Il professor Giulio Tarro è nato a Messina nel 1938, è stato primario di virologia all’ospedale “Cotugno” di Napoli dal 1973 al 2006 ed è presidente a vita della “Fondazione Teresa e Luigi De Beaumont Bonelli” per le ricerche sul cancro. Ricordiamo che il prof. Giulio Tarro, virologo di fama internazionale, è stato allievo di Albert Sabin, lo scopritore del vaccino contro la poliomielite. Tarro interviene anche sullo stop dio AstraZeneca,: «Giusto. Mai reazioni così da vaccino antipolio Sabin. Era proprio un lotto problematico, quello ritirato e capisco… Ora le racconto un episodio. Ad un certo punto i miei vicini di casa, marito e moglie che lavorano in ambito scolastico, fanno il vaccino, con la moglie che aveva avuto vari problemi per diversi giorni con febbre, dolori e sintomi molto evidenti. Il marito che invece lo aveva fatto qualche giorno dopo non ha avuto niente. Ma quello del marito era un lotto diverso. Ora abbiamo saputo che il numero del lotto della moglie era proprio quello ritirato». Non manca una stoccata ai mezzi d’informazione: «La Rai italiana si permette di dire che non c’è nessun morto dopo la somministrazione. Addirittura, nessun morto!? 502 vittime… va bene che sono su 20 milioni di vaccinati… ci possono pure stare, però non si può dire che non c’è niente». Si dice che le reazioni avverse dei vaccini anti Covid sono le stesse che ci sono state con il vaccino della polio di Sabin. Visto che lei ha lavorato con Sabin, l’autore del vaccino antipoliomelite, è così? Ci sono stati gli stessi numeri di reazioni avverse? «Assolutamente no. Ma come si fa a dirlo e anche a fare questi paragoni (ride). E’ una fesseria. Io le ho vissute queste cose. Ci fu una un caso su 2 milioni e 400.000 dosi. 7 casi in un anno e di reazioni avverse. E non credo che mai nessuno sia morto per il vaccino di Sabin. Ma scherziamo! Oggi siamo tornati indietro. Infatti altra cosa fu il vaccino di Salk contro la polio. Lì ci furono problemi. Oggi siamo tornati al pre Sabin». Dopo questa introduzione (non proprio breve), raccolta a microfoni spenti, ascolteremo cosa pensa il virolo del Covid-19 da tutti “chiamato” coronavirus. Termine generico utilizzato da sempre per indicare tutti i virus, come quello dell’influenza, del raffreddore, etc.
Dopo il collegamento abbiamo posto alcune domande, ad alcune delle quali le risposte sono state fornite dal virologo durante il collegamento, solo che per questioni di tempo il prof. Tarro non si è potuto dilungare.
Tutte le morti attribuite al virus cinese sono dipese dal Covid-19?
«Assolutamente no: non di solo Covid-19 si muore in Italia e nel mondo. A mio avviso, e credo non solo mio, le morti sono da accreditare a una scarsa tenuta del sistema ospedaliero e dallo scarso funzionamento del sistema di monitoraggio e conseguenzialmente della medicina territoriale che, dopo anni di tagli, si trova impreparata a gestire la fobia, provocata da politica e media, di aver contratto il Covid-19. La presunta “alta mortalità” sarebbe dovuta non certo a un virus più cattivo, ma alla sottostima del numero dei contagiati. I contagiati da Covid19 non sono quelli contegiati, basandosi solo sui tamponi diagnostici effettuati dalle Regioni. Le stime più attendibili prospettano, al pari delle periodiche epidemie influenzali, fino a 10 milioni di contagiati da Covid19, solo in Italia. A questo dato sicuramente non marginale se ne deve aggiungere un altro, che chiarirà la questione. In base ai primi dati dell’Istituto Superiore di Sanità di cartelle cliniche relative a esami eseguiti su presunte vittime da Covid-19, abbiamo che in 909 casi solo 19 sono da attribuirsi come causa diretta e reale al Sars-CoV2. Col tempo, rispetto alle analisi iniziali, dove vi era un’attenta analisi delle cartelle cliniche dei pazienti, si è forse fatto confusione tra persone con coronavirus e persone morte di coronavirus. Nel confrontare i dati di marzo e di ottobre si è vista l’importanza di contare i nuovi positivi e di tenere presente l’enorme numero di tamponi fatti ora rispetto ad allora, con una netta differenza delle percentuali dei casi positivi rispetto al numero dei tamponi adesso utilizzati. Un discorso a parte, ma ovviamente collegato all’apparente aumento del numero dei morti in questi giorni, riguarda le degenze delle terapie intensive e della percentuale nei riguardi dei ricoverati totali. I pronto soccorso pieni non rappresentano un “disastro” visto che il 60% dei pazienti è in codice verde. I ricoveri nelle terapie intensive, che a oggi non hanno alcun problema in termini di numeri e di posti occupati, sono principalmente dovuti ad altre circostanze. Un soggetto potrebbe essere stato intubato anche a seguito di un incidente stradale o sul lavoro e solo dopo il tampone risultare anche positivo al Covid-19. Questo determina numeri complessi in quanto in caso di ipotetico decesso futuro la causa della morte non sarà stata certamente il Covid-19. È la nota questione del decesso con Covid e decesso per Covid. I numeri sono errati».
