Cronache dal Gòlgota della cultura

Nel cuore delle città, là dove le strade s’intrecciano in un groviglio di velleità artistiche e proclami esistenziali, sempre più spesso si erge il Gòlgota della cultura, una moderna collina del ridicolo dove la presunta intellighènzia condominiale si riunisce per declamare le proprie insignificanti verità. Questi venerabili membri, pseudo-scrittori e intrattenitori del nulla, si atteggiano a sommi sacerdoti del pensiero, erigendo monumenti di parole vuote che svaniscono nell’aria come fumo di sigaretta in un’osteria affollata.

I protagonisti di questi circhi intellettuali, gli autoproclamati geni della letteratura, passano le giornate a sfogliare dizionari e antologie polverose alla ricerca di termini astrusi e locuzioni arcaiche, convinti che l’ermetismo delle loro elucubrazioni li elevi al di sopra della comune plebe. Le loro opere, pomposamente definite “romanzi”, non sono altro che un insieme confuso di parole che non dicono nulla e non portano da nessuna parte, come una partita di scacchi giocata da ubriachi. Ogni sera il Gòlgota della Cultura si anima di conferenze e reading dove questi intrattenitori del nulla si sfidano a colpi di retorica. L’aria si riempie di citazioni decontestualizzate e aforismi inflazionati, mentre il pubblico, un assortito manipolo di seguaci devoti, applaude freneticamente ogni banalità pronunciata, come se fosse stata appena scoperta la formula della felicità eterna.

C’è il professore emerito di Qualsiasistica comparata, che con la sua aria di superiorità e il monocolo d’ordinanza, discetta su temi inesistenti con la serietà di chi sta risolvendo i problemi del mondo. Le sue lezioni sono un’infinita sequenza di ipotesi e digressioni che alla fine non conducono a nulla se non alla noia più profonda. Ma guai a dirlo! Il professore è un pilastro del Gòlgota, intoccabile come una reliquia sacra.

E poi c’è l’artista multidisciplinare, capace di coniugare poesia, pittura e danza in un unico, indigeribile minestrone creativo. Le sue performance sono una tortura per i sensi, un tripudio di suoni stridenti e movimenti convulsi che vorrebbero rappresentare l’angoscia dell’esistenza, ma che in realtà suscitano solo imbarazzo e ilarità trattenuta.

Non mancano i poeti dell’inconcludenza che si vantano di essere incompresi e di scrivere per le future generazioni. Le loro poesie, astruse e senza capo né coda, sono un susseguirsi di immagini confuse e metafore forzate, che non emozionano, non provocano riflessioni ma al massimo uno sbadiglio. Eppure nel Gòlgota della cultura sono osannati come profeti di una nuova era.

Il clou delle serate è riservato al gran cerimoniere, il re dei sillogismi vuoti, capace di riempire un’ora di discorso senza mai arrivare al punto. Con la sua voce profonda e impostata declama monologhi infiniti che non dicono nulla, ma che vengono accolti con applausi scroscianti dai fedeli spettatori, affamati di parole vuote come di aria fresca in un deserto. Così il Gòlgota della cultura continua a erigersi, giorno dopo giorno, su un terreno di vanità e arroganza, dove la mediocrità viene elevata a eccellenza e l’inutilità diventa virtù. E mentre i veri talenti rimangono nell’ombra i protagonisti di questo spettacolo grottesco si compiacciono della propria grandezza, ignari del fatto che il loro regno è fatto di carta velina e che, prima o poi, una ventata di realtà spazzerà via tutte le loro illusioni.

Gianfranco Lotito
Gianfranco Lotito
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