“Cristo velato”. Tre opere in tre città: Napoli, Potenza e Parma

Il Cristo velato è una scultura marmorea di Giuseppe Sanmartino, conservata nella cappella Sansevero di Napoli ed è stata realizzata nel 1753. Ne esistono altre due copie: una nella Chiesa e convento di Santa Maria del Sepolcro di Potenza e una nell’Abbazia di San Giovanni Evangelista di Parma.

Il Cristo Velato conservato nella chiesa di Potenza è invece una scultura lignea abbastanza recente, ma comunque di grande suggestione, e che meriterebbe a sua volta una collocazione importante. Realizzato nel 1914 dallo scultore altoatesino Helmut Perathoner, il “Cristo” custodito a Santa Maria del Sepolcro è un’opera che rilegge completamente la scultura del Sanmartino, e non solo una banale copia dell’originale napoletano. Il “Cristo” di Perathoner è una scultura realizzata con il cirmolo, un legno molto morbido che si trova nelle Alpi, ricoperto poi da strati di gesso e sul quale è stato applicato un colore che lo fa sembrare marmo.

Ritorniamo ad analizzare il “Cristo velato” conservato a Napoli. Raimondo di Sangro fu il committente di quest’opera, che originariamente doveva essere collocata nel mausoleo di famiglia sottostante la Cappella, vano che oggi ospita le Macchine anatomiche. Un piastrone di pietra indica oggi il punto preciso ove la statua avrebbe dovuto essere posta. L’incarico di eseguire il Cristo velato fu in un primo momento affidato allo scultore Antonio Corradini; tuttavia, deceduto da lì a breve, questi fece in tempo a realizzare solo un bozzetto in terracotta oggi al museo nazionale di San Martino. L’incarico passò così a Giuseppe Sanmartino, a cui venne affidato l’incarico di produrre “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Sanmartino realizzò quindi un’opera dove il Cristo morto, sdraiato su un materasso, viene ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell’esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato, attraverso la composizione del velo, dal quale si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito. Ai piedi della scultura, infine, l’artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi.

Matilde Serao, grande ammiratrice della scultura, ci restituisce una descrizione assai vivida del Cristo: “Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello […] E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce”.

La magistrale resa del velo, fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori» (per usare le stesse parole del principe di Sansevero), ha nel corso dei secoli dato adito a una leggenda secondo cui il committente, il famoso scienziato e alchimista Raimondo di Sangro, avrebbe insegnato allo scultore la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. Da circa tre secoli, infatti, molti visitatori della Cappella, colpiti dal mirabile velo scolpito, lo ritengono erroneamente esito di una ‘marmorizzazione’ alchemica effettuata dal principe, il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo, e che questo si sia nel tempo marmorizzato attraverso un processo chimico.

In realtà una attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che l’opera sia stata realizzata interamente in marmo, e questo è anche confermato da alcune lettere dell’epoca. Una ricevuta di pagamento a Sanmartino in data 16 dicembre 1752, firmata dal Principe e conservata presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, recita infatti: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo”. Lo stesso di Sangro, in alcune lettere, descrive il velo come realizzato dallo stesso blocco della statua, senza l’utilizzo di alcun espediente alchemico.

Già nel Settecento numerosi viaggiatori, anche illustri, si sono recati a Napoli per ammirare la statua. Si racconta che Antonio Canova rimase talmente colpito dall’opera che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di poterne vantare la paternità, e che durante una sua visita a Napoli provò anche ad acquistarla.

Tra gli altri estimatori del marmo, il marchese de Sade, che elogiò “il drappeggio, la finezza del velo […] la bellezza, la regolarità delle proporzioni dell’insieme»; Riccardo Muti, come testimonia l’immagine del Cristo velato scelta come copertina del Requiem di Mozart da lui diretto[7]; lo scrittore Héctor Bianciotti, il quale fu colto da una sindrome di Stendhal mentre ammirava il velo «piegato, spiegato, riassorbito nelle cavità di un corpo prigioniero, sottile come garza sui rilievi delle vene”; e infine, il poeta siriano Adonis, che ha ritenuto il Cristo velato “più bello delle sculture di Michelangelo”.

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radionoff
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