Andrà tutto bene?

di Paolo Mormile

Wuhan è una città di oltre undici milioni di abitanti, capoluogo della provincia di Hubei, nella Cina centrale. Posta alla confluenza di due corsi d’acqua, il fiume Han e il fiume Azzurro, Wuhan rappresenta un importante centro culturale, commerciale e industriale eccetera. Questo, grosso modo, è ciò che tutti possono leggere riguardo alla città di Wuhan cliccando su Wikipedia all’omonima voce. Ma… chi lo aveva mai fatto? Voglio dire, chi aveva mai sentito parlare di Wuhan prima dell’enorme casino che ne saltò fuori?

Proprio a Wuhan, negli ultimi mesi del 2019, nacque e si diffuse, purtroppo fino a raggiungere dimensioni pandemiche, un nuovo ceppo di coronavirus, noto come Sars-CoV-2 (acronimo dall’inglese Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus Number 2). Il numero 1 aveva fatto la sua comparsa sul finire del 2002, nella provincia di Guangdong, sempre in Cina.

Il primo caso certificato di contagio da Sars-coV-2 risale alla metà di novembre del 2019, anche se studi successivi sostengono che il virus circolasse indisturbato già da qualche mese, e non solo in Cina. Solo il 31 dicembre tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) venne messa al corrente dalle autorità cinesi – nella circostanza ben poco solerti – dell’esistenza di una serie di polmoniti atipiche nella città di Wuhan, con origine (supposta) in un mercato di pesce e animali come cani, gatti, serpenti, tartarughe, rane e insetti. Ben lontane da quelle occidentali restano le abitudini alimentari degli abitanti della Terra di Mezzo. In epoca di globalizzazione il nuovo virus non impiegò troppo a valicare i confini del grande paese asiatico, e in capo a un paio di mesi, quasi certamente già mutato, dilagò in tutto il mondo. Provocando, fino al momento in cui scrivo, centinaia di milioni di contagi e oltre cinque milioni di morti.

Diciamo subito che buona parte dei contagiati se la cavò con sintomi tutto sommato modesti, mentre un’altra parte, non meno consistente, pur risultando positiva al virus addirittura non ne evidenziò alcuno. Altissima fu la percentuale di decessi tra la popolazione più anziana, dove il virus sopraggiunse ad aggravare patologie pregresse più o meno serie. L’Italia, e in special modo il suo settentrione, risultò da subito uno dei paesi più colpiti. Tanto che prima i governi locali poi quello centrale – ancorché spesso in contrasto tra loro, causa il confuso ordinamento giuridico successivo all’avventata riforma del titolo V della Costituzione Italiana – furono ripetutamente costretti a correre ai ripari, provando a circoscrivere territori via via sempre più ampi onde impedire la propagazione del morbo. Fino a imporre severe restrizioni agli spostamenti di uomini e mezzi nonché la chiusura di attività commerciali non ritenute essenziali e di ogni luogo di aggregazione in tutta la penisola.

Ovviamente ne fecero le spese anche le scuole, i cinema, i teatri e lo sport in genere. E a dispetto dell’opinione di qualche sconsiderato dirigente (evidentemente preoccupato più dei suoi bilanci che della pubblica salute), perfino il massimo campionato di calcio. Ci si poteva spostare solo per comprovati motivi, lavorativi o sanitari, e a tal fine, in caso di fermo da parte delle forze dell’ordine, occorreva specificarli compilando un’apposita autocertificazione. Una sorta di lasciapassare, insomma, proprio come durante una guerra. Con qualche giorno di ritardo anche il resto del mondo (con poche eccezioni, dovute alla malafede e all’incapacità di governi negazionisti, guarda caso tutti dello stesso colore politico: nero) conobbe provvedimenti simili, e in breve tutto, o quasi, si fermò. Il tempo, per noi umani beninteso, rimase come sospeso e il paesaggio urbano divenne semideserto e spettrale. Non così, invece, per animali e piante, cui non dovette essere parso vero potersi riprendere spazi e libertà cui erano stati costretti da un virus infinitamente più potente, pericoloso e spietato, l’uomo, a rinunciare da tempo.