Le misure del Governo hanno rallentato in qualche modo la diffusione del virus e, di conseguenza, ridotto la sua aggressività?
«Credo che nel tentativo di bloccare qualcosa di non gestibile si sia fatto peggio. Le malattie infettive si sono, da sempre, combattute con l’isolamento dei “soli” soggetti infetti. Soggetti che vanno identificati, isolati e curati tempestivamente, il più delle volte a casa, evitando paure immotivate e lasciando lavorare gli ospedali. In questo momento avere paura non serve, è solo deleterio. Nell’affrontare il Covid-19 si sono isolate, in teoria, milioni di persone non isolando “de facto” i soggetti infetti. Durante questa “nuova ondata”, stagionale più che altro, in alcune regioni si sta facendo la stessa cosa e sicuramente si andrà nella stessa direzione a breve per tutto il Paese. Nuovamente stiamo sbagliando. Il sistema di monitoraggio si è dimostrato molto poco efficiente e intensificarlo, come si sta facendo, ora che il virus dilaga serve a poco. Le abitazioni, gli ospedali ma soprattutto le Rsa si sono rilevate ambienti assai confortevoli per il virus. A mio avviso si è fatto il contrario di quello che andava realmente fatto. I protocolli? Eccessivi. Non ha senso fermare le attività commerciali. Si è sempre detto di mettere in atto la ricetta israeliana di fare circolare il virus tra i giovani e isolare anziani e malati».
Tarro si è soffermato anche sulla gestione dei pronto soccorso, terapie sub intensive e terapie intensive, nonché sui ricoveri.
«Dal momento che la sanità italiana ha ormai una responsabilità trasferita alle Regioni, ovviamente bisogna vedere se le decisioni prese sono state quelle valide per la Regione gestita e pertanto non è necessario l’intervento del governo nazionale. Sappiamo bene che esistono delle differenze ataviche in questa nazione e pertanto dovremmo sempre tenere presente questa situazione dal momento che la sanità italiana era stata fra le prime del mondo soprattutto per gli obiettivi sociali, mentre dopo il dimezzamento politico dei posti e delle terapie intensive dal 1997 al 2015 hanno posto l’Italia della salute come la cenerentola a livello europeo». Altra domanda: ritiene ancora che la “terapia del gregge” con correttivi (protezione di anziani e immunodepressi) sia la cura più efficace, almeno nel medio periodo? «Sì, credo sia l’unica strada percorribile ora, così come all’inizio. Andava potenziato il sistema sanitario e sicuramente il monitoraggio doveva essere più efficiente, così come si è fatto in molti Paesi asiatici, Cina in primis. L’immunità di gregge è la soluzione. La Svezia lo ha fatto, il suo sistema sanitario gliel’ha permesso. Ci saremmo dovuti adeguare. Possiamo ancora farlo. Bisogna affrontare il problema con razionalità».
È utile la mascherina?
«La mascherina andrebbe usata solo quando non c’è la possibilità di osservare la distanza minima di un metro e se ci si trova con persone non conosciute. Altrimenti non va usata, specialmente in luoghi all’aperto. Le mascherine non sono il massimo dell’igiene. Io starei attento nel loro uso, nel loro riuso e nel loro abuso. Durante il periodo estivo è bene non usarle, ora consiglierei un uso intelligente. Vorrei ricordare che l’Iss ci diceva che le mascherine avrebbero dovuto usarle solo gli operatori sanitari e gli infettati».
Giungeremo mai a un vaccino efficace ed efficiente e senza l’obbligo di fare più richiami?
«Mi sento di rispondere che nell’affrontare le epidemie, o pandemie che dir si voglia, servono due cose: competenza e ordine, soprattutto nelle vaccinazioni. Per un vaccino efficace e “privo di rischi” ci vogliono almeno diciotto mesi e non è detto che in questo caso funzioni perché non esiste un solo Covid-19. Il virus è mutato più e più volte. Un virus può mutare in appena cinque giorni. Ripeto in soli cinque giorni. A mio avviso bisogna avere i piedi per terra prima di proporre alcune situazioni. Siamo in presenza di un virus estremamente mutevole. Esistono più versioni del virus ed è per questo motivo che non può esserci un vaccino in grado, come nell’influenza, di metterci al riparo completamente. Difatti, se il virus ha più varianti, sarà complicato avere un vaccino che funzioni in tutti i casi, esattamente come avviene per i vaccini antinfluenzali che non coprono tutto, a differenza di quello che si pensa. L’infezione con il beta-coronavirus, a mio avviso e ad avviso di alcuni studi da me consultati, induce una forte e duratura immunità delle cellule T nei riguardi delle proteine strutturali NP. Questo perché i beta-coronavirus, categoria alla quale il Sars-Cov-2 appartiene, sono in grado di sviluppare un’immunità di tipo cellulare, addirittura più importante di quella derivante dalla produzione di Igg».

