Come vengono utilizzate le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas). Perché rappresentano un rischio

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), che includono gli acidi perfluoroacrilici, si trovano ormai dappertutto: dalle pentole antiaderenti, a indumenti e scarpe impermeabili, fino ad alcuni imballaggi alimentari, pesticidi e acque del rubinetto. Ma perché sono così utilizzati e quali possono essere i rischi per la nostra salute? Ne abbiamo parlato con il professor Emilio Benfenati, responsabile del Dipartimento di Ambiente e Salute dell’IRCCS Mario Negri di Milano.

I PFAS, acronimo inglese di “perfluorinated alkylated substances”, nascono negli anni ’40 come composti chimici detti “di sintesi”. Oggi contiamo oltre 4.000 sostanze appartenenti a questa famiglia, molto utilizzate nell’industria. Si tratta di sostanze resistenti ai maggiori processi naturali di degradazione grazie alla presenza di legami molto forti tra atomi di fluoro e carbonio.
I processi industriali in cui i PFAS sono coinvolti sono moltissimi grazie alla loro resistenza e alla loro scarsa affinità sia con acqua sia con i grassi. Si tratta infatti di sostanze idrorepellenti e oleorepellenti.

Li troviamo:

  • nei prodotti ad uso domestico per conferire proprietà antiaderenti alle superfici interne delle pentole. Alcuni PFAS sono utilizzati in detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice, come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti. Inoltre, alcuni PFAS sono utilizzati alla fine del processo di produzione per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle per conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie;
  • negli articoli medicali per impianti/protesi mediche e per prodotti come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto per renderli impermeabili ad acqua e olio e resistenti alle macchie;
  • nella placcatura di metalli;
  • nella lavorazione del petrolio e nella produzione mineraria;
  • nella produzione di carte e imballaggi oleorepellenti e idrorepellenti nella produzione di tessuti, pelle, tappeti, abbigliamento e tappezzeria (ad es. Gore-Text®);
  • nel settore aeronautico, aerospaziale e della difesa, per la produzione dei vari componenti meccanici;
  • nel settore automobilistico, per migliorare i sistemi di erogazione del carburante e per prevenire infiltrazioni di benzina;
  • nella produzione di cavi e cablaggi, grazie alla bassa infiammabilità;
  • nell’edilizia, per rivestire materiali che diventino resistenti agli incendi o agli agenti atmosferici (come tessuti di vetro, piastrelle, lastre di pietra, cemento o metalli). Inoltre, sono utilizzati come additivi nelle pitture;
  • nel settore elettronico, grazie alle proprietà dielettriche e idrorepellenti;
  • nel settore energetico, per coprire collettori solari e migliorare la loro resistenza agli agenti atmosferici;
  • nei prodotti antincendio, come schiume ed equipaggiamenti.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. «Purtroppo possono penetrare nelle acque sotterranee – spiega il professor Benfenati – se non ben gestiti durante i processi di lavorazione industriale, finendo per accumularsi anche nelle piante. Il rischio di ingresso nella catena alimentare, dunque, aumenta, assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute». Dai risultati di ultimi studi scientifici, sperimentali ed epidemiologici, l’EFSA – Autorità europea per la sicurezza alimentare – ha indicato un aumento dei livelli di colesterolo nell’uomo, e altri studi hanno mostrato alterazioni a livello di fegato e tiroide, del sistema immunitario e riproduttivo, e alcuni tipi di neoplasie. L’esposizione maggiore avviene attraverso ciò che mangiamo e beviamo.

I PFAS sono sostanze mobili, oltre che persistenti e tossiche, e la combinazione di queste caratteristiche li rende pericolosi, non solo per la salute dell’uomo, ma anche per l’ambiente. «Le valutazioni iniziali sui PFAS, anche a causa della loro grande stabilità, sono state poco approfondite e lungimiranti», riflette Emilio Benfenati. «Non provocando danni acuti nell’immediato e avendo molte caratteristiche utili per le produzioni industriali, sono stati utilizzati in maniera estremamente massiccia, sottovalutando alcuni importanti aspetti. Queste sostanze, infatti, essendo estremamente persistenti, si accumulano nell’ambiente dove permangono a lungo negli anni. Inoltre, nonostante i polimeri siano molto stabili, i monomeri che li compongono sono molecole più piccole e volatili, come ad esempio le sostanze contenute negli spray che, raggiungendo l’atmosfera, danneggiano l’ozono».

L’EFSA ha fissato una nuova soglia di sicurezza per le principali sostanze perfluoroalchiliche che si accumulano nell’organismo. La soglia – una dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana – fa parte di un parere scientifico sui rischi per la salute umana derivanti dalla presenza di queste sostanze negli alimenti. Vista la grande diffusione dei PFAS la domanda sorge spontanea: dobbiamo preoccuparci?
«La contaminazione di PFAS in vari aspetti della nostra vita quotidiana – prosegue il professor Emilio Benfenati – è presente ormai da anni. Nonostante alcune sostanze a catena particolarmente lunga siano state recentemente proibite, l’utilizzo di acidi perfluoroacrilici resta massiccio e, di conseguenza, ci troviamo immersi in questa nuvola impercettibile di sostanze PFAS e non possiamo pensare di trovare un modo rapido e immediatamente risolutivo per non venirne in contatto. Non farsi prendere dal panico, però, è fondamentale: non c’è una situazione di emergenza tale per cui sia necessario non mangiare determinati alimenti o non indossare scarpe o indumenti impermeabili. Anche l’acqua del rubinetto si può bere tranquillamente perché è controllata mediante procedure molto serrate. Tuttavia, bisogna intervenire oggi per limitare i danni futuri ad ambiente e salute, prendendo decisioni lungimiranti che coinvolgano non solo la politica, ma anche l’industria».

Per limitare i problemi ambientali e di salute causati dai PFAS bisognerebbe individuare potenziali sostituti delle sostanze perfluoroalchiliche con sostanze che abbiano un minore impatto sull’ambiente e sulla salute, preservando la loro utilità in ambito industriale. «Esattamente come per le alluvioni o per il cambiamento climatico – conclude Benfenati – quello dei PFAS è un problema globale per cui è sbagliato immaginare che la soluzione sia piccola e settoriale. Il politico più avveduto dovrebbe riconoscere i numerosi segnali di allarme e iniziare ad agire non solo per risolvere il problema oggi, ma anche per prevenire quello di domani. I problemi non vanno rincorsi, accorgendoci del danno quando è ormai troppo tardi. Bisognerebbe piuttosto investire nella prevenzione, utilizzando molecole che, anche in futuro, non causino problemi. Prima di immettere una sostanza sul suo mercato è necessario considerare tutte le sue proprietà, sapendo già quali effetti aspettarsi, anche a lungo termine».

Fonti:

PFAS: che cosa sono e come ridurre l’impatto sulla salute e sull’ambiente

PFAS in food: EFSA assesses risks and sets tolerable intake 

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