Diciamo la verità, nessuno, men che meno noi occidentali, avvezzi come siamo a una libertà spinta al punto di averne smarrito perfino il senso e abituati a osservare da lontano le disgrazie altrui, avrebbe mai lontanamente immaginato il verificarsi di un simile evento. Non io, in ogni caso. Mai la mia mente aveva preso in seria considerazione l’idea che qualcosa del genere potesse davvero accadere, e non vi era preparata. Quantunque non fossero mancate, negli anni precedenti, epidemie anche piuttosto diffuse e preoccupanti quali Ebola, Zika e la già citata Sars-coV-1. Certo anche a me era capitato sott’occhio qualche film del genere detto “catastrofista”, (quelli, per intenderci, in cui terremoti, maremoti, alluvioni, naufragi, disastri aerei, pandemie e calamità consimili tengono col fiato sospeso eserciti di cinefili della domenica), ma se è per questo avevo guardato anche film di vampiri e dinosauri, eppure non mi risultava esistesse chi vi si era imbattuto.

Le mie reazioni a quell’inedita situazione furono diverse, come quelle di tutti, a seconda del periodo e di quanto direttamente essa coinvolgesse me e i miei cari più e meno prossimi. All’inizio, poiché la questione pareva circoscritta ad alcune zone del nord e riguardava, come già accennato, soprattutto la popolazione in là con gli anni, non vi diedi troppo peso. C’è un effetto rassicurante nel vedere la morte in un altro luogo o in un altro tempo, senza che questa ci riguardi. E purtuttavia una certa apprensione, di quando in quando, non mancava di far capolino. In seguito, allorché l’età di contagiati e deceduti cominciò a scendere fino a coinvolgere praticamente chiunque e le misure restrittive presero a colpire l’intero Paese, iniziai anch’io a preoccuparmene. Pure troppo, se è vero che nelle prime settimane fui vittima di veri e propri attacchi di panico, che mi indussero a un uso alquanto sostenuto di valeriana e camomilla, soprattutto nelle ore notturne, in cui mi svegliavo di soprassalto per (presunte) difficoltà respiratorie.

Dopo qualche giorno conoscevo a menadito i sintomi della nuova malattia, e non mancarono momenti in cui, da buon ipocondriaco quale purtroppo non smetterò mai di essere, me li sentivo tutti, dal primo all’ultimo. In quei frangenti una telefonata a qualche amica, soprattutto a Floriana, infermiera gentile, premurosa e accogliente, salvava la nottata e la mia tenuta nervosa, di per sé già precaria. Non fui certo il solo, peraltro, ad accusare simili disturbi: le cronache successive raccontarono di un considerevole aumento delle vendite di psicofarmaci e ansiolitici, in quel periodo. Non fatico a crederci.

La pandemia riempiva per intero le giornate di tutti, non erano ammessi argomenti diversi né distrazioni. I mezzi di comunicazione non parlavano d’altro, anche perché essendo tutto (o quasi tutto, come si scoprì in seguito) fermo, altro non poteva accadere. La televisione trasmetteva ansia a pieno regime, così dopo qualche giorno decisi di spegnerla. La mia bastava e avanzava. Cessai anche di utilizzare i mezzi pubblici ed iniziai a servirmi dell’automobile, sia per andare al lavoro che per raggiungere i miei figli ad Anzio, costretti in casa dalla sospensione delle attività scolastiche e per questo agitati più del solito. In special modo Marco, autistico grave. Nei suoi occhi potevo leggere un forte smarrimento per lo stravolgimento delle sue consolidate abitudini. In quelli della sorella Chiara, invece, anche un vivo timore. Cercavo di fare del mio meglio per distrarli, i bambini non hanno colpe dei disastri che siamo stati capaci di combinare su questo pianeta.

