Cooperazione Italia-Africa: il “potenziale” per la Basilicata

di Arturo Giglio

Il rapporto tra la Basilicata e i Paesi Africani osservato a Roma, dai lavori della Conferenza Italia-Africa, ha un potenziale decisamente maggiore di quello che è invece possibile percepire a Potenza. Intanto la prima osservazione che si fa con facilità è la presenza da noi di sempre più numerosi giovani africani. Secondo la rilevazione del Ministero dello scorso 15 agosto ci sono 2.453 migranti accolti: 733 nella rete Sai e 1.720 nei centri di accoglienza. Ci sono poi alcune centinaia di giovani africani che fanno da noi lavori – specie in agricoltura e in edilizia – che i nostri giovani non fanno. Anzi, con gli imprenditori lucani che hanno bisogno di maggiore manodopera e non riescono a reperirla per l’effetto “perverso” del click day. E tra i residenti stranieri in regione il 25,8% provengono da Paesi Africani. Un legame Basilicata-Africa che passa dal “visionario” Enrico Mattei, visionario per la Valbasento come per la cooperazione con i Paesi Africani. A lui il Governo dedica un Piano che dovrebbe diventare una svolta storica. C’è chi come il Presidente della Camera di Commercio ItalAfrica, con una sede operativa di carattere interregionale a Moliterno, l’ing. Alfredo Carmine Cestari (a tutti gli effetti lucano per l’attaccamento dimostrato alla Basilicata) non ha mai cessato di interessare imprenditori ed istituzioni della Basilicata sulla necessità di avviare programmi di cooperazione tra la Regione Basilicata e diversi Paesi africani nei settori dell’economia, della sanità, dell’ambiente, dell’energia e della formazione. Nel 2012 in Giunta Regionale (presidente Vito De Filippo) fu sottoscritto un accordo di cooperazione proposto da ItalAfrica. L’accordo ha coinvolto le ambasciate di Angola, Benin, Burundi, Nigeria, Sudan, Uganda, Guinea, Zambia, Lesotho, Sud Africa, Tanzania, Kenya, Liberia, Somalia, Camerun, Madagascar, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Ghana e Burkina Faso.
“Purtroppo nonostante le missioni che ho promosso con la presenza di diplomatici di Stati Africani, delle Ambasciate in Italia ed esperti economici delle stesse Ambasciate, in Valbasento e in Val d’Agri, le numerose sollecitazioni a Presidenti, assessori regionali, sindaci, in tutti questi anni– riferisce Cestari – quell’intesa non ha avuto alcun seguito. Ho solo raccolto continue richieste di manodopera e di internazionalizzazione di imprese lucane”. Cestari – che ha avuto incontri bilaterali con il Ministro della Cooperazione della Repubblica del Congo (Brazzaville), Denis Sassou Nguesso, alla presenza del vice ministro agli Esteri Edmondo Cirielli, con il Ministro degli Esteri della Tanzania e l’Ambasciatore in Italia Paul Emile Tshinga Ahuka e il Vice Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo (Kinshasa) Christophe Lutundula Apala Pen’Apala – dal 2004, si occupa dei problemi dei Paesi Africani e delle imprese italiane che lavorano negli stessi Paesi, ha un’idea precisa: andare nei luoghi da dove partono i flussi per arginare l’emergenza immigrazione e offrire lavoro in loco o in Italia. Guinea, Costa d’Avorio, Sudan, Kenya, Etiopia, Repubblica democratica del Congo sono i principali Paesi di provenienza di chi cerca fortuna in Europa. Quasi 114mila sbarchi nel 2023 (fino a fine agosto). Gli arrivi più numerosi da giorni sono da Guinea (15.138 sbarcati nel 2023), seguita da Costa d’Avorio (14.282), Tunisia (11.694) ed Egitto (8.422). «Ma – spiega Cestari – stiamo osservando movimenti dall’Africa Subsahariana, i Paesi limitrofi al Sudafrica. Il che apre nuove e inquietanti difficoltà. Chi decide di scappare può metterci anche tre anni per arrivare sulle coste del Mediterraneo e, in questo lasso di tempo, è costretto a procurarsi i soldi per i vari trasferimenti e lo fa di fatto schiavizzandosi. Il nostro compito è dunque quello di avviare una vera e propria rivoluzione culturale, di far capire alle popolazioni di quei territori che esistono alternative possibili. Innanzitutto che si possono avviare, nei loro Paesi, progetti volti a migliorare la qualità di vita e, perché no, di creare lavoro. E poi la selezione di forza lavoro da impiegare in Italia e da formare secondo le professionalità più richieste. Penso che questa sia in generale la strada maestra per arrestare i flussi migratori, per dare alle persone una speranza vera. L’Europa è su questo che deve impegnarsi. Ora». Per le imprese italiane – sono oltre 1.600 quelle già operative in Africa, in settori che vanno dai prodotti alimentari a quelli chimici, ai macchinari – ci sono grandi opportunità. Nel 2022, l’ultimo anno disponibile, l’interscambio Italia-Africa ha lambito i 70 miliardi (69,63 miliardi), con un divario ancora più evidente fra i 21,3 miliardi di esportazioni e 48,243 miliardi di importazioni. Non sorprende che il grosso degli scambi, soprattutto in entrata, sia dominato dall’approvvigionamento energetico: un settore diventato ancora più cruciale con la guerra in Ucraina, la cesura delle forniture gassifere dalla Russia e i tour de force diplomatici di governi ed Eni per aggiudicarsi accordi con le controparti a nord e sud del Sahara. “Basterebbero questi dati – dice Cestari – per cogliere l’occasione del Piano Mattei e acquisire quel coraggio che sinora tra gli imprenditori, gli amministratori regionali e locali è mancato. Non è mai troppo tardi”.

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