Nei periodi di stabilità dovuta alla terapia mancano i sintomi e i pazienti possono pensare erroneamente di non aver più bisogno delle cure. Ma ogni caso di non aderenza alle medicine aumenta il rischio di ricadute e complicazioni. Un altro motivo può venire dagli effetti collaterali: si possono dare sonnolenza, aumento di peso, tremori o disfunzione sessuale. Se i pazienti li trovano troppo fastidiosi o invalidanti possono essere indotti ad abbandonare la cura».

Continua a enumerare il professor Andrea Fagiolini con la mancanza di consapevolezza della gravità e della continuità della malattia che è di tanti malati bipolari mentre altri soffrono per lo stigma sociale associato ai farmaci psichiatrici. «Alcuni pazienti potrebbero sentirsi giudicati o etichettati negativamente se prendono regolarmente le medicine prescritte. Altri possono pensare che continuare a prenderle significa continuare a essere malati e decidere dunque di metterle da parte nella speranza di poter così dimenticarsi della malattia». C’è infine il caso di abuso di sostanze: alcol e droghe creano un disordine che allontana dall’aderenza alla terapia.

Conclude lo psichiatra senese: «E’ fondamentale che i medici comprendano precocemente quali pazienti sono a rischio di mancata aderenza così da poter ricorrere a interventi mirati, come il coinvolgimento di psicoterapeuti, educatori sanitari o professionisti della salute mentale per affrontare le barriere che limitano la regolare assunzione dei trattamenti. La collaborazione tra le diverse figure sanitarie e l’educazione del paziente gioca infatti un ruolo chiave nel promuovere l’aderenza alle cure e migliorare gli esiti clinici».

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