Dacché lavoravo a Roma, solo una volta prima d’allora mi era capitato di recarmi al lavoro in auto, per un incendio sulla linea ferroviaria Roma-Nettuno. In quell’occasione ero giunto a destinazione in forte ritardo, per scoprire che un solerte collega, Pasquale, aveva pensato bene di spazzolare anche la mia parte della pizza precedentemente ordinata. Il ribaldo aveva asserito, con una faccia tosta degna di un politico, di aver voluto evitare che potessi mangiarla fredda. Ero stato costretto a ordinarne altra, arrivata quasi all’ora delle streghe. Ovviamente ne aveva mangiata anche lui.

Andarmene in giro per la Capitale all’albeggiare, pressoché solo, era un momento davvero magico. Tutta quella bellezza sembrava essere messa lì apposta per me, e nonostante tutto quel che stava capitando ero grato per quei brevi istanti. Procedevo a velocità ridotta per potermeli gustare fino in fondo, e non era raro che mi fermassi o che addirittura tornassi indietro per scattare qualche foto. I resti dei vari Acquedotti, Via del Mandrione, Porta Maggiore, il Tempio di Minerva: non esiste, ai miei occhi, città più bella e fascinosa di Roma.

Di andare a trovare genitori e amici nella mia città d’origine non se ne parlava. Al di là delle citate restrizioni, ognuno era (e resta, purtroppo) un potenziale untore. Quindi, anche avendone la possibilità, mai mi sarebbe saltato in mente di mettere a repentaglio la loro salute. D’altra parte è vero pure che dopo qualche mese ripresi ad andarci, benché l’emergenza non potesse certo dirsi terminata. Ma bisognava pur tentare di mettersi alle spalle quel difficile periodo di clausura e riprendere una parvenza di vita, almeno fino al successivo, che, assicuravano, non avrebbe tardato. Così, quando non ero coi ragazzi o al lavoro, me ne stavo da solo per intere giornate nella stanza dove vivevo. I miei unici amici erano, oltre alla letteratura e alla musica, un’ottima birra bionda doppio malto in vendita a prezzi modici presso un noto discount e i soliti sigari, il cui consumo in quel periodo aumentai considerevolmente. Ogni tanto parlavo al telefono con qualcuno. Ci raccontavamo i rispettivi disagi. Dopo qualche settimana mi ricordai dell’esistenza di Raiplay, costola multimediale della RAI TV, e cominciai a dare sfogo a un’altra delle mie grandi passioni, il cinema. Recuperai pellicole che mi ero perso nell’ultimo decennio, nonché roba piuttosto datata come i polizieschi francesi con Alain Delon, Jean Gabin, Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo eccetera. Adoro quei film. Certo guardarli sullo schermo del telefonino non era il massimo della vita, ma nella vita bisogna sapersi adeguare.

Nota dolente era il sesso. Mancandomi una compagna fissa (nonché l’intenzione di porvi rimedio) dalla fine del mio matrimonio, a meno di non voler sfidare divieti e imposizioni per i miei consueti incontri occasionali, non esistevano per me soluzioni diverse dall’autarchia. Come accade, del resto, per molte coppie. Ciò nonostante continuavo a sentirmi ben più fortunato dei tanti costretti a dover condividere uno spazio con le proprie metà, non di rado nel frattempo divenute autentiche estranee.

I miei soli punti di contatto col mondo circostante erano le lunghe file per la spesa, durante le quali ingannavo il tempo scrivendo (ebbene sì, il telefonino è la mia Moleskine!) e una corsetta quotidiana. Quest’ultima infatti, alloggiando io ancora in quello che un tempo fu il più grande aeroporto militare italiano, non era proibita, a differenza di quanto invece accadeva al di fuori. Proprio in virtù degli ampi spazi di cui si poteva disporre. Molto maggiore del solito, ebbi modo di notare, il numero di persone in giro coi cani. Pur di mettere il naso fuori di casa ci si arrangiava in ogni modo, anche portando il proprio amico a quattro zampe, volente o nolente, a fare i suoi bisogni più volte al giorno. Pratica che la legge non poteva certo vietare. Non è affatto facile, d’altronde, restare rinchiusi in casa, in spazi spesso angusti, insieme ad altri nelle medesime condizioni. Si rischia seriamente di dar fuori di matto e commettere gesti sconsiderati.

