Chi ha una malattia infiammatoria cronica intestinale può sottoporsi alla vaccinazione contro Covid-19? Con quali accorgimenti? I consigli dell’esperto

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, come la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa, rientrano tra le condizioni che portano a considerare chi ne soffre particolarmente fragile, al cospetto di Covid-19. Anche coloro che hanno una malattia attualmente in fase di remissione. Ragion per cui, al di là del trattamento in essere, l’indicazione è quella di vaccinarsi il prima possibile, senza sospendere alcuna terapia. Questi pazienti non sono stati inclusi negli studi che hanno portato all’approvazione dei vaccini attualmente disponibili. Detto ciò, l’assunzione di farmaci che hanno il compito di tenere sotto controllo la risposta immunitaria, come per esempio l’azatioprina e più in generale i farmaci biotecnologici, potrebbe rendere meno efficace la vaccinazione. Un’ipotesi plausibile, che comunque finora non è stato possibile accertare. Anche per questa ragione, al fine di garantire la massima protezione ai pazienti fragili, coloro che sono affetti dalla malattia di Crohn e dalla rettocolite ulcerosa, naturalmente più esposti ai rischi infettivi determinati da virus e batteri, vengono immunizzati in questa fase con uno dei due vaccini a mRna disponibili, efficaci nella prevenzione delle quasi totalità delle forme gravi di Covid-19. Quanto agli effetti collaterali indotti dalla vaccinazione, dalle prime osservazioni raccolte nei pazienti con una malattia infiammatoria cronica intestinale, il vaccino contro il Covid-19 presenta le seguenti reazioni: dolore nelle sede di iniezione, affaticamento e stanchezza, mal di testa, febbre e dolori muscolari. Ovvero gli stessi, e di analoga intensità, che possono registrarsi nelle persone sane.

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