#A. Rosselli. I fiori vengono in dono e poi si dilatano. «La speranza è un danno forse definitivo»

di Francesco D’Angiò

Così scriveva Amelia Rosselli, nella sua raccolta Documento, “truccandosi a prete della poesia ma morta alla vita”, e come darle torto quando la tragedia ti segna fin dall’infanzia, agli albori di tutte le speranze. Come può la speranza farci un danno definitivo, qual è la cifra assoluta che non declina soltanto un passaggio di consegne? Possiamo partire, per necessità di sintesi, da un’affermazione con pochissimi margini di dubbio, ovvero che nessun periodo o epoca storica può considerarsi del tutto priva di avvenimenti nefasti, sia per ciò che concerne i rapporti tra i singoli individui, che tra le collettività. E dunque, la tragedia, personale e collettiva, con la prima che si riversa nella seconda, che profondità di solco scava intorno alla speranza, e per quanto profondo possa essere, è lei sempre famelica a chiedere di essere alimentata con sempre ulteriore male, con una richiesta che diventa pretesa in divenire per mantenere viva la sua tirannia, la tirannia della speranza. Essa pare volere il suo non raggiungimento, la sua non definitiva consacrazione, per perpetrare una eterna dissolvenza.

“Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere. Per questo diversi poeti muoiono giovani o suicidi”. Questo anche affermava Amelia Rosselli, aggirandosi con costanza in quella speranza che ci attira nel suo perpetuo inganno, facendoci contare infiniti morti, destinati infine all’oblio per una dimenticanza indispensabile alla prosecuzione della nostra specie. Alla tavola dei secoli, ogni pietanza deve pagare pegno al male per essere gustata, perché questo è il migliore dei mondi possibili dalla prima esplosione fino all’ultima, dalla caverna fino alla più lontana galassia.

Sotto allora con signora speranza, che ci assolve da tutti i nostri peccati e ci fa andare avanti, perché la bellezza in ogni sua espressione, rende il boccone meno amaro, o per meglio dire, che la luce necessita del buio per essere luce.

La luce dell’arte, di tutte le arti che l’essere umano ha saputo mostrare, con la contemplazione delle meraviglie del creato, e l’amore di ogni creatura verso un’altra creatura, e per meravigliarci e gioire di tutto questo, dobbiamo porci le due monete sugli occhi e transitare negli inferi.

Dobbiamo sostare con poco sforzo di memoria, e con forma educata voltarci al massimo verso il poco distante che è un non nulla nel tempo universale, senza dirimere il nodo di quel male assoluto che pare non volere mai limiti, perché non ci basta la morte che ci viene assegnata in vita, scontenti di una felicità assoluta nel perenne grembo della madre utopia, e dobbiamo plasmarla la fine affinché anche il delirio abbia un suo perché, e divenga consuetudine, costume, uso.

“La vita non vuole guarire” dice Lacan, e noi facciamo di tutto per prolungarne la malattia in modo sempre più doloroso, e quindi oscilliamo tra l’insofferenza dell’esserci e la necessità di seguire l’infinita scia di una normalità catalogata, dove all’indice troviamo l’adorato inganno.

Possiamo per tale motivo tenere insieme il genocidio ed il Cenacolo di Leonardo, esorcizzare la Medea di turno con la contemplazione della Venere del Botticelli, gioire del genio di Mozart, Beethoven, mentre l’assuefazione alle fosse comuni attraversa i secoli munita di ogni forma di giustificazione fornitaci da Apollo per consentire a Dioniso di espletare la sua missione in continua metamorfosi.

Il grande anestetico della bellezza, per accettare l’assioma che “chi è migliore, (più forte), abbia più di chi è peggiore, (più debole), e chi è più potente abbia più di chi è meno potente”.

Amor fati, “accettazione del destino: senza volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l’eternità”. (Nietzsche).

“Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,

  la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità

  dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni

  d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere

  d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso

  il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci

  supino la tua stella è la mia dimora.

  Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello

  che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della

  demarcazione tra poveri e ricchi”.

  (Contiamo infiniti cadaveri).

E poi ci sarebbe l’amore, perché “Tutto ciò che è fatto per amore

è sempre al di là del bene e del male”.

Ma se è vero che l’amore sopravvive alle cattiverie (la speranza), è altrettanto vero che le alimenta, le nutre, le interpreta per non cessare di esistere, ed essa, la speranza, lo supera l’uomo, l’uomo costituito dalle sue paure e dai suoi arretramenti, un’umanità che non ama i suoi figli migliori e che si maschera dietro a sistemi di valori precostituiti, per poi lasciarle il compito finale di lavacro di ogni dissimulazione.

Per questo, dobbiamo sollevarci sempre, proseguendo ad essere il risultato di ciò che è stato, allegoria di ogni seduzione esistenziale per un approdo finale conosciuto ma ogni volta svilito e tragicamente deriso, come se la meta finale fosse una giustificazione per lo svilimento del viaggio, ammantati di un effimero abnorme che quasi ogni cosa pare oscurare.

La maneggiamo con cura distratta, la fragile speranza mortalmente indebolita dal nostro procedere famelico, e ancora una volta risorta come eterna fenice, scudo universale e specchio che rimanda indietro il suo compiersi; perché di nulla ci siamo liberati, di quel male che in tutte le sue mutevoli e immutate forme, ci benedice. E quanto ancora possiamo “sostenere” che l’unica forza immortale della civiltà umana, sia il suo spirito che sempre nuova può produrla? Per quanto ancora possiamo sanarla questa dimensione tragica di noi mortali?

“Che m’aspetti il futuro! Che m’aspetti che m’aspetti il futuro

  biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l’ho trovata

  facendo il giro delle macellerie”.

 (Di sollievo in sollievo).

Amelia Rosselli era nata a Parigi il 28 marzo 1930, ed ha scelto di uscire di scena l’11 febbraio 1996 gettandosi dalla finestra della sua casa romana, nello stesso giorno e mese di Sylvia Plath, da lei amata e tradotta. Una uscita di scena tragica dal palcoscenico del mondo, di un mondo che ci promette di sanare il dolore, il dolore di ognuno; un dolore in isomorfismo con la speranza.

Ad Amelia hanno chiesto all’età di sette anni, il significato della parola assassinio, e si è addormentata con quel significato. Ed altri significati ha ricercato, per sé stessa e per noi, nell’unico luogo dove è riuscita a salvarsi, la Poesia, per scomparire nell’altro, nel mondo dove si può essere privati a sette anni degli affetti più cari assegnando anche una ragione ed un significato a quella stessa privazione.

C’è un senso nella follia, nella visione, e una follia nel reale, nel vero.

“…incapace di muovere, stanca all’alba, incapace la sera:e l’agonia sempre più viva”.(La libellula).

Una poesia del dolore che incanta e che teme la speranza,

“Cara vita che mi sei andata perduta, con te avrei fatto faville se solo tu  non fosti andata perduta”. (Documento).

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