La gente era spaventata, e i mezzi di comunicazione ci aggiungevano il carico da undici affinché collaborasse senza fare troppe storie, evitando quanto più possibile ogni contatto umano. Il prossimo, perfino un fratello o un genitore, era diventato un possibile nemico. Si guardava all’altro con sospetto, spesso con vera e propria paranoia. Ci si salutava con un cenno o toccandosi coi gomiti (i soliti idioti proposero di ripristinare l’uso del saluto romano), ci si parlava avendo cura di mantenere una debita distanza. Un colpo di tosse in pubblico poteva scatenare un parapiglia. Era l’effetto più nefasto di quella nuova peste: la distruzione del vivere civile, della socialità, cominciata peraltro già molti anni addietro con l’avvento dei telefoni cellulari. Sui social network infuriavano negazionisti e complottisti e circolavano le tesi più varie, alcune davvero risibili e bislacche. C’era chi sosteneva che il virus fosse stato creato dai cinesi proprio in un laboratorio di Wuhan e chi invece che fosse stato portato in Cina dai soldati americani. Alcuni sostenevano che il virus non esistesse affatto, altri che non fosse più letale di una banale influenza, altri ancora che i vaccini che non avrebbero tardato ad arrivare e che, somministrati d’autorità all’intera popolazione mondiale, l’avrebbero resa schiava (ancora di più, ci sarebbe da aggiungere). La mia preferita però era quella che voleva tutti chiusi in casa onde favorire l’installazione di antenne 5G, nuova tecnologia di telefonia mobile che avrebbe, a detta di costoro, causato danni e sofferenze alle popolazioni tutte. Queste teorie trovavano vasta eco tra la gente, nonché in più di un rappresentante politico, anche di spicco. Proprio come sciacalli, questi ultimi non si facevano certo scrupolo di cavalcarle per raccogliere consensi.

Per parte mia sono tutt’altro che indisponibile ad accettare l’ipotesi di un superiore disegno criminoso (ormai non ci si stupisce più di nulla), ma bisogna quantomeno che vi intraveda un minimo di attendibilità. In quel caso invece non riuscivo proprio a immaginare a chi potesse giovare la devastazione dell’economia mondiale né se il gioco valesse davvero la candela. Cui prodest?, continuavo a chiedermi e a chiedere, senza però che trovassi o che mi venisse fornita una risposta soddisfacente. Non mancava altresì chi, non a torto, riteneva che si approfittasse dell’emergenza per limitare le libertà costituzionali. Ma ciò, è risaputo, vale per ogni emergenza, o presunta tale. Per taluni quelle che tanti chiamano emergenze sono invece straordinarie, irripetibili opportunità. Anche e soprattutto di arricchirsi. Ciò detto, dubitavo e ancora dubito fortemente dell’ipotesi del dolo.

La clausura forzosa, oltre che più nevrotici, rese tutti maggiormente deboli ed emotivi e perciò oltremodo inclini alla retorica e all’autoassoluzione, da sempre tra gli sport nazionali più praticati. Ne saremmo usciti migliori, si sosteneva, chissà con quanta convinzione tenuto conto che all’uopo non erano bastate un paio di guerre mondiali. La vita ai tempi del Covid-19 (Corona Virus Disease 2019, come venne denominata la malattia) poteva considerarsi a tutti gli effetti una vice-vita. Ottundeva emozioni, mortificava slanci, soffocava passioni, tarpava aspirazioni, vanificava progetti, procrastinava impegni. Riportava insomma l’intero genere umano coi piedi per terra, costringendolo a prendere atto che il mondo non ruota affatto attorno ad esso. Coloro che ancora non ne fossero stati consapevoli, e che avessero dovuto infine arrivare a comprenderlo, sarebbero usciti da quella faccenda migliori per davvero, posto che ne uscissero vivi. Per tutti gli altri, non bastando neppure una pandemia, evidentemente non v’è modo. Trattasi purtroppo di quelli che fanno di tutto per rendere la nostra Terra un posto peggiore. E come sapete non sono per niente pochi.

Non potendolo fare per strada, si organizzarono sui balconi, soprattutto durante le prime settimane di confinamento, balli, concerti collettivi, raduni e finanche aperitivi. Con cui tanti, esasperando un disagio tutto sommato contenuto, tentavano in ogni modo di distrarsi e farsi forza. Drappi bianchi raffiguranti un arcobaleno, sotto il quale campeggiava la scritta andrà tutto bene, comparvero sui balconi come Babbi Natale di pezza in dicembre, e si impiegava quel tempo libero non richiesto industriandosi nei modi più disparati (e disperati). Alcuni si decisero finalmente a ripulire a fondo abitazioni che da lungo tempo ne avvertivano il bisogno. Altri ne approfittarono per completare puzzle acquistati qualche decennio prima. Altri ancora poterono recuperare episodi perduti di qualcuna delle numerose serie tivù che da diversi anni a questa parte intasano l’etere. Molti si dedicarono alla cucina, prendendo a produrre torte, cornetti, pizze, rustici e addirittura pane. Tanto che in breve il lievito raggiunse prezzi da mercato nero. Pressoché introvabili, nei primi tempi, anche le mascherine (intese come Dispositivi di Protezione Individuale, DPI), insieme ai guanti monouso obbligatorie per accedere in qualsiasi luogo pubblico. Il Paese non era preparato a un’emergenza simile, e dovette affrettarsi a porvi rimedio. Non mancarono all’appello (e come avrebbero potuto?) sciacalli e speculatori, capaci di rivendere tali prodotti a prezzi folli.

Piuttosto elevato, nel periodo immediatamente successivo alla chiusura, fu il numero di separazioni e divorzi. Uomini e donne, evidentemente tenuti insieme solo dall’accuratezza con cui fino ad allora erano riusciti il più possibile ad evitarsi pur vivendo sotto lo stesso tetto, non resistettero a quell’inattesa convivenza forzosa e finirono per scoppiare e lasciarsi. C’era voluto un evento epocale come una pandemia affinché ciò accadesse. Molti continuano strenuamente a rifiutarsi di agire, finché un bel giorno la vita non decide di farlo per loro. In forte aumento, manco a dirlo, anche il numero di donne vittime di violenza domestica. Pure sotto questo punto di vista, oltre che sotto quello lavorativo ed altri, il nostro continua a non essere un paese per donne. Che poi sussista, ancorché in misura minore tanto nei numeri quanto nelle conseguenze, anche il fenomeno opposto, e cioè quello della violenza sugli uomini, non cancella né sminuisce il primo. Trattasi di un fenomeno negletto, ma che esiste eccome.

Insieme a molte coppie rischiò di affondare definitivamente, cosa ben più grave, l’intera economia nazionale, già disastrata da decenni di scelte scriteriate da parte di governi di ogni colore politico. Non fu la sola peraltro, dal momento che la crisi economica che la pandemia si portò dietro picchiò duro a ogni latitudine. In Europa le nazioni più colpite furono le solite, Italia, Grecia, Spagna, Irlanda, paesi tecnicamente già in bancarotta o comunque gravati da debiti pubblici pesantissimi. Ma anche economie più robuste, quella francese in testa, subirono forti contraccolpi, cosicché ai rispettivi governi non restò che confidare nell’aiuto dell’Unione Europea, in molti casi bistrattata fino al giorno prima. Questa, a Cesare ciò che è suo, per la prima volta nella sua breve storia e a parte le solite eccezioni costituite da qualche paese del nord – Olanda in testa – rispose come da più parti veniva chiesto, erogando prestiti a tassi infimi nonché addirittura cospicue quantità di danaro a fondo perduto. Alla nomenclatura più avveduta era difatti subito parso chiaro che il crollo di qualche economia nazionale avrebbe giocoforza trascinato in un domino di sofferenza l’intero Vecchio Continente.

Si navigava a vista, monitorando costantemente le curve dei contagi e dei decessi, e, più importante, quella delle presenze nei reparti di terapia intensiva. Dal momento che la costante (e criminale) riduzione di quei posti in atto qui da noi da almeno un ventennio accresceva la drammaticità della vicenda. D’altro canto il numero degli ammalati era tale che nessun servizio sanitario nazionale avrebbe potuto reggere misure diverse da quelle adottate. L’unico paese europeo a provare una diversa modalità d’intervento fu la Svezia, con risultati non troppo incoraggianti. Divenne appuntamento fisso, alle ore 18 di ogni pomeriggio, la conferenza stampa della Protezione Civile, nella quale veniva fatto il punto della situazione ed elencati i numeri del giorno. Il governo nazionale, pur tra mille difficoltà e non evitando errori e retromarce, riuscì tutto sommato a mantenere dritta la barra di un paese storicamente disposto a cambiare rotta alle prime difficoltà, quando non addirittura a invertirla. Le opposizioni, ovvero le destre, invece, mancarono ancora una volta – non troppo clamorosamente, considerati i precedenti – l’occasione di comportarsi in maniera degna. Se da una parte i loro leader continuavano a chiedere un maggiore coinvolgimento nella gestione della crisi, dall’altra non perdevano occasione per propalare bufale negazioniste, seminare malcontento e fomentare animi già ampiamente esacerbati, fottendosene bellamente delle migliaia di morti e delle sofferenze di un intero paese. Ma di ciò, storicamente, non v’è da stupirsi. Nient’altro che cialtroni, e della peggiore risma, restano i fascisti. Rabbrividisco se penso che alla guida del paese, in quelle ferali settimane, sarebbero potuti esserci loro.

Sia come sia, arrivò finalmente la stagione calda, i numeri di deceduti, contagiati e ricoverati presero rapidamente a calare e si poté finalmente far ritorno a un’apparente normalità, sebbene le autorità continuassero a raccomandare il mantenimento di alcune buone norme quali il distanziamento sociale (fare in modo cioè di non avvicinarsi troppo al prossimo) e l’uso della mascherina nei luoghi pubblici. Accorgimenti che avrebbero consentito di restare più a lungo lontani dai guai. Ma l’estate è l’estate, e quella, dopo un così lungo periodo di restrizioni, in special modo. Molti fecero presto ad accantonare tutto quel che era successo, e che ancora succedeva, e a ripristinare le vecchie abitudini. La voglia di ricominciare era palpabile. Le attività commerciali (beninteso quelle che erano riuscite a superare la crisi) ritirarono su i battenti, le strade e le piazze si ripopolarono, le spiagge vennero prese d’assalto e furono perfino riaperte le discoteche. La vita riprese esattamente da dove la si era lasciata, ma con una foga maggiore, come a voler recuperare il tempo perduto. La pandemia aveva reso chiaro a tutti che non si può passare la vita a rimandare, ma che bisogna afferrare il momento, poiché non si può sapere se questo si ripresenterà. Ma, cosa ben più grave, aveva anche contribuito a cancellare rimanenti scrupoli dall’animo di tanti.

Tutto ciò avrebbe però portato al ripresentarsi del virus, sotto forma di una seconda ondata, se possibile ancora peggiore della prima. Cosa che non più tardi di qualche mese dopo puntualmente avvenne, ma questa è un’altra storia